L’effetto domino delle insurrezioni popolari in Africa

di | 1 Mar 2011

Questi giorni di scontro nell’Africa islamica fanno tornare in mente le sferzanti parole di Oriana Fallaci sulle condizioni in cui si verrebbe a trovare l’Europa innanzi alle immigrazioni di massa, un ragionamento sviluppato soprattutto sulla prevaricazione di una cultura sull’altra, facendo venire meno i principi ispiratori della storia occidentale. Una paura, a mio avviso giustificata, della perdita di valori così come ci sono stati tramandati per far posto ad una concezione di libertà religiosa, politica e culturale diversa e preponderante.

Tale paura non deve potersi leggere come intolleranza, bensì come conservazione del nostro patrimonio valoriale. L’entusiasmo con il quale abbiamo accolto le lotte popolari andrà commensurato alle infinite incognite che queste complesse situazioni riservano. Cerchiamo di comprendere cosa non appare subito dietro gli scenari della ribellione che saltano invece subito sotto gli occhi del mondo.
Vale a dire: è possibile che tutta la contestazione in essere nasca spontaneamente? Chi fornisce soldi e mezzi per combattere? E il ruolo delle grandi potenze? Riflettiamo.

Infatti, dopo aver pensato un po’ tutti che le manifestazioni popolari in Tunisia contro il regime, fossero un dato isolato dopo la destituzione del Premier Ben Alì, mai avremmo pensato alla rapidità del contagio di queste ribellioni con l’Egitto e soprattutto con la Libia. Su tutto il nord Africa soffia fortissimo il vento delle repressioni nel sangue delle guerre civili. Infatti nell’ambito di pochi giorni abbiamo assistito ad un vero proprio crescendo di lotta ai vecchi e apparentemente consolidati poteri di oligarchie locali sorrette dalle grandi potenze mondiali.

Il popolo egiziano si è ribellato a Mubarak, il quale è stato di fatto allontanato. Ma gli occhi del mondo sono puntati sulla Libia e sulle migliaia di vittime che il regime di Gheddafi sta provocando, addirittura facendo bombardare il suo stesso popolo manifestante. Pare che questo clima di rivolte stia investendo il Presidente algerino Bouteflika. Si pensa che questa situazione stia allargandosi a macchia d’olio, tanto da coinvolgere Marocco, Siria e Giordania: un desiderio di libertà della gente africana, a lungo represso, ed oggi manifestato in un pericoloso quadro politico, dove si confondono anche interessi militari ed economici. Un dato è certo: le strumentalizzazioni non mancano, il Maghreb è ricco di petrolio come Siria e Giordania ed è strategicamente vicino a Israele.

Questa situazione modificherà comunque gli equilibri mondiali e il rapporto tra Paesi Arabi e Occidente. Non è un caso che da molti anni il processo di unificazione del Maghreb è stato avversato dall’Algeria perché contro il Marocco, vanificando i tentativi di una forte stabilizzazione dei rapporti interni, per combattere il terrorismo e per distribuire adeguatamente le risorse economiche, processo inizialmente molto favorito dall’Unione Europea, ma oggi praticamente abbandonato per le gelosie locali e le corse all’arricchimento personale di chi è al potere.

Per fortuna che è di questi giorni la notizia ufficiale dell’appoggio, a parole, alla lotta delle  popolazioni arabe da parte di Unione Europea e di Russia, condannando anche l’uso della forza militare contro le dimostrazioni civili e ribadendo la disponibilità a fornire aiuti economici e assistenza ai paesi che ne faranno richiesta. Ma la preoccupazione più viva è oggi per la Libia, come ricordavo prima, dove di fatto è in corso una vera e propria guerra civile. Singolare è la posizione del Governo italiano, che dovrebbe essere l’antenna principale, vista la prossimità delle nostre coste a quelle africane e le consuetudini economiche soprattutto con la Libia, che non ha percepito quello che stava accadendo!

Una prudenza spiegabile solo per i rapporti economici tra Italia e Libia e la paura delle invasioni di clandestini (invasioni che dovremmo fronteggiare autonomamente poiché non avremo il conforto dell’UE) ma carente di energia nella condanna dell’autoritarismo del Premier libico. Solo in queste ultime ore il nostro Ministro degli Esteri Frattini ha espresso un giudizio pacato ma fermo sulla condanna per quello che sta accadendo.

Comunque il dato di fatto più sconvolgente si deve ad internet ed in particolare ai social network, da queste bacheche informatiche dislocate nel mondo sono partite le riscosse. Una vera arma tecnologica che è molto più potente di qualsiasi altra perché partecipata da chi legge e vede. Internet, utilizzata dai dittatori per raggiungere grandi masse di persone, è anche il luogo dove appaiono le immagini dei filmati sulle nefandezze delle repressioni militari, realizzati con i telefonini e riversati su You-tube sono molto più eloquenti di tutte le possibili narrazioni.

Ecco, la sensibilizzazione culturale tramite internet con la conseguente presa di coscienza della necessità di reagire scendendo in piazza è la forma di lotta democratica del futuro.