Le interviste del Direttore

Intervista a S.E. Mons. Gianfranco Ravasi
Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura

Eccellenza, cos’è il Pontificio Consiglio della Cultura?

Il Pontificio Consiglio della Cultura può essere definito il dicastero vaticano della cultura che ha anche un suo aggregato in un altro dicastero che io presiedo, cioè la Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa. La funzione principale di questi due dicasteri è riuscire a stabilire un legame col mondo della cultura nel senso più vasto e attuale del termine, per esprimere e rappresentare in esso le domande fondamentali proprie della religione, della spiritualità e dell’etica.
Pertanto, i temi che vengono studiati sono molto variegati. Per quanto riguarda le sue origini, il dicastero è stato fondato da Paolo VI, accostato, perciò, ai grandi dicasteri vaticani tradizionali, come quello della Dottrina della Fede, la Congregazione per il Clero, e inizialmente aveva la funzione di Segretariato, più precisamente per il dialogo con i non credenti. Ora, invece, il suo spettro è molto più vasto e, come sempre accade per i dicasteri vaticani, l’orizzonte è universale, vale a dire che abbraccia tutta la Chiesa, con tutte le conferenze episcopali e tutte quelle istituzioni culturali che, in qualche modo, possono avere un dialogo sui temi della fede, della religiosità e della spiritualità.

Spesso la Chiesa ha problemi di comunicazione nell’illustrare l’opera di pacificazione e di promozione di tutte le forme di tolleranza per combattere l’odio di qualsiasi provenienza, come superarlo?

Questo effettivamente è uno dei problemi principali e proprio quest’anno, a novembre, organizzeremo un grande incontro di tutti i membri del nostro dicastero – vescovi, cardinali e consultori di ogni parte del mondo – che si interessano di problemi culturali. Lo faremo qui a Roma proprio sul tema del linguaggio – la comunicazione all’interno della Chiesa, perché i fedeli tante volte non percepiscono più il linguaggio religioso tradizionale –, ma sarà soprattutto un incontro con la cultura odierna: col mondo universitario, accademico e quello della comunicazione sociale.
L’apertura di questo grande incontro avrà luogo in Campidoglio alla presenza di autorevoli rappresentanti dei mass media. Ci sarà, tra gli altri, il direttore generale della televisione di Stato francese, un importante anchorman americano e un critico televisivo italiano. Nei giorni successivi, si svolgeranno vere e proprie lezioni su ogni tipologia specifica della comunicazione, tenute da importanti esponenti di questo campo. Per esempio, il linguaggio del cinema sarà illustrato da Wim Wenders, famoso regista tedesco; per quanto riguarda il linguaggio informatico, sarà il vicepresidente della Microsoft americana che verrà a insegnare la grammatica di questo nuovo genere di comunicazione. Noi riteniamo, infatti, che l’opera di pacificazione e promozione, come diceva lei, ma anche il messaggio cristiano debbano tener conto delle nuove forme espressive che sono del tutto inedite rispetto al passato. Basti pensare al linguaggio di internet.

Quali iniziative ha intrapreso il Pontificio Consiglio della Cultura sulla comunicazione?

Dovremmo dire, innanzitutto, che il nostro lavoro in questo ambito si muove sostanzialmente su una serie di capitoli diversi, che qui elenco soltanto per rendere l’idea della complessità dei fenomeni che ci interessano. Il primo capitolo riguarda il tema del rapporto tra fede e scienza. Pensiamo ai temi dell’evoluzione biologica, della cosmologia o delle neuroscienze, argomenti, questi, che esigono un linguaggio specifico, l’uso di un linguaggio scientifico e un dialogo ad alto livello.

