ROMA

Edizioni Chillemi
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Ogni volta che vado a Roma parto preparato al peggio. Ne leggo di tutti i colori, vedo foto e titoli terrificanti, mi aspetto di subire aggressioni e rapine, di stramazzare al suolo in preda a chissà quale infezione per la monnezza, di morire di puzza, di rimanere prigioniero di Via dei Castani, anziché della seconda strada, e sprofondare in una deriva di paure psicotiche interrotta da momenti di furore in cui inveisco contro le autorità cittadine, le municipalizzate, i vicini di casa, Totti, i centurioni al Colosseo, il 3570, le buche, i palestrati, la gente che strilla al telefono alle tre di notte sotto casa, il caldo, la puzza, i topi, anzi, le sorche, il Tevere in secca, i mobili dentro i cassonetti, i parcheggi inesistenti, il traffico arcigno, i questuanti, i volantinanti, i giocolieri da semaforo, i turisti, le signore che quando passi s’abbracciano alla borsetta manco tu fossi uno scippatore fuori corso, i cani grossi, i cani piccoli, i padroni dei cani che vengono portati a spasso dai cani grossi e parlano col birignao a quelli piccoli, e il residuo di cacche di cane lasciate a seccare sul marciapiede scaciolato di buche da rattoppi fatti con la cazzuola che vengono meno e segnano gli anni di strati sovrapposti dove inciampano le vecchie e si sbucciano le ginocchia, cadendo sulle scritte fatte con lo spray in un incerto italiano che promettono l’amore alle fidanzate che si sbrigano a cancellare quando girano pagina e je piace un altro e si consuma il dramma dell’incapacità di vivere rapporti sentimentali corretti, capire quando è ora di sfanculare e cercarsi un altro pesce nel mare, pazienza se si tratta di una cozza, manco tu fossi chissà che adone.
Mi sono perso.
Io quando torno a Roma la trovo sempre uguale. Nel senso, sì, è peggiorata, va bene, ma è un peggioramento in linea con le attese, conseguenza del tempo che fa passare la generazione di parassiti che sta all’ombra del Cupolone a ingrossà er core e a intossicà er fegato de sta città che sta là da quasi tre millenni ed è sopravvissuta a qualunque cosa, e aspetta che un soffio di vento lungo qualche lustro, per lei un’inezia, si porti via le chiacchiere di questi giorni senza gloria, le sindache insignificanti, le dispute sugli avanzi d’architettura lasciati dal fascio, i nazi del terzo millennio, i comunisti da salotto, quelli che se schifano degli immigrati e gli affittano casa, i razzisti e i discriminati, i poveracci e i ricchi, i commercianti e gli avventori, i turisti, i calciatori, i pellegrini, i tassinari, gli autisti dell’atac, gli impiegati comunali, i disoccupati, i liberi professionisti, i cinematografari, gli chef, i professori, i maestri e gli scolari.
Roma resiste a tutto, s’è vista cavalcata dalle 600 e dalle 1100, adesso j’appuzza l’aria il diesel che in confronto ai roghi tossici è una caramella, domani frulleranno le ibride, dopodomani le auto elettriche senza conducente, ma si suoneranno ancora clacson e sterei e non si baderà a niente e a nessuno, per terra la monnezza, i pacchetti di sigarette, gli aghi di pino, i volantini del discount, e stracci, batterie, ciavatte, pezzi di pizza, cicche, scope vecchie, carcasse di animali morti, erbe che ricrescono spontanee nei buchi fatti dalle radici degli alberi tagliati, macchine zozze abbandonate, carcasse di motorini, adesivi di stagnini di Danzica e facchini di Ploiesti, indiane, ucraine e nigeriane che giocano allo stesso gioco sul telefonino nella metro.
Ho girato tanto, a piedi. Ho battuto l’Esquilino come un soldatino, tra centri massaggi thai, boutique cinesi che si chiamano Identità, antiche gelaterie romane con la fila che esce dalla porta e la gente contenta che fa caldo che si lamenta del caldo e ha il nervoso per il caldo e se le promette e se le dà ma non pensa a fare un passo indietro e a capire se è il caso di andarsene da qualche altra parte a far scorrere il tempo più piano, a sentire di nuovo il proprio respiro e a vedersi andare avanti, come viene viene, ma senza sottostare al pagamento del tributo giornaliero a questo mostro bollente e sferragliante che ti succhia la vita.
Una città magnifica che se è stata vivibile in qualche tempo è stato per un caso passeggero e fortuito, e non per quelle giornate di luce che ti senti parte del quadro che a milioni avranno immortalato, e se le ricorderanno, impresse nella memoria viva che non è quella che si vomita nei nastri inferociti delle timeline di facebook e di instagram. Quelle giornate di luce che solo a Roma ci saranno sempre e non bastano a tutto, ma qualche volta ti risolvono la giornata. Quelle giornate romane che sognano in tanti per una vita di poter vedere, un giorno, e adesso ci riescono, a milioni, vomitati da charter governati da gente scortese, vestita in modo strano, che vende articoli che nessuno comprerebbe mai e ti tratta come una merda se solo osi chiedere da che parte sta il cesso.
A Roma i cessi c’erano, erano i vespasiani, almeno per i maschi, e c’erano e ci sono ancora pure i nasoni. L’acqua dice che manca, se semo bevuti er lago de Bracciano e pure il fiume bojaccia l’ho visto esaurito. Fumeno pippeno se tatueno se meneno fanno e scritte indermuro se odieno discuteno a Lazio e ameno la Roma magnano aamatriciana a carbonara er sushi e cacio e pepe voteno a destra canteno e balleno e passeranno come un soffio de ponentino che porta un gabbiano verso la discarica.
Roma è tutto insieme: Rocca Cencia, San Basilio, Piazza Navona, er Quadraro, er Cupolone, Villa Glori, er Trullo, Centocelle, er Pigneto, i Parioli e tutto. Sangue, sudore, lacrime, soldi, merda, droga, bellezza, festa, vita, morte, cultura, cinema, amore, odio. Sguaiata e sfregiata, bella e impossibile. Appena posso torno.
Presto.

di Pancrazio Anfuso