Intervista esclusiva a MARIO MORCELLINI

di | 1 Apr 2011

Direttore del Dipartimento Comunicazione e Ricerca Sociale, Sapienza Università di Roma

Professore, la società in cui viviamo è aperta all’accoglienza o alla sola conoscenza della migrazione, compresa quella italiana?

Spesso vengono fatte comparazioni tra l’emigrazione italiana di molti anni fa e l’immigrazione che sempre più sale alla ribalta delle cronache nel nostro paese; in tal senso, numerosi sono i “moniti” che andrebbero tenuti presenti: primo fra tutti quello di ricordare che anche noi siamo stati un popolo di emigranti e che in parte lo siamo ancora – si pensi alla fuga dei cervelli e alle migliaia di giovani che lasciano il nostro paese per cercare lavoro –, ma sembra che i buoni propositi rimangano sulla carta, soprattutto in relazione alle reali politiche di integrazione da parte delle Istituzioni. Con queste premesse, possiamo dire che attualmente vi è un significativo ritorno in auge della “cultura italiana oltre confine”: la storia dell’emigrazione italiana è entrata progressivamente a far parte dell’immaginario della nazione, colmando un vuoto di memoria perdurato per molti decenni. Gli italiani partiti in cerca di fortuna, a cominciare già dall’Ottocento fino al secondo dopoguerra, sono stati i protagonisti delle grandi migrazioni: talvolta strumentalizzati a fini politici e considerati utili per amministrare il mercato estero (durante il fascismo), altrettanto spesso ritratti come povera gente che emigrava in cerca di quella fortuna che non era riuscita a ottenere in Italia. Venivano considerati, però, anche come degli eroi: che sacrificavano la loro vita per mandare in Italia parte dei loro guadagni, ciò al fine di sostenere le proprie famiglie e far crescere il paese, un po’ come accade oggi agli immigrati che aiutano con le rimesse i familiari e le economie dei paesi di origine.
Le più alte cariche dello Stato celebrano gli emigranti nei loro discorsi ufficiali, mettendo in risalto l’importante contributo da loro apportato nel risollevare le sorti del paese dalle macerie della seconda guerra mondiale, sino a giungere – nelle ultime elezioni politiche italiane – a investire i cittadini italiani all’estero del diritto e del dovere di potere esprimere il proprio voto e di avere, quindi, delle loro precise rappresentanze. È possibile rilevare però che raramente ci si confronta in modo responsabile con il fenomeno migratorio, soprattutto riguardo alle persone che – sin dagli anni Settanta – arrivano nel nostro paese, e certamente conoscere le culture delle persone che arrivano in Italia, le loro storie e i loro progetti di vita rimane un onere tutto individuale, cioè legato alla buona volontà delle singole persone e non certamente il frutto di processi di integrazione volti alla conoscenza reciproca.

Gli Italiani nel mondo sono un grande patrimonio di culture, intelligenze e tradizioni e radicati nel Paese in cui vivono, ma con un forte desiderio di Italia: qual è la maniera più adeguata per informarli?

Si tratta di un tema estremamente rilevante. Nel nostro Dipartimento è in corso una ricerca al riguardo; un’indagine grazie alla quale sono stati intervistati quasi tutti i parlamentari eletti con il voto degli italiani all’estero. Sono stati ascoltati, ovviamente, coloro che si sono resi disponibili a rilasciare un’intervista in profondità sul significato del voto degli italiani nel mondo ed è interessante notare come il patrimonio culturale costituisca, di fatto, un focus tematico considerevole per gli italiani che vivono in altri paesi. Va inoltre certamente sottolineato che la realtà degli italiani all’estero ha modificato la “cultura” della madrepatria, restituendo al paese di provenienza non solo, come ho detto, rimesse economiche, ma anche un’inedita commistione di rappresentazioni sociali dei modelli culturali italiani, il che contribuisce a ridefinire anche la matrice comune della nazione. È dunque importante approfondire la questione relativa a come gli italiani all’estero vivono e interpretano oggi il proprio rapporto con l’Italia. Per fare ciò andrebbero favoriti i contatti con i molti connazionali all’estero soprattutto attraverso un reale sostegno alla cultura. Ultimamente, invece, sono stati tagliati i fondi alla Dante Alighieri e questo può rappresentare un duro colpo per la diffusione e il sostegno della cultura e della lingua italiana nel mondo; un tema questo della lingua particolarmente sensibile come già emerso nella Prima Conferenza dei Giovani italiani nel mondo cui fui invitato proprio per coordinare i lavori della sezione “Lingua e cultura”. Tutti i giovani presenti sottolinearono nel documento finale come si dovesse investire per diffondere e mantenere viva la lingua italiana nel mondo, radice prima dell’identità e della cultura di un popolo.