Il secondo capitolo concerne il dialogo con i non credenti, con il mondo dell’ateismo, o per meglio dire della secolarizzazione e dell’indifferenza religiosa. Sulla scia dell’invito di Benedetto XVI nel discorso alla Curia Romana, abbiamo costituito una struttura denominata “Cortile dei Gentili”, attraverso la quale cerchiamo di dar vita a un dialogo e a rapporti permanenti attorno ad alcuni temi su cui potersi incontrare e collaborare. Abbiamo intenzione di organizzare un primo grande evento a Parigi, città in un certo senso simbolo della laicità francese. Adesso siamo in cerca di una sede che potrebbe essere, ad esempio, il Collegio dei Bernardins dove è stato Benedetto XVI, ma c’è anche la possibilità di farlo alla Sorbona o al Senato francese, così da avere uno spazio quasi neutro in cui possono incontrarsi quanti desiderano interrogarsi sui grandi temi ultimi e non solo su questioni come pace, ecologia, giustizia sociale, su cui c’è già una sorta di accordo, ma anche su vita, morte, aldilà, dolore, bene, male, anima, neuroscienze, legge naturale. Sarà una sorta di laboratorio permanente con personalità del mondo della cultura di tutti i paesi del mondo. Inizialmente a Parigi abbiamo intenzione di invitare una grande figura non credente (accanto a una credente, s’intende) della Francia, in questo caso sarebbe Julia Kristeva; quindi della Germania, dell’Inghilterra, dell’Italia e della Spagna, in attesa di poter poi estendere tali esperimenti ad altri paesi e continenti come Stati Uniti, Asia e Africa.

Il terzo tema, che sicuramente può sollecitare la necessità di un nuovo linguaggio di comunicazione, riguarda l’arte, il linguaggio dell’arte. Il 21 novembre 2009 ha avuto luogo l’incontro del Papa con gli artisti nella Cappella Sistina. Adesso questo discorso va avanti soprattutto tenendo conto di alcuni ambiti precisi: per esempio, stiamo sviluppando molto il dialogo con il mondo del cinema, dove l’interesse è particolarmente vivo. A Guadalajara in Messico, abbiamo fondato una scuola di cinematografia che ha un triplice rapporto con New York, con la New York Film Academy – che tra l’altro è di matrice ebraica (Woody Allen) – e con gli Universal Studios di Los Angeles dal punto di vista tecnico. Inoltre, qui a Roma, patrociniamo un festival del cinema spirituale intitolato “Tertio Millennio”, che vede ormai la partecipazione di molti paesi, perfino musulmani.

L’ultimo tema al quale volevo fare riferimento, per quanto riguarda il linguaggio, tocca i cosiddetti paesi o culture emergenti. Non si tratta di culture recenti, sono al contrario antichissime, ma rispetto alla stanca Europa si ritrovano oggi sulla cresta dell’onda. Pensiamo all’Asia, in particolare alla Cina e all’India, o all’Africa. Adesso studiamo la possibilità di avere contatti con la Cina continentale che non riconosce la Santa Sede e viceversa – quindi qualche problema diplomatico da risolvere –, mentre in Africa, forse verso la fine dell’anno, organizzeremo un grande convegno di tipo culturale che affronterà alcuni temi urgenti e vedrà la presenza del maggiore scrittore africano, il nigeriano Saro-Wiwa, e anche quella di Kofi Annan. Quindi, una serie di articolazioni molto differenti.

In che modo vengono utilizzate le tecnologie comunicative più diffuse come la radio, la televisione e internet?

In tale contesto, poiché siamo un dicastero vaticano, per ora abbiamo le strutture di cui il Vaticano dispone: il sito della Santa Sede, il Centro Televisivo Vaticano, Radio Vaticana e la Sala Stampa. E poi internet, naturalmente. Penso, però, che proprio il discorso che faremo globalmente a novembre sul linguaggio ci permetterà di dare delle indicazioni a tutte le conferenze episcopali del mondo – per questo è interessante anche un giornale come il vostro – affinché esse lavorino e ci diano a loro volta indicazioni per poter lavorare nelle loro strutture. Oggi, infatti, non solo negli Stati Uniti esistono potenti e complesse strutture, ma anche, per esempio, il sistema radiofonico cattolico in Africa o in America Latina è estremamente ramificato ed è l’unico mezzo a disposizione. Noi, allora, non dobbiamo partire qui da Roma, ma lavorare sulle realtà locali. Sarà questo il compito principale.

Sulla base delle molte comunicazioni ricevute dai nostri connazionali all’estero, ci siamo resi conto che gli immigrati si sentono ai margini di una cultura oggi monopolio di gruppi, lobbies che esalta solo i vincenti a scapito dei più deboli. Lei cosa ne pensa?

