ITALIA SOTTO TERRA
di Pancrazio Anfuso

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Seguo la nazionale dal 1970. Nel 1966 ero troppo piccolo e non ho vissuto l’eliminazione umiliante firmata dall’odontotecnico coreano Pak Doo Ik.

La prima partita dell’Italia che ricordo, che poi è la mia prima partita in assoluto, è Italia-Messico 4-1, Toluca, 1970.
Seguita da fanfare di clacson, poi da ItaliaGermania4-3, ulteriori fanfare, Riva Rivera Brasile sotto terra.
Poi, Pelé.

Sono passati quasi 50 anni e non abbiamo mai saltato un mondiale: nel ’74 fummo eliminati dalla Polonia. Ci rimasi malissimo. Eravamo dati tra le favorite ma il calcio era cambiato, la gente correva e Valcareggi non se n’era reso conto.

La nazionale allora era importantissima, teneva banco ovunque, le convocazioni erano attese in religiosa trepidazione, i calciatori nel giro erano pochi ed era motivo d’orgoglio averne uno nella propria squadra, e se non lo chiamavano erano pena, ansia, scorno e malumore.

Odiavo Bearzot per il poco spazio che concedeva a Giordano e Manfredonia e per l’ostracismo verso D’Amico. Ma tra ’78 e ’82 ci fece felici: già in Argentina sembrava si potesse vincere, la squadra si perse anche per colpa della formula assurda con il doppio girone e finì quarta meritando molto di più, come dimostrò poi in Spagna, trionfando.

Noi vivevamo il mondiale come una festa, la gente addobbava le strade con nastri tricolori, le partite venivano seguite in gruppo, le danze duravano fino all’alba. La notte dell’11 luglio ’82 fu degna del Carnevale di Rio.

Poi il calcio è cambiato, siamo cresciuti, l’86 è stato penoso: l’entusiasmo è sceso per rifiorire nel ’90, mondiale in casa, squadra zeppa di talenti gestita non al meglio da Vicini, eliminata da Maradona in semifinale per una mezza papera di Zenga su Caniggia e per il cornutone pararigori Goicoechea.

Pianti dopo le notti magiche, ripetuti quattro anni dopo, ancora rigori, stavolta in finale col Brasile e il fegato magnato perché Sacchi escluse Beppe Signori, reo di non voler fare l’ala dopo aver segnato 7500 gol in campionato. Con lui accanto a Baggio avremmo raccolto Romario col cucchiaino.

Nel ’98 uscimmo con la Francia ai rigori e loro vinsero poi il mondiale. Nesta si fece male, Vieri fece il fenomeno e lo comprò poi la Lazio. Maldini come CT era abbastanza tragico anche lui, ma mai quanto il Trap che guidò rosario alla mano la disastrosa spedizione coreana del 2002.

Nel 2006 Lippi ci portò a una vittoria stupenda, ma era ormai impossibile entusiasmarsi come a vent’anni. La nazionale lottava contro il calcio ipertrofico che si gioca fuori dal campo, quello dei campioni di cartapesta. Da allora solo passi indietro, seguiti con distratto dolore, o con dolente indifferenza. Fino a oggi.

Nel 2018 non parteciperemo. Non succedeva da 60 anni. Non mi era mai successo. Se il calcio fosse ancora quello di una volta tutti i responsabili del disastro sarebbero marchiati a fuoco come capitò a Mondino Fabbri nel ’66.

Oggi le cose vanno diversamente e le voci televisive hanno già abbondantemente assolto i protagonisti di cotanto scempio. Almeno i calciatori, perché il presidente federale e il CT hanno pensato bene di non presentarsi alla stampa. Almeno fino a quando ho seguito, cioè fino a dieci minuti fa.

Prendersi le proprie responsabilità sarebbe doveroso quando si riscuotono milioni e si maneggia un bene collettivo di proprietà degli italiani. In questi anni la nazionale è diventata un fastidio per molti, a cominciare dalle squadre di club, che non gradiscono si distraggano i superpagati eroi delle domeniche di campionato e dei mercoledì di coppa.

I quali dovrebbero sapere che la gloria calcistica passa soprattutto dai mondiali: tutte le scelte dei calciatori nel giro della nazionale dovrebbero essere fatte in quest’ottica. Invece c’è gente che si va a prendere milioni facili nei superclub, accontentandosi di giocare scampoli di partita che ne ritardano/fermano la crescita e si ripercuotono, poi, sul potenziale della rappresentativa azzurra, la cui caratura dovrebbe essere un moltiplicatore di ricchezza, se si pensa agli ingaggi dei nazionali e al valore del campionato nel complesso.

Quelli che dovrebbero ripensare il movimento non parlano, e certo quando lo hanno fatto non hanno dimostrato acume né qualità. Sono lì per caso e non sanno quanti danni stanno facendo. Per noi la frittata è fatta, nel 2018 seguiremo i mondiali da neutrali.

Aspettando che qualcuno riprenda in mano i destini del calcio italiano, che da bambini ci incendiava il cuore, oggi rimasto freddo davanti alla sceneggiata dell’inno cantato a squarciagola dai calciatori facendo smorfie della serie morituri te salutant.

E infatti, ciao.

Articolo pubblicato sul sito postpank

di Pancrazio Anfuso