Editoriale del Direttore

di Luciano Tommaso Gerace

     Ho visitato il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana al Complesso del Vittoriano – lato Aracoeli – a Roma. Il Museo, realizzato sotto l’alto Patronato del Presidente della Repubblica, dal Ministero degli Affari Esteri e in collaborazione con il Ministero dei Beni Culturali, è nato da poche settimane ed è stato inaugurato dalle più alte cariche dello Stato.

     Le mie impressioni non sono tutte positive, fatta eccezione per qualche interessante documento cartaceo, il resto mi ha lasciato molto perplesso. L’ambientazione malinconica accompagnata da una colonna sonora di struggenti motivi, ormai storici: da “Mamma mia dammi cento lire…” a “La porti un bacione a Firenze…”, a logori luoghi comuni della nostra emigrazione: le grandi precarie valige, il carretto musicale, il mandolino e l’immancabile fisarmonica e via dicendo…, appesantisce il visitatore, trasmettendogli una tale angoscia da non vedere l’ora di uscire.

     Una concezione di un capitolo della nostra storia ridotta a una rassegna di pittoreschi feticci, fra ricordi appannati e incerte collocazioni documentaristiche. Una ricostruzione che risulta essere ispirata prevalentemente da una idea retorica dell’emigrazione e quindi non storicamente scientifica.

     L’emigrazione non deve essere solo riassunta in un dramma, è vero che chi parte per un paese non suo, per una destinazione diversa da quella natale, viene profondamente sconvolto, ma è altrettanto vero che da recenti studi, gli emigrati non sono esclusivamente “le vittime del sistema capitalista”, ma autentiche risorse per le tradizioni, per la cultura, per l’economia del paese meta. Ecco, questo concetto, non lo si avverte visitando il Museo.

     Il dibattito sull’emigrazione, riscoperto dallo sbarco dei clandestini in Italia e dal voto degli Italiani all’estero, ha spinto molte regioni italiane a valorizzare, come meritano, i storici emigranti italiani e a considerarli come riferimenti, ma siamo già negli anni 2005/6, rompendo un silenzio inquietante fino allora. Una serie di saggi e di opere televisive e cinematografiche, vedi gli scritti di Paola Corti “Sulla emigrazione italiana e la sua storiografia: quali prospettive”, al recente libro di G. Antonio Stella “L’orda: quando gli albanesi eravamo noi”, al film di E. Crialese “Nuovomondo” del 2006 alle trasmissioni di “Carramba”, hanno messo in luce il valore dell’emigrazione nella società contemporanea.

     Avremmo voluto un Museo dell’Emigrazione Italiana, partecipato dal contributo di tutti, attraverso una consulta nell’ambito dei Ministeri degli Affari Esteri e dei Beni Culturali, composta da molte organizzazioni di emigrati, da forze e movimenti culturali, sociali e religiosi, dalle operanti fondazioni sul tema ad esperti, a singoli, oltre ai valorosi esperti che hanno fatto nascere il Museo. Invece ci siamo trovati, calato dall’alto, un Museo inadeguato per chiamarsi pomposamente il Museo dell’Emigrazione Italiana.

     Una discutibile trovata commerciale applicata impropriamente ad un pezzo importante di storia. Meno male che il Museo non resterà sempre al Vittoriano, nel suo spostamento spero sia recepito il dibattito critico in corso. L’ingresso gratuito e la ristrettezza delle poche sale espositive sono due dati positivi, meno positivi il costo del catalogo che è pari ad una rata di un grande elettrodomestico e l’alto prezzo dei gadget.
A chi vanno questi introiti?

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