Questa è una considerazione che ritengo particolarmente significativa e importante. Dico importante per la stessa madre patria, cioè per l’Italia, che ora ha questi problemi all’inverso, ossia ha immigrati che devono essere tutelati e, al tempo stesso, devono essere integrati, con tutti i problemi che ciò comporta. Per quanto riguarda, invece, gli italiani che sono nel mondo, sulla base dell’esperienza che ho fatto personalmente viaggiando – per via dei dicasteri che presiedo, pur restando in origine sempre italiano, mi ritrovo una doppia cittadinanza – devo dire che ormai gli immigrati italiani all’estero hanno raggiunto una loro collocazione significativa in quasi tutti i paesi. Alcune volte li trovo presenti persino in strutture di rilievo. L’ho constatato durante visite di Stato, invitato dal mio omologo, il ministro della cultura. Per esempio, ho incontrato un capogabinetto di origine italiana che magari sa ancora parlare l’italiano. Rimane, tuttavia, un problema che in questo caso forse riguarda più l’Italia e che io chiamo non tanto della multiculturalità – la multiculturalità è un dato oggettivo al quale non ci si potrà sottrarre perché ormai i flussi migratori e i contatti culturali sono inevitabili (la globalizzazione, bene o male, vuol dire anche questo) –, quanto del passaggio dalla multiculturalità all’interculturalità, che è dialogo tra forme espressive diverse. E il dialogo presuppone un elemento che oggi sta ritornando e talvolta bussa alla porta in maniera addirittura sgangherata. Si tratta del problema dell’identità: non è possibile dialogare con una persona che non ha un proprio volto.

L’Europa, purtroppo, si trova in questa situazione di fronte a paesi, culture e nazionalità che arrivano con i loro tratti molto marcati, non dico fondamentalisticamente, tuttavia decisi e forti (basti pensare al mondo musulmano) e si incontrano con identità ormai stinte e ingrigite. Il risultato è che, alla fine, o si adotta lo scontro, perché si ha paura e si è incapaci di difendere le proprie ragioni, oppure si sceglie l’assoluta indifferenza o la superficialità. A questo punto è necessario un lavoro importante che è quello di conservare la propria identità, mantenendo sempre le proprie radici, la propria fede, riconoscendo però l’importanza del dialogare e dell’integrarsi nel tessuto in cui ci si trova. Questo è il problema dell’interculturalità, che a quanto pare all’estero, più che in Italia, è ormai vissuto e affrontato con una certa serenità ed elasticità. Io ricorro spesso a un’immagine che considero piuttosto significativa: invece del duello tra le varie identità, occorre riuscire a costruire un duetto, dove il soprano e il basso, che sono due voci antitetiche, generano armonia, come accade nelle opere in musica. Non si tratta di imitare gli islamici o addirittura diventare musulmano o viceversa, ma di mettersi all’ascolto delle altre culture e religioni per conoscerle e capirle veramente.

Molti nostri connazionali all’estero lamentano una scarsa disponibilità delle Chiese di appartenenza ad ascoltarli, cosa fare?

Devo dire che il problema è abbastanza sentito e andrebbe approfondito seriamente. Vorrei fare solo un esempio concreto: la questione della messa domenicale in lingua. Quasi tutte le grandi diocesi cercano di venire incontro a questa esigenza. A Milano, come a Roma, le varie comunità – tanto per fare un esempio, quella filippina – hanno la propria chiesa dove è possibile celebrare la messa nella lingua di origine. L’arcivescovo di Houston, il cardinale Di Nardo, recentemente mi diceva che nella sua diocesi americana ogni domenica si celebrano messe in sedici lingue diverse, e la comunità italiana mi pare che abbia tre parrocchie. Pensiamo al fenomeno che non riguarda gli italiani, ma la massa notevole, negli Stati Uniti, degli Spanish, quelli di lingua spagnola. Quando andavo a New York, di solito dicevo messa in una parrocchia vicino a Central Park. In questa parrocchia, in passato, ricevevo un bollettino di 50-60 pagine che adesso è online; un tempo era tutto in inglese, adesso 40 pagine sono in inglese e 20 in spagnolo.

