Stroncare la speculazione per combattere la crisi

di Angiolo Forzoni

     Qua là per il mondo, in qualche paese, tra cui l’Italia, si scorgono timidi segnali di ripresa economica, che vanno interpretati non tanto come punti di svolta, ma come punti di ancoraggio per non scendere ulteriormente nella china di una recessione oltre la quale, continuando la caduta dei valori, si precipita nel baratro della depressione vera e propria. Secondo L’Ocse, l’Italia ha realizzato nello scorso aprile la migliore tenuta e L’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, dice che la produzione industriale è risalita di un punto percentuale dal fondo in cui era precipitata.

     In altre parole, la recessione in Italia sarebbe terminata. Ora occorre risalire la china di un cammino che si presenta irto di difficoltà e anche di contraccolpi a causa anche della recessione che ancora imperversa nel resto del mondo. Ciò nonostante nei prossimi mesi la situazione interna dovrebbe migliorare in relazione anche agli impulsi che saranno trasmessi dai lavori pubblici, il cui moltiplicatore del reddito nazionale è elevato. Anche la ricostituzione delle scorte da parte delle industrie dovrebbe contribuire a ravvivare le attività economiche.

     Può darsi che dopo le ferie estive ci sia qualche contraccolpo sull’occupazione, ma poi, salvo imprevisti, l’autunno dovrebbe traghettarci su lidi più ospitali. Il 2010 dovrebbe essere l’anno della ripresa effettiva non soltanto in Italia, ma anche nel resto dei paesi economicamente avanzati. L’armamentario di politica economica, oggi ben più ricco di quello della crisi del 1929-33, ci consente di non disperare del futuro. Tuttavia per recuperare i livelli di reddito, di consumo e di occupazione in essere prima della crisi sarà necessario attendere il 2011, nella speranza che sia possibile superare al più presto gli squilibri economici e finanziari prodotti da troppi anni di speculazione planetaria.

     Si può sperare che il prossimo G8 de l’Aquila allontani i pericoli del protezionismo, le velleità di praticare politiche mercantilistiche e le tentazioni di guardare soltanto alle cose di casa propria, negando nei fatti gli aiuti e la cooperazione. Tra l’altro, sarà necessario rifinanziare gli stati da poco entrati nell’Unione europea e porre un freno all’invasione di prodotti cinesi, che dovrebbe essere contrastata con l’aumento dell’efficienza e della produttività del lavoro. Ma in questo caso si tratta di impulsi che richiedono qualche anno prima che si trasformino in equilibri di bilancia commerciale e di bilancia dei pagamenti. Intanto questa invasione crea chiusura di fabbriche e quindi provoca la disoccupazione. Nell’immediato serve un accordo commerciale che impedisca esportazioni in dumping, ossia sotto costo, ed esportazioni di prodotti di imitazione, fatti inoltre con materiali scadenti.

     La globalizzazione nel modo come è stata attuata si è rivelata una fonte di guai, anziché la panacea dell’equilibrio degli scambi, delle produzioni e delle remunerazioni, come si lasciava intendere all’opinione pubblica. È bene ricordare che il mercato lasciato libero a se stesso, ossia senza regole e senza argini, che non debbono essere superati ed entro i quali deve svolgersi la libera concorrenza, fa lavorare i fattori della produzione alla minima combinazione possibile e quindi crea squilibri e tensioni, come è accaduto con la crisi economica e finanziaria conseguenza del libero operare della speculazione selvaggia.

     C’è stato il grande equivoco che fosse possibile aumentare il reddito, la ricchezza in generale, l’occupazione e il benessere tramite la creazione di carta finanziaria speculativa. Da che il mondo è mondo la ricchezza è aumentata con il duro lavoro e il benessere è scaturito dall’aumento della produttività tramite le macchine, ossia lo sviluppo tecnologico e il progresso tecnico. E a queste sane regole occorrerà ritornare al più presto, tenendo presente che le esportazioni servono per pagare le importazioni e non per instaurare vecchie e deleterie politiche mercantilistiche.