Il voto degli Italiani nel mondo ha fatto emergere infinite polemiche sulle modalità assolutamente improprie di esercitare tale diritto-dovere, anche per difetti di comunicazione istituzionale. Come è possibile comunicare correttamente con i nostri connazionali?

Certamente possiamo migliorare la comunicazione istituzionale con gli italiani che vivono all’estero, ma per far questo va tenuto ben in chiaro che tali comunità possono essere configurate come comunità “tribali” plurime, che rinegoziano di volta in volta lo stesso sentimento comunitario attraverso esperienze ad alto coinvolgimento emozionale, di cui il voto politico è una delle manifestazioni, un’esperienza peraltro fortemente alimentata dagli echi mediali. Basti pensare alle elezioni politiche del 2006 – le prime in cui gli italiani all’estero hanno espresso il loro voto – e a quelle del 2008, in cui, peraltro disattendendo le attese di chi aveva promosso tale iniziativa politica, gli italiani all’estero espressero grande interesse e la partecipazione, oltre a un orientamento politico che, come dicevo, pochi si aspettavano. È quindi importante analizzare tale fenomeno anche e soprattutto in relazione alle forme di comunicazione utilizzate. È ipotizzabile, infatti, accanto ai tradizionali media, l’assunzione di una particolare rilevanza delle nuove tecnologie, che permettono, a bassi costi, un aggiornamento costante, uno scambio continuo di opinioni e la possibilità di una comunicazione diretta tra candidato locale ed elettori. Inoltre, la necessità di comunicare all’interno di un contesto diverso da quello nazionale, presenta sfide inedite per il panorama politico tradizionale: la concorrenza di giornali stranieri, letti spesso dagli elettori italiani all’estero più sovente di quelli nazionali – magari via internet – e un sistema televisivo che non può essere “occupato” stabilmente dalla telepolitica in epoca elettorale.

Chi risiede all’estero o in mobilità, conosce in quanto vive la globalizzazione, lei pensa che tale concetto allontani i nostri migranti dal nostro Paese?

