Incontro con l’Associazione “PRO BAMBINI DI KABUL”

                             a cura di Luciano Tommaso Gerace e Tullio Petrucci

                                                                                                                             
                                 

Padre Giacomo perché nella sua vita di sacerdote, quindi di operatore di nostro signore e di ministro di Dio, ha scelto di fare il missionario?


     La mia vocazione a quei tempi era chiamata vocazione adulta perché io ho fatto il commesso nelle cooperative Acli di Milano. Ero l’ultimo vivente di 11 figli e sono stato un po’ la spina per i genitori: già avevamo un fratello che stava per essere ordinato presso i missionari Salesiani di Parma, perciò l’ultimo, al quale la mamma è sempre più attaccata, vedere che andava via era un po’… tant’è vero che c’è stato un po’ di panico… non mi salutarono quando andai via… io ero un giovanotto sui 17/18 anni…

     Andai a Desenzano… e poi da lì la vocazione. Loro dicevano che ero troppo estroso e sarei tornato indietro…invece non sono tornato. E ho conosciuto i Padri Rogazionisti. Credo che la molla che è scattata in me è stata quella che i Padri Rogazionisti allora tenevano molto agli orfani. Credo che la mia vocazione sia nata proprio per questo servizio. Tant’è vero che io per 13 anni non volli diventare prete per stare con i ragazzi, perché anche allora i sacerdoti normalmente non facevano gli educatori diretti, erano i dirigenti, e io, solo a pensare che non dovevo stare con loro, per 13 anni ho tenuto duro. Dopodiché invece…sono diventato anche di più…

     La mia esperienza è stata prima di tutto 45 anni con gli orfani o case famiglie o sordomuti. Presi anche la specializzazione per l’insegnamento dei sordomuti. E poi tutto è andato così…
     A 20 anni sono sceso a Messina, con gli orfani alla casa madre poi da lì passai a Oria, dove conobbi l’allora ragazzo Tullio Petrucci. Feci tutte le mie trafile… poi andai 8 anni nelle Filippine… un’esperienza molto bella anche perché le Filippine sono cattoliche ed è un piacere lavorare, insomma,… invece adesso, dove mi trovo in Afghanistan, è completamente diverso anche perché è un paese islamico, molto chiuso e assolutamente è bene non dire che siamo né cristiani tanto meno preti, non abbiamo e non dobbiamo portare nessun segno.

     Dopo le Filippine, preso, diciamo, per i capelli, data la mia non giovane età, sono andato in Afghanistan, esattamente a Kabul, perché questa associazione “PBK – Pro Bambini di Kabul” aveva aperto un centro per disabili mentali. Quando sono andato erano pochi, erano sette o otto; e la prima cosa che ho detto: “se devo stare qui per sette o otto torno a casa subito”, anche perché 4 suore, io, 12 operai, insomma, mi sembrava un’assurdità! Magari le difficoltà, non ci conoscono… Fondamentalmente forse averne di più significava tirarsi su le maniche e lavorare.        
           E invece poi nell’arco di un anno siamo arrivati ad averne 30, che è il massimo, e abbiamo dato una struttura: l’abbiamo divisa con 4 classi, 4 insegnanti, due locali signorine, donne, due suore nostre, una fisioterapista laureata e un’altra insegnante che aiuta o si alterna con giochi, danze, ecc… perché non è proprio una scuola tradizionale… il clima è familiare però la prima ora deve essere di scolarizzazione, i bambini devono abituarsi a stare seduti, devono abituarsi a interscambiarsi e accettarsi, perché anche tra disabili… non sempre… Hanno una buona capacità di adattamento, questo sì, e anche di accoglienza.

     E così abbiamo fatto queste 4 classi, abbiamo avuto il riconoscimento dal governo come Ong, e dopo abbiamo lavorato per avere anche il riconoscimento dal Ministero dell’Educazione in quanto il nostro si chiama “Centro Educativo per Disabili Mentali”. E noi per avere questo abbiamo dovuto fare domande, portare i curriculum, i progetti anno per anno al Ministero della Salute e dell’Educazione, che sono un po’ tutti insieme. Ecco, questa è un po’ la struttura.
     Poi abbiamo un medico pediatra che tutti i sabati viene a visitare i bambini. Là il giorno di festa è il venerdì, poi dal sabato tutta la settimana normale fino al giovedì. I ragazzi sono trenta, vengono la mattina alle 7.30 fino alle 2 e mezza del pomeriggio. Quelli un po’ più lontani, sei o sette, si vanno a prendere con il pulmino che abbiamo e si riportano dopo terminata la scuola.