Credo che così si arrivi a creare una certa sensibilità, proprio perché, contrariamente all’idea secondo la quale la globalizzazione era la scelta vincente, radicale e assoluta, oggi i sociologi e i politologi sono più inclini a parlare di glocalizzazione, cioè di qualcosa di universale, di globale, come il linguaggio televisivo o l’economia. E in questo nuovo contesto, le diverse identità sorgono e si affermano, e ciò vuol dire, quindi, che le località sono significative. Cercheremo di darci da fare anche noi, di sollecitare le varie chiese locali non soltanto per quanto riguarda la messa domenicale, ma anche per promuovere sempre più l’accoglienza all’interno della diversità delle comunità.

Qual è la situazione della cultura in Italia?

In Italia, purtroppo, la cultura risente, per certi versi, della situazione socio-politica. Non vorrei entrare nel merito del problema, desidero limitarmi a far notare almeno tre mancanze fondamentali, o meglio, tre elementi che non vengono sviluppati a sufficienza eppure fanno parte del vero concetto di cultura. Il termine “cultura” è nato nel Settecento europeo e si riferiva all’aristocrazia intellettuale, concerneva la filosofia, le arti e via dicendo. Oggi, invece, il concetto di cultura è tutt’altro: è trasversale e si applica a tutte le manifestazioni antropologiche significative ed elaborate. Ciò vuol dire, ad esempio, che la stessa economia è cultura e, quindi, i fenomeni economici vanno studiati tenendo conto anche della loro rilevanza culturale. Come conseguenza, nell’odierna temperie culturale, si avverte una mancanza di etica. La sensibilità etica propria del passato è sempre più in crisi, anche se non è esatto parlare di immoralità pura e semplice – in fondo l’immoralità c’è sempre stata –; attualmente si constata piuttosto un’amoralità, un’indifferenza assoluta ed è qui veramente il problema etico.

Il secondo elemento è rappresentato dal problema estetico. Basti pensare alle brutture di certi quartieri soprattutto nelle città più grandi; ma anche nello stile, nel comportamento, l’estetica è quasi assente. La politica, poi, col suo vociare continuo, ci offre quotidianamente esempi a conforto di questa tesi. Come terzo elemento, parlerei di mancanza – e non solo in Italia, ma un po’ ovunque – di progettualità alta, ossia di grandi idee, di ampio respiro. Si vede soltanto il piccolo cabotaggio. Come diceva Antoine de Saint-Exupéry, il famoso autore de “Il Piccolo Principe”: «Se io devo formare un navigatore, non devo insegnargli soltanto come si costruisce la barca, devo conoscere le carte nautiche, devo instillare in lui il senso dell’infinito, del mare spazioso ed immenso». Pertanto, la politica, la società e la Chiesa stessa devono avere il coraggio di proporre quei temi ultimi, quelle grandi visioni d’insieme, per allontanare il pericolo che ogni cosa immiserisca. Tutti hanno festeggiato la morte delle ideologie, ma con le ideologie defunte si corre oggi il rischio di far morire anche le idee, specialmente le grandi idee. Comunque, non ci limitiamo a dare giudizi negativi, l’importante è lanciare un appello affinché si ritorni all’etica, all’estetica, perfino all’utopia, alla grande progettualità.

La sua proposta di una presenza della Chiesa alla Biennale di Venezia è indice di sensibilità e di apertura al moderno o è una spinta per far emergere le tante tragiche conseguenze di una società in bilico tra consumismo ed emarginazione?

Certamente è un modo di esaltare e riprendere quel dialogo interrotto tra fede e arte, dialogo che abbiamo voluto rinnovare, il 21 novembre 2009, con l’incontro del Papa con gli artisti. L’arte, infatti, se ne è andata per conto suo e così pure la Chiesa col risultato che tutti vediamo: da una parte, brutte rappresentazioni artistiche, mentre dall’altra l’arte che diventa autoreferenziale, tanto da chiedersi legittimamente chi è che capisce veramente l’arte contemporanea. E non solo autoreferenziale, ma anche esoterica, se non effimera: si pensi alla performance, cioè all’opera d’arte vista solo come atto, gesto, comportamento, oggetto che alla fine si distrugge. Questo è impoverimento dell’arte che ha perso i grandi temi, i grandi soggetti, le grandi figure, le grandi narrazioni e i grandi simboli. L’arte ha bisogno di ritornare a dialogare con la fede e col suo patrimonio, costituito da venti secoli di storia.