     Sarà necessario stroncare sul nascere ogni tentativo di speculazione finanziaria. Oggi il pericolo che i timidi segnali di ripresa siano subito soffocati da nuove bolle speculative non è ipotetico. Pur in piena recessione mondiale, si assiste al tentativo di innescare una nuova corsa dei prezzi del petrolio, con i suoi derivati, e delle materie prime, tra cui il rame e lo zinco. Le banche d’affari, con i loro interventi diretti e con le loro previsioni, guidano la nuova speculazione, che da gennaio ad oggi ha prodotto un aumento del 50 per cento del prezzo del petrolio e del rame e di circa il 40 per cento per lo zinco, in presenza, preme ripetere, di un calo della domanda.

     Si dà la colpa alla solita Cina, che accumulerebbe petrolio, oro, materie prime nel timore che i prezzi possano aumentare per effetto dell’inflazione internazionale attesa. Si teme una svalutazione del dollaro degli Stati Uniti, con tutto quello che consegue, e l’effetto inflazionistico della generosa e abbondante immissione di liquidità da parte delle banche centrali per salvare le banche. Ora questa liquidità sarebbe gettata proprio dalle grosse banche d’affari in un vortice speculativo al fine anche di recuperare i valori immobilizzati nei titoli cosiddetti «tossici», dei quali le banche non si sono liberate che in parte.

     La nuova ondata speculativa nasce e si alimenta nella libertà incontrastata di creare titoli speculativi e di collocarli sul mercato. Sembra sia in atto una speculazione su nuovi titoli legati alle borse merci ed emessi dalle grandi banche d’affari, che manovrano, come si dice con linguaggio nuovo, il denaro «intelligente» e quello «stupido», ovvero lo smart money e il dumb money. Al posto degli strumenti finanziari future e option, attraverso i quali la speculazione aveva portato alle stelle il prezzo del petrolio, quello delle materie prime e quello dei generi alimentari, oggi si opera con il nuovo strumento denominato Exchange traded fund, ovvero Etf, che in parole povere non è altro che un indice di borsa sul quale si emettono titoli azionari di poche decine di dollari o di euro e quindi alla portata di tutti, massaie comprese. Anziché giocare al lotto si può giocare in borsa illudendosi di avere un mano un titolo rappresentativo di ricchezza. Non c’è limite all’emissione di questi titoli, per cui ben presto diventano titoli tossici.

     La nuova bolla parte sempre dagli Stati Uniti e precisamente dalla borsa merci di Chicago e di New York, da poco fuse nel nuovo ente denominato Cme Group. Il nuovo presidente degli Stati Uniti aveva promesso che avrebbe fatto luce sulle banche d’affari e si sarebbe adoperato per stroncare sul nascere ogni manovra speculativa. Fino ad ora non ha fatto niente, come del resto l’Europa. È lecito sperare che di fronte alla nuova ondata speculativa i «grandi», che si incontreranno a L’Aquila escogitino strumenti adatti a rendere trasparenti i bilanci delle banche, specie quelle d’affari, a regolamentare le borse valori e le borse merci in modo che non siano più bische vere e proprie, a impedire ai fondi pensione di investire in titoli speculativi. I controlli vanno estesi anche ai fondi cosiddetti «sovrani».

     Ma oltre queste e altre misure, occorre ritornare al più presto a un accordo per creare un nuovo ordine monetario internazionale, il solo strumento adatto a garantire l’equilibrio dei cambi valutari, degli scambi e dei pagamenti, una crescita economica ordinata e senza inflazione e, infine, arma vincente contro ogni speculazione. L’aggiustamento dei cambi conseguente alla crisi dovrebbe facilitare una loro nuova definizione e il superamento del concetto di aree monetarie, compresa quella dell’euro, che, come è noto, è una moneta senza stato e per di più è contro la storia.

 

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