Ecco, aggiungeva a questo interessante excursus, soprattutto per i nostri connazionali all’estero che sono praticamente sparsi in tutto il mondo, non particolarmente presenti in Asia e nella parte dell’Afghanistan, ma sicuramente intorno a questi grandi paesi, volevamo sapere: questo suo impegno per l’associazione in Afghanistan è ormai diventato una sua scelta di vita?

     Dunque, noi come religiosi siamo mandati e poi torniamo anche indietro che è, non dico la difficoltà, ma noi siamo religiosi e pertanto dobbiamo vivere in comunità. Io vivo solo là. Perciò mi devo lavare, stirare, far da mangiare, ecc… perché la comunità delle suore, sono donne, è una loro comunità, dove io vado la mattina in una stanzetta, dove nessuno entra e lì celebriamo la messa. E basta. Io ho vissuto quasi un anno al centro, c’era una stanza, poi è stato fatto dal padrone un appartamentino e io sto lì. Una stanza dell’appartamentino è adibita per la fisioterapia dei bambini, per non fargli fare le scale, sono disabili.

Nel renderci conto del clima assolutamente inospitale per quanto riguarda il regime politico e, diciamo, il regime obiettivo di non tranquillità, i sacerdoti, come diceva prima, come sono visti da parte degli abitanti e delle strutture politiche afghane?

     Prima di tutto nessuno sa che ci sono sacerdoti, ce n’è uno solo in ambasciata. Perché da quando il re riconobbe l’Afghanistan 74 anni fa, il re diede il permesso di costruire una piccola chiesetta con un solo prete senza fare discepoli. Perciò preti in Afghanistan… anche se adesso ce n’è qualcuno… io sono stato il secondo, dopo di me sono arrivati i Gesuiti e sono stati mandati a Herat.

     Perciò la gente non sa che siamo preti, non sa che siamo cristiani, non sa che siamo cattolici… Credo che la difficoltà, proprio in un paese totalmente islamico, è questa impossibilità di testimoniare quello che uno è. Però potrebbe sorgere la domanda, perché molti parrocchiani, molte persone dicono “ma che ci vai a fare laggiù?”. E allora qui ci agganciamo a quello che il Papa volle: noi siamo lì a seminare delle gocce o, se vogliamo, degli atti di bontà e di carità che forse il signore dopo duecento o trecento anni forse farà fruttificare; però noi siamo lì solo per la carità e la carità non ha distinzione né di razza né di religione; per noi cristiani è una conseguenza: il fatto di essere cristiani dobbiamo amare tutti.

Padre, ci sono delle ritorsioni o comunque, come dire, un’opera da parte degli organi di sicurezza da parte dell’Afghanistan, di rivalsa nei vostri confronti, o comunque di punizione o comunque di controllo severo….

     No, per ora no. Noi teniamo, come si dice, il livello molto basso. Perciò noi con le famiglie dei bambini abbiamo tre incontri annuali e vengono tutti. Certamente all’inizio sono stati a guardare: “cosa fanno questi?” Anche perché vedono che non siamo dei loro, siamo europei. E diciamo che la stima, almeno per tutta la cerchia che è vicina a noi è grande, anche perché noi dopo diamo tutto, se abbiamo indumenti…
     Io vado spesso all’Isaf che c’è a Kabul, ho incontrato anche dei generali italiani. Perciò loro distribuiscono molti giochi, vestiti, coperte, ecc., che mi faccio dare in abbondanza e distribuisco non solo ai bambini e alle famiglie ma anche a chi ci sta intorno… Ecco questo è un gesto… ecco, lì ti giudicano solo per i gesti che fai… essere molto aperto, accogliente…

I bambini e gli altri che frequentano la missione, quanti di loro poi rimangono, diciamo, affezionati come struttura a questa iniziativa cattolica (perché sappiamo, è un termine che non si può usare in Afghanistan), ma, diciamo, quanti diventano poi cattolici?

     Ma, se dall’Islam qualcuno diventa cattolico deve scappare dal paese perché rischia la vita. Assolutamente.