Per questo, la Biennale di Venezia non vuol dire necessariamente tornare a fare arte sacra o arte liturgica, ma cominciare a far emergere le tragiche conseguenze derivanti da due termini – bruttezza e bruttura – che in italiano sembrano sinonimi, ma in verità esprimono due significati diversi. La bruttezza è estetica, mentre la bruttura è etica. È necessario riportare in auge il tema del bello, anche trascendente, che è proprio dell’arte, come lo è già della fede: l’arte, infatti, non rappresenta il visibile, essa ha il compito di rappresentare l’invisibile. Ritornare a tutto ciò significa creare veramente un mondo diverso. Io ricorro spesso ad un esempio concreto: il ragazzo che nel Trecento camminava per le strade di Siena vedeva quei meravigliosi palazzi medioevali; un ragazzo di un quartiere romano – diciamo Cinecittà – o della periferia di qualsiasi altra metropoli, che esce e vede brutte case, che non ha davanti niente se non un’aiuola spelacchiata, arriva poi in centro e trova i grandi monumenti di Roma che imbratta solo perché nessuno l’ha educato mai all’idea della bellezza. Perciò, proporre un dialogo con l’arte contemporanea su una tribuna così importante, come la Biennale di Venezia, vuol essere un primo passo per tentare questa riflessione.

Cultura ed evangelizzazione: come ritiene sia possibile sviluppare il dialogo interreligioso e portare alla conversione molti non credenti?

Prima di tutto vorrei ricordare che esiste un dicastero vaticano creato proprio per il dialogo interreligioso, e c’è un altro dicastero per l’unità dei cristiani. Quindi, il tema del dialogo è fondamentale nella struttura ecclesiale, con tutte le difficoltà che ciò comporta perché, come dicevamo prima, ognuno deve conservare la propria identità, le proprie tradizioni: l’importante, però, è conoscersi e comprendersi. Il dialogo, dunque, va avanti, sia pure tra alti e bassi. Giorni fa si è spento Tantawi, l’imam dell’Università Al Azhar del Cairo, un uomo che ha partecipato intensamente al dialogo interreligioso e che anch’io ho incontrato. Personalmente ho ricevuto più di una volta delegazioni culturali iraniane desiderose di stabilire un dialogo interculturale e quindi interreligioso.

Un problema più specifico e delicato è, invece, quello della conversione. Di solito non usiamo mai questo termine, perché ha una connotazione negativa legata al passato quando avvenivano conversioni forzate. Secondo me, è fondamentale riuscire a mostrare come il patrimonio, la tradizione, l’eredità culturale religiosa, in particolare quella cristiana, sono talmente alte da non poter essere ignorate neppure da un non credente. Anche colui che non si converte ha il dovere di riconoscere il valore e l’importanza dell’eredità cristiana. Diceva Eliot, il grande poeta di origine americana vissuto in Inghilterra, che noi non conosciamo, non teniamo viva questa eredità, non riusciamo neppure a capire Voltaire e Nietzsche, che hanno negato il cristianesimo. Ma se non conserviamo questa eredità, perdiamo la faccia, non abbiamo più un nostro profilo. Gli stessi dieci comandamenti, anche se vengono violati, rimangono pur sempre un punto di riferimento capitale. Allora, prima di pensare all’eventuale conversione dell’altro, è necessario proporre questo grande patrimonio che reca i nomi di Agostino, di Tommaso d’Aquino, di Pascal, di Dostoevskij, e che ha avuto un ruolo essenziale nella storia della cultura e dell’arte. Bisogna mostrare come da questo profondo messaggio non sia possibile prescindere, con esso prima o poi occorre confrontarsi, ovviamente con esiti diversi senza escludere tra l’altro un rifiuto cosciente. Io direi che questo è il tema principale di una pastorale moderna.

L’economia condiziona le profonde istanze della religiosità? Esiste una “globalizzazione religiosa”?

