IL SOLCO DEL 4 DICEMBRE

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Ormai è passato un anno dal Referendum costituzionale (per esteso “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione”).
A prima vista non si sono verificati i grandi cambiamenti attesi. Infatti gli stessi che prevedevano tempi nefasti per l’economia nazionale in caso di mancata ratifica, oggi parlano di economia e produzione in crescita e di quasi avvenuta uscita dalla crisi del nostro paese. Di contro qualcuno potrebbe obiettare che se fosse stato approvata la riforma alcune crisi aziendali come Vivendi o Alitalia non si sarebbero aperte, grazie ad un nuovo clima politico che avrebbero attratto maggiori investimenti stranieri in Italia e consentito una nostra crescita più rapida.
Ma si sa, la storia non si fa con i se. Non potendo sapere cosa sarebbe successo alla nostra economia se avessero votato il dieci percento in più a favore della riforma, vediamo viceversa cosa è successo sul piano politico a seguito di quel 59% dell’elettorato che si è pronunciato contro la riforma.
In sostanza il panorama politico nazionale si è andato ridisegnando sulla base di questo risultato. Un nuovo governo, con un nuovo Premier, che ormai si poggia su una nuova risicata maggioranza parlamentare rispetto ad un anno fa. Una nuova legge elettorale approvata in fretta e furia proprio per riempire quel vuoto legislativo lasciato dal fallimento di un nuovo assetto elettoral-istituzionale promesso, ma non realizzatosi, dalla riforma Renzi-Boschi. Una crescente disaffezione dei cittadini alla politica, che si è tradotto nel riaffacciarsi di vecchie ideologie che speravamo ormai superate dalla storia e in un crollo dell’affluenza nelle ultime tornate elettorali, ben lontano da quel 65% registrato appena un anno fa.
Si può affermare che il risultato del 4 dicembre 2016 ha segnato un vero e proprio solco nel panorama politico nazionale. Scissioni nate dalla deflagrazione di scontri interni al Partito di maggioranza relativa proprio sul contendere della riforma e sul futuro della leadership del centrosinistra. Il costituirsi di “coalizioni” basate sulla discriminante “con chi stavi il 4 dicembre?” più che su veri e propri programmi o visioni comuni sul futuro dell’Italia.
Così gli ex PD per il No oggi costruisce una lista comune con coloro che per anni si contrapponevano come la Sinistra radicale, rinfacciando la necessità di più coraggio agli stessi protagonisti con cui oggi si trovano insieme. Ma non con tutti. Una parte di quegli esponenti che storicamente si collocavano nella stessa sinistra radicale, oggi sono impegnati a trovare una difficile forma di alleanza con quei partiti di maggioranza che per anni hanno osteggiato in Parlamento, ma accomunati nella scelta di campo per il Sì al referendum, lo stesso però si può dire nel centrodestra. Dopo abiure, scissioni, allontanamenti e condanne, ora il centrodestra si ritrova rinvigorito dal successo del No, a prescindere se una parte di questi avesse contribuito a scrivere la riforma, mentre un’altra l’avesse sempre osteggiata. Quello che conta sembra essere solo da che parte si era schierati nel voto referendario, anche a dispetto delle scelte prese negli ultimi 5 anni.
Inoltre pare paradossale che la bocciatura della riforma, che nelle promesse dei proponenti doveva portare alla terza repubblica, ha di fatto ancorato l’Italia ai protagonisti della seconda. Così Berlusconi è tornato ad essere il grande federatore a dispetto del tentativo di emersione di nuovi leader nel campo del centrodestra. Di conseguenza anche i vecchi leader della sinistra riformista sono tornati attori principali nell’infinito dibattito sulla leadership del centro-sinistra.
In questo ritorno al passato proprio i soggetti più innovativi come i M5S e lo stesso Renzi sembrano spiazzati, cercando un rilancio tramite nuove vie, nel tentativo di non risvegliarsi a breve nel bel mondo antico. Un ritorno alle abitudini elettorali tradizionali che corre il rischio di svuotare la dicotomia tra il vecchio e il nuovo degli ultimi anni, a beneficio di un più classico destra-sinistra alla vecchia maniera.
Difficilmente, però, si potrà avere un risultato finale analogo a quello di un anno fa. Se infatti il fronte del No ebbe gioco facile nel concentrarsi “tutti contro uno”, grazie all’errata impostazione della campagna elettorale da parte di Renzi, oggi quel che fu il quasi 60% è diviso in almeno due coalizioni e fa sponda con la Sinistra in divenire ad essi formalmente antitetica. Viceversa la sponda perdente il 4 dicembre si ritrova pressoché riunita in un’unica coalizione, seppur appannata nella credibilità di lanciare una nuova stagione di cambiamento dalle vicissitudini dovute alle sconfitte dell’ultimo anno.
Naturalmente nessuno può prevedere il risultato delle prossime elezioni, ma neanche se questo sarà sufficiente per far uscire la politica italiana da quel profondo solco scavato lo scorso 4 dicembre.

Immagine dal sito del Comune di Dolo

di Paolo Acunzo