Questo, quindi, rende ancora più profondo lo scopo della vostra missione…

     Certo, perché è proprio questa vita “difficile”, perché proprio dobbiamo lavorare in incognito. Io vado anche al Ministero, per i rapporti che ci sono: Mr James e basta. Tutto lì.
PBK, adesso ormai mi conoscono così, sono del PBK; quando entro dal viceministro, dicono: PBK. Ecco, questo è. Sono venuti a visitarci, hanno pranzato da noi, anche un viceministro… adesso è visto, il nostro centro, proprio come fiore all’occhiello per il governo. Infatti mandano le insegnanti per vedere come si fa, come teniamo, anche perché normalmente le loro classi sono di quaranta, cinquanta o sessanta alunni… ciò che per noi è inimmaginabile.
     E poi adesso, invece, da uno o due anni a questa parte, l’Unesco e l’Unicef con il governo, Ministero dell’educazione, stanno cercando di dare una inquadratura a tutto il problema educativo. Lì c’è questo progetto chiamato “Inclusive Education” cioè tutti i bambini, normali e non, con handicap, hanno diritto ad avere la scuola, sia maschi che femmine… perché noi sappiamo che lì le donne… in città vanno, ma nelle province non permettono alla donna di andare a scuola. E da noi, con sette, otto bambini in classe, sono curati proprio personalmente con una scuola, se così vogliamo dire. Il nostro scopo è di prepararli a poter entrare nella scuole pubbliche.
     Magari vengono da noi già a 8 anni e non sanno tenere neanche la penna in mano. Noi dobbiamo instradarli e dare il minimo. Noi, a dicembre scorso ne abbiamo promosso, se così vogliamo dire, sei. Gli abbiamo dato uno zainetto con dentro matite, colori, penne, quaderni e sono entrati in una scuola pubblica.
E l’addetto al Ministero dell’Educazione ha voluto sapere in quale scuola si sono iscritti,
perché vuole andare vedere se le insegnanti continuano nel curriculum formativo o
li abbandonano…perché questo è molto facile.
                                                                                                                                                          

Leggiamo dal dépliant dell’Associazione che Giovanni Paolo II nel messaggio natalizio del 2001, appunto, invitò il mondo a riflettere sui seicentocinquantamila bambini dell’Afghanistan. Oggi immagino sono molti di più questi bambini…

     Sono molti di più e noi nella riunione che abbiamo fatto con l’Unesco e l’Unicef, la statistica ultima, perciò dicembre, riporta che il 23% dei bambini dell’Afghanistan hanno l’handicap. Ed è un numero molto elevato. E ci sono quelli rovinati dalle mine, ci sono i macrocefali, ci sono i down…
     Perché? Perché la cultura dell’Afghanistan, ancora oggi, è concepita che la famiglia più è numerosa più è forte. E per diventare numerosa si sposano tra consanguinei. Noi sappiamo che questa è una causa. Io avevo un medico prima, con cinque figli, la moglie ingegnere, e abbiamo discusso di questo: “ma dottore lei conosce?”“E’ la nostra cultura e su cinque figli io ho avuto una figlia….” Sono il 23%, sono tanti.

     Poi sono tanti che non vanno a scuola, si parla di un 30-35% che non vanno a scuola, anche perché nelle famiglie numerose (e sono quasi tutte numerose) il primo compito è quello di trovare il riso da mangiare ogni giorno. Perciò vedi bambini… quello che fa impressione, bambini e adulti passano nell’immondizia (là non ci sono i cassonetti, là ci sono i mucchi) e dalla mattina alle cinque fino alla sera hanno delle grandi biciclette con delle ceste di sacco dove raccolgono di tutto, plastica, lattine di coca-cola vuote… Ho visto le nonnine, le vanno a portare e ricevono quei soldi per comprare un chilo di riso, forse due chili…

Quindi un’estrema povertà…

     Esatto. Certo ci sono i ricchi, perché quelli che hanno le case le affittano. E le affittano a queste organizzazioni internazionali e ci pelano. Noi ne abbiamo tre, abbiamo il centro dove abbiamo otto/nove stanze, perché quattro sono le classi, poi c’è una fisioterapia, una sala per il pranzo, c’era solo un bagno, adesso ne abbiamo fatti costruire cinque fuori… Noi tra quella, l’appartamentino e la casa delle suore: 2.500 dollari al mese. Poi lì si aggiunge anche il 20% di tasse… e poi la corruzione è pazzesca…

Quindi c’è una grande corruzione?

     I miei episodi poi, va be’…
Noi paghiamo normalmente seicento afghani, cinquanta afghani fanno un dollaro, più o meno, e un mese mi arriva il libretto di 23mila. Era estate, non si accende neanche l’elettricità… e allora ho fatto le mie rimostranze: il contatore della luce è chiuso in una cabina, solo noi dello staff abbiamo la chiave. Probabilmente un amico loro doveva costruire qualcosa e si è attaccato a noi.
     Poi ci aveva dato quasi la soluzione: ha detto, va be’ datemi il libretto e con la scolorina ha cancellato e ha scritto 1.000. Noi felici abbiamo dato mille. No, dice, e le ventiduemila a me… Abbiamo dovuto dare ventiduemila in tasca a lui.
     Siccome bisogna stare attenti, allora ho detto questa volta è passata così, la prossima, mi dispiace vado al Ministero, perché non è possibile. Io sono andato a pagare i mille dollari per il riconoscimento dell’Ong; mentre contava, il cassiere dice: e a me cosa mi da?

