Generazioni “a vita bassa”

     Ci troviamo spesso a dover parlare delle generazioni attuali con una sottile sprezzante sufficienza. Forse, chi come me, ha superato i cinquantanni, si aspetta di meglio, sbagliando. Ognuno ha vissuto la propria porzione di vita, facendo le proprie scelte ritenute giuste, ma sicuramente condizionate da una infinità di fattori: educazione, famiglia, scuola e quant’altro.

     La nostra vita è comunque condizionata dai medesimi fattori , solo che li percepiamo diversamente. Allora cosa è cambiato? Sicuramente il contesto storico ed economico. Certo, ci si stringe il cuore quando vediamo baldi giovani a la page con le braghe appena un po’ calate tanto da far intravedere le parti basse ma non molto tempo fa si portavano pantaloni stretti da non respirare, quindi le mode cambiano e si ripropongono, le generazioni si ripetono. Certo, pensare che queste saranno la classe dirigente del domani non è confortante , ma non è la fine!

     Per rimettersi in sesto, occorrerebbe chiedere di più alle "fabbriche di evasione" come televisione, cinema, internet . Occorrerebbe un “ritrovarsi” che parta inizialmente dalla scuola per abituare al confronto fra nuove e vecchie generazioni; non parto dalla famiglia, poiché le modalità di dialogo si confondono con l’affetto, con la confidenza e l’invadenza, con i malumori ricorrenti genitori-figli, vanificando ogni proposito dialettico.
     Del resto, anche il cinema italiano di questi ultimi mesi, ripropone con più insistenza i temi della famiglia con le trame del racconto piuttosto che di storie sentimentali. Si avverte quindi l’esigenza di parlare della vita di tutti i giorni, fotografandone emozioni e inquietudini. E siamo sempre più coscienti che il problema “rapporti con le nuove generazioni" è naturalmente comune alla società internazionale.

     Ricordo la recente affermazione di Thomas Friedman in un suo brusco editoriale sul New York Times rivolgendosi ai giovani americani: “siete troppo apatici, mettete da parte le email e i click del mouse e organizzatevi scendendo numerosissimi nelle piazze”. Friedman è stato l’organizzatore negli anni ’70 delle grandi contestazioni studentesche alla Brandeis University e indica anche una via d’uscita a questa “apatia giovanile” affermando che "l’America ha bisogno di una scossa di idealismo, attivismo e indignazione”.

Condividiamo anche noi , con le opportune "avvertenze per l’uso" nella società italiana.

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