Per quanto riguarda l’economia, noi ci stiamo interessando al problema sulla scia di alcune importanti figure premio Nobel in campo economico, le quali hanno proposto un modello umanistico di economia, vista non soltanto come tecnica monetaria, dei mercati, modellistica di sviluppo, ma anche come una vera scienza, come una legge che regola la convivenza nel mondo attuale. I problemi della fame, per esempio, sono anch’essi economici e devono essere considerati allo stesso livello della moneta. Tale discorso naturalmente – mi riferisco all’enciclica di Benedetto XVI, “Caritas in Veritate” – esige che l’economia non vada considerata soltanto come un ambito autosufficiente e autoreferenziale che non ammette nessuna interferenza di tipo filosofico, etico o religioso. L’economia non deve dimenticare il ruolo dei valori umani. Pertanto, se l’economia in un certo senso può condizionare la religiosità, io direi che anche la religiosità deve in qualche modo condizionare l’economia. Le religioni, infatti, non sono soltanto adesione personale, ma anche impegno esistenziale, sociale, storico e, all’interno di tutto ciò, hanno bisogno di strutture. Non deve, perciò, scandalizzare il fatto che le chiese hanno delle strutture economiche, perché questo fa parte della loro vita, della loro missione. Le anime sono impastate insieme ai corpi, quindi se devono svolgere attività caritative, socialmente utili, le chiese devono ricorrere necessariamente all’economia.

Quand’ero a New York e a Chicago, era impressionante vedere, verso l’ora di pranzo o cena, lunghe file di disoccupati o di stranieri dirette verso una chiesa o talvolta verso una sinagoga o una moschea. È fin troppo evidente che questo aspetto presuppone un serio impegno anche economico. Vorrei sottolineare una reciprocità importante: la Chiesa non può lasciarsi alla fine condizionare dall’economia così da tradire i suoi valori e, d’altra parte, come già dicevamo, l’etica non deve essere mai ignorata o dimenticata dall’economia.
Concludo con la questione della “globalizzazione religiosa”: c’è da dire che oggi il vero problema è la globalizzazione secolaristica o più semplicemente la secolarizzazione. Un voluminoso saggio, tradotto anche in italiano, di un importante filosofo canadese, Charles Taylor, dal titolo A Secular Age (“L’età secolare”), dice che in realtà adesso si sta assistendo a un fenomeno di ritorno al sacro, di ritorno al religioso. L’importante è che non si tratti di un ritorno alla superstizione, alla magia, ma di un ritorno autentico ai valori propri di una sana religiosità. È un ritorno corale, non solo nel mondo musulmano dove è evidente, ma anche nel mondo laico occidentale: l’elemento religioso continua a segnalare la sua presenza, continua ad essere quasi come una spina nel fianco della società. E tutto ciò è molto positivo. La “globalizzazione” religiosa, se così si può dire, non significa, però, un mondo tutto e solo cristiano, come una volta, quando l’Europa intera era cristiana, quel che invece si osserva sicuramente è un sottile rinascere del filone religioso.

Grazie per la cortese disponibilità.

BIOGRAFIA

   Nato nel 1942 a Merate (Lecco), è stato ordinato sacerdote della diocesi milanese nel 1966. Nel 2007 è stato consacrato arcivescovo dal Papa Benedetto XVI. Esperto biblista ed ebraista, è stato prefetto della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano (fondata dal cardinale Federico Borromeo nel 1607) e docente di Esegesi dell’Antico Testamento alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. Ora è Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, delle Pontificie Commissioni per i Beni Culturali della Chiesa e di Archeologia Sacra.

La sua vasta opera letteraria ammonta a circa centocinquanta volumi, riguardanti soprattutto argomenti biblici e scientifici, con eccezionali interpretazioni della Parola e della valenza poetica dei Testi. Tra queste vanno ricordate le edizioni curate e commentate dei Salmi, del Libro di Giobbe, del Cantico dei Cantici e di Qohelet. Molto noti al grande pubblico sono i libri I monti di Dio (San Paolo, 2001), che ripercorre il tema della montagna all’interno del testo biblico, Breve storia dell’anima (Mondadori, 2003), Le sorgenti di Dio (San Paolo, 2005) e Ritorno alle virtù (Mondadori, 2005), e Le porte del peccato (Mondadori, 2007).

Nel corso della sua attività, Ravasi ha voluto ripensare ciò che era già stato indagato e meditato durante la lunga avventura del pensiero umano, a partire dalle culture primitive e dalle antiche civiltà, sviluppando però un intenso dialogo anche con la società contemporanea.

 

 

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