Quindi una corruzione capillare?

     E allora io ho detto, no guardi io dollari non ne ho e me ne sono andato. Il mio traduttore ha dovuto dare una “mancia” pari a sei dollari.
Questo c’è in tutte le cose, in tutte. Non parliamo del governo. Ecco perché i soldi che hanno ricevuto… doveva essere un giardino stupendo, Kabul.

E invece non è così…

     Non arrivano neanche a palazzo… Anche come si sa, si dice che loro comprano case a Dubai… Poi fanno delle belle ville lì… che affittano. Lei immagini quelle che hanno affittato a noi vengono trentamila dollari l’anno, in un paese del genere se ne costruiscono altre….

Non so se questa domanda, deciderà poi se affrontarla. Sappiamo che l’Afghanistan è un territorio in cui i commercianti di droga, ovviamente, soprattutto dell’oppio, fanno quello che fanno. E sappiamo che poi purtroppo viene distribuita in tutto il mondo tramite i circuiti più criminali. Ecco, voi che lavorate direttamente sul territorio, che conseguenze pagate di questa pesante situazione?

     Noi direttamente niente. Noi sappiamo che il 92% dell’oppio mondiale parte dall’Afghanistan. Ci sono le tribù, ci sono queste grandi famiglie, che anche il popolo che lo produce vive nella miseria… e credo che vada anche molto ai talebani…
     Adesso purtroppo nell’ultimo anno, diciamo, le bombe sono aumentate, il benvenuto che avevano dato all’inizio alle forze Nato e soprattutto alle forze Isaf adesso si sta traducendo in una maledizione, perché vogliono che tutti se ne vadano. Ormai sono saturi. Perché? Soprattutto nell’ultimo anno ci sono stati più di duemila morti, non solo i talebani ma anche i civili e i bambini. Perché? Perché i talebani, così dicono, vanno a nascondersi nelle case…. poi quando passa la Nato, case o non case, lì… e naturalmente questo nella gente… perché poi vedono, la gente non va a vedere che c’erano uno o due talebani, vede che i bambini l’avete ammazzati, le mogli sono state uccise, le donne… e questo crescendo veramente diventa molto difficile. Penso poi che si sa, che ne arriveranno altri trentamila… sarà una cosa molto seria.

     E un altro problema che si vedrà nei prossimi mesi è l’elezione del nuovo presidente perché Karzai ha già fatto due mandati e per costituzione non può essere rieletto. Pare che abbiano tentato di volerla correggere, e dovrebbe essere adesso. Ultimamente, prima che io partissi, avevano quasi deciso di farla ad agosto, ma molti capi tribù sono assolutamente contrari. Adesso ho letto sui giornali, in questi giorni, che invece forse si farà ad aprile. Comunque anche lì sarà un test molto difficile. Anche perché non sai, loro sono dentro… la dimostrazione l’hanno data in queste ultime settimane, ultimi giorni, quella di entrare nei ministeri… hanno portato le bombe nei ministeri. E sì, Ministero dell’Educazione, Ministero della Finanza, dell’Economia… così ti dicono: io ci sono! E questo è un problema molto forte.

     Poi avevano fatto l’attacco, quando stavo giù io, all’ambasciata dell’India, poi l’ambasciata tedesca… o vicino… Quello che fece molto scalpore nel mondo fu all’Hotel Serena, uno dei migliori alberghi fatti dall’Aga Khan, ai tempi… veramente un lusso che noi neanche ci immaginiamo… e sono entrati dentro e hanno ammazzato cinque o sei persone… e ci sono tre check-point prima di entrare!… perché noi siamo andati per altre manifestazioni, tre volte; ti vedono la macchina, sotto le ruote, gli specchi… loro si travestono anche da militari… capiscono che finché chiedono quelli col mitra o i kalashnikov, entrano, e a quelli che hanno trovato gli hanno sparato…

Quindi un paese in mano a loro, praticamente?

