Egitto in rivolta. La testimonianza di un manifestante

Ahmed Hussein ha 27 anni, studia medicina, ha i capelli neri, riccissimi, gli occhi scuri e una voce acuta e vivace. Quando risponde al telefono è impossibile decifrare le sue parole: si sentono solo scoppi, sirene di ambulanza, urla, passi veloci e un fruscio indistinto. Ahmed sta correndo, scappa per allontanarsi da Piazza Tahir, nel centro del Cairo, uno degli scenari più cruenti degli scontri avvenuti oggi tra i manifestanti anti-governativi e i sostenitori del presidente Mubarak.

«Sono violenti e arrabbiati. Ho visto ragazzi feriti che, mentre si cercava di trascinarli al riparo, venivano raggiunti e colpiti con spranghe, pietre, bastoni. Mi hanno detto che prima avevano attaccato addirittura con cavalli e cammelli. Non è gente comune, sono delinquenti, miliziani addestrati dalla polizia per difendere Mubarak».

   Ahmed è convinto: i sostenitori del rais non sono semplici manifestanti e non hanno nulla in comune con la folla oceanica che ieri e nei giorni scorsi si è riversata nelle strade del paese munita di cartelli, bandiere, persino fiori da appoggiare sui blindati dell’esercito. «Non è vero che ci sono state infiltrazioni terroristiche. Eravamo tutti egiziani: molti ragazzi come me, dai 20 ai 35 anni, che si erano organizzati nei giorni precedenti sui social network. Ma anche vecchi, donne, bambini. Ho visto intere famiglie che sfilavano con noi». Gente normale, egiziani stanchi della povertà, delle ingiustizie, della disoccupazione, dell’inflazione fissa al 10% e della corruzione che da anni impera nella classe dirigente del paese.

Dopo la prima grande manifestazione di venerdì 28 Gennaio, in cui gli scontri con la polizia hanno provocato morti e feriti, i sit-in sono continuati, pacifici ma ostinati. «Era nata come una manifestazione pacifica, in cui rivendicare i nostri diritti. Ma la polizia ha iniziato a sparare lacrimogeni e proiettili di gomma, scatenando reazioni violente. L’esercito, invece, è dalla nostra parte, ci ha aiutato sia nei giorni scorsi che oggi, quando ci hanno protetto dai cani da guardia del regime», aggiunge con un tono di evidente disprezzo. «La sera scendiamo per le strade per evitare i saccheggi, piantonare i quartieri, tenere lontani i ladri. Hanno bloccato internet, cercato di isolarci, di impedire le comunicazioni all’interno e verso l’esterno del paese. Hanno fatto sparire i poliziotti dalle strade… Speravano di creare disordine, di gettare la popolazione nel caos, in modo da legittimare la repressione, il ripristino del regime».
Invece gli egiziani si sono organizzati: la mattina manifestavano e la sera, sfidando il coprifuoco, pattugliavano le strade, regolando addirittura il traffico in certi casi. «Eravamo tutti solidali, uniti contro Mubarak, uniti per ottenere il diritto di scegliere i nostri rappresentanti, per il cambiamento». Uniti, fino ad oggi.

«Ci sono alcune persone convinte che una fase di transizione sia necessaria. Temono che il paese possa cadere in un periodo di instabilità e che la situazione possa addirittura peggiorare: non vogliono fare la fine della Tunisia». Mubarak ha ceduto alle richieste del popolo e già annunciato che non si ricandiderà. «Molte persone che conosco gli credono e pensano che aspettare le nuove elezioni sia la strada migliore. Ma non si sognerebbero mai di scendere in piazza e attaccare così violentemente i loro stessi concittadini. Questa gente è stata sicuramente aizzata dal governo e dalla polizia».

Ora la sua voce è più calma, in sottofondo si sente soltanto il rumore di un elicottero che si allontana. «Ieri hanno riabilitato internet, sono curioso di leggere cosa hanno scritto i giornali esteri e cosa hanno detto in tv». Ahmed ama il nostro paese, l’ha già visitato 4 volte e ha molti amici italiani con i quali chiacchiera quotidianamente in chat o via skype. Alla fine della telefonata, chiede ironico: «E in Italia? Sanno tutto quello che sta succedendo qui? Oppure si continua a parlare solo di sua nipote?». Di Mubarak, ovviamente.

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