     Si dice che sia il 70%, poi sa anche qui le statistiche… comunque noi sappiamo che loro stanno in città a Kabul. Dove stiano… perché poi non è che ce l’hanno scritto in fronte. Loro sono lì, per fare questi attentati preparati ad hoc… bisogna avere un’organizzazione prima di tutto, e poi tanta corruzione…

Tanta corruzione. Si regge prevalentemente su questo. Mi perdoni, un’ultima domanda, padre. Per quanto riguarda sostanzialmente l’aiuto, oltre in Italia, con il discorso del 5 per mille che tutti noi dovremmo destinare Pro Bambini di Kabul, che cosa realisticamente si può fare per sensibilizzare l’opinione pubblica italiana e mondiale su questo tipo di problematiche?

     Sì, noi con il 5xmille, ma a prescindere da quello che ancora non c’è un gran che, noi abbiamo un budget annuale di 120mila dollari (noi qui abbiamo dollari Usa) che saranno un centomila, centocinquemila euro. 120 mila dollari per l’amministrazione che abbiamo: le guardie, 24 ore su 24 al cancello, insomma, perché non possiamo andare… non armate, eh, da noi assolutamente… abbiamo il cuoco, abbiamo il medico, abbiamo la donna di servizio, le due insegnanti. Mentre all’associazione, lì sono gratuitamente, nessuno di noi prende stipendio. Solo i lavoratori esterni.

E quale è secondo lei l’approccio giusto per sensibilizzare la parte di coloro che fossero interessati e ovviamente propensi ad aiutare l’evolversi di questo tipo di associazione e comunque potenziarla?

     Sì, io credo che adesso anche per noi è un problema. Perché quando questi ragazzi avranno raggiunto 12 o 13 anni, anche noi ci stiamo ponendo un problema esistenziale. Cosa fare? Chi entra nelle scuole, ok, e chi non riesce ad entrare, dopo dodici, tredici anni dovrebbe essere mandato a casa. Il che vuol dire regredire e buttare all’aria tutto il lavoro educativo.

     Due o tre progetti ci sono, però noi abbiamo detto che questo secondo anno si deve consolidare pedagogicamente, strutturalmente. Però tre progetti li avremmo semplici:
primo: alcuni telai per far fare dei tappeti, logico non faranno tappeti da vendere, però il bambino almeno impara, perché sono disabili mentali non gravi;
poi l’altro sarebbe di creare un forno: perché là usano infornare su una pietra rovente, escono come delle pizze, il pane lungo, molto buono;
poi il terzo quello della sartoria, siccome anche lì sono più gli uomini che le donne che fanno i sarti.
     E allora anche questo, certamente sempre con un maestro, alla sartoria un maestro, uno che fa il pane deve essere uno che sa, e lo stesso ai telai, ed essere seguiti; perciò anche qui bisognerà pagare gli stipendi ai maestri e poi vedere se tutti i giorni o a giorni alterni, specialmente alla sartoria, insegnare non solo ai bambini ma anche alle loro madri, che insieme creano, perché là ci tengono molto.
                   Questi sarebbero tre progettini per i quali dovremmo avere adesso anche una piccola casa o, che ne so, dei garage per poterli fare, vedremo se lì vicino, noi vorremmo creare un po’ tutto vicino. L’idea era chiedere al governo un appezzamento. Così almeno i nostri soldi, invece che buttarli via in quel modo… capisco che se tu vieni via, rimane, però rimane una struttura… e allora avremmo potuto allargare, è un po’ difficile, però… Noi adesso abbiamo le case una dietro l’altra, e abbiamo un solo gate, un solo cancello in modo che noi abbiamo solo dei cancellini di intercomunicazione. E questo è già un unico padrone e ci ha alleggerito molto. Se lui ha una casa affianco e noi su questa casa affianco possiamo fare queste tre attività sarebbe una cosa meravigliosa perché da lì passerebbero di là e soprattutto il panificio renderebbe qualcosa, perché poi a questi bambini che lavorano bisogna dargli qualcosina, ecco, non dico uno stipendio ma qualcosa in modo che lo fanno anche con orgoglio e veramente si da un aiuto anche alla famiglia.

Padre, questi progetti di formazione sono compatibili anche con le iniziative dell’Unicef e delle Associazioni internazionali?

     No, sarebbe per noi, sarebbe nostro, perché l’Unicef sta battendo molto sulla formazione degli insegnanti e sui progetti educativi nelle scuole. Le nostre sono delle piccole voci; l’Unicef si parla di tutto l’Afghanistan. Perché il problema ogni volta che vado al Ministero è questo: perché solo a Kabul. Sapete quanto costa? Il personale, può darsi, lo potremmo prendere, perché l’idea nostra è quella di preparare persone del posto. Se dovesse succedere qualcosa noi abbiamo l’ordine di evacuare subito…

 

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