Evidentemente, risulta fondamentale sottolineare come la comunità italiana all’estero sia oggi attraversata da radicali mutamenti, pur mostrando alcune linee di continuità con la tradizione. Gli emigranti italiani all’estero conoscono certamente le dinamiche legate alla globalizzazione, ma ciò che dobbiamo chiederci è: possono ancora essere considerati una comunità? E in passato potevano essere considerati una comunità e sentirsi tutti appartenenti alla madrepatria Italia? Per gli emigrati italiani esistono difatti: la differenza regionale, la diversità linguistico-dialettale (certamente nelle prime migrazioni, ma non solo) e, soprattutto, bisogna considerare i diversi paesi in cui essi si sono stabiliti. Appadurai nel suo Modernità in polvere sostiene che oggi, moltissime persone immaginano la possibilità di vivere in altri posti, diversi da quello natìo, di spostarsi di continuo e di muoversi in cerca di altro, che sia benessere, vita serena o semplicemente nuovi modi di vita. Questo incide evidentemente sulla capacità di immaginare diverse possibilità per se stessi e per i propri figli, immaginare come costruire un legame con immagini (città, luoghi, culture) diverse da quelle che si è abituati a vivere. Tutto ciò emerge con forza nello specifico nei migranti che compongono la loro esistenza di esperienze diverse immaginate e poi esperite. In tal senso, va sottolineato che, come sottolinea lo stesso Appadurai, immaginazione non è sinonimo di fantasia. “La fantasia porta con sé l’inevitabile connotazione di pensiero separato da progetti e azioni, mentre l’immaginazione si accompagna ad un senso di proiezione, di essere il preludio a qualche forma di espressione…”. La scelta fra le due appartenenze, quella originaria e quella del paese in cui si è vissuto può però risultare difficile. Si può essere italiani all’estero e stranieri in Italia come ben evidenziano le storie di vita di molti migranti, si può appartenere alla comunità locale di migranti dove si fanno le feste tradizionali del paese d’origine come simbolo del legame con la terra madre, ma ci si può anche sganciare dalle origini e immergersi nel nuovo paese come luogo di opportunità e di una nuova vita. Sembra importante quindi approfondire anche la questione relativa a come gli italiani all’estero vivono e interpretano il proprio rapporto con l’Italia, specialmente nel contesto contemporaneo, caratterizzato proprio dal raggiungimento della possibilità di esercitare il voto e, dunque, di pesare in modo sostanziale nelle decisioni politiche della madrepatria. È certamente innegabile che la stessa emigrazione vada incontro oggi a una metamorfosi, influenzata dal paradigma della mobilità permanente.

La conservazione della lingua italiana, e più spesso del dialetto, è un freno all’integrazione dell’italiano nel Paese di residenza?

Da quanto emerge nelle diverse ricerche condotte sino ad oggi su questo tema appare evidente che l’identità collettiva italiana venga a essere definita sempre più dalle ethnic experiences: rituali quotidiani a carattere relazionale che racchiudono le molecole dell’appartenenza e del riconoscimento, partecipando alla “rinegoziazione”, per dirla alla Bauman, dell’identità degli italiani all’estero. Bellah parla anche efficacemente di lifestyle enclaves cioè “nicchie di stili di vita”, caratterizzata da un sentimento comune fondato sulla condivisione di comportamenti e modalità d’espressione. Tra queste vi è certamente l’uso di forme dialettali, usate in verità e sempre meno prettamente all’interno del nucleo familiare, che a nostro avviso non possono in alcun modo frenare il processo di integrazione delle seconde e terze generazioni degli italiani all’estero. Si tratta di un elemento che favorisce lo sviluppo di identità oramai definibili come “transnazionali complesse”. Al progetto identitario moderno si sostituisce dunque un processo di identificazione multipla, caratteristico del tempo postmoderno, in cui il soggetto sociale è “persona” nel senso latino del termine, in un “gioco” di continui mascheramenti che rendono più complessa e, insieme, ampliano la costruzione identitaria.

In un mondo in rapida trasformazione e di costante competizione tecnologica, che ruolo ricoprono i migranti? Integrazione culturale o sociale?

Non c’è paese che non sia interessato dal fenomeno migratorio. La storia degli uomini è caratterizzata dal loro continuo movimento e nei paesi europei questo fenomeno sta progressivamente acquisendo una configurazione di stabilizzazione delle presenze dei migranti. Il dibattito in campo politico-sociale orienta la propria attenzione sul concetto di radicamento e anche l’Italia è sempre più luogo di residenza stabile per numerosi stranieri. Come abbiamo detto in precedenza, il fenomeno migratorio è, nel nostro paese, relativamente recente e lancia quindi una sfida importante a una società che, nel tempo, si è trasformata da teatro di emigrazione a luogo di immigrazione. I cittadini stranieri residenti in Italia al 1 gennaio 2010 sono quasi 4milioni300mila, cioè il 7% del totale dei residenti. Nello stesso periodo del precedente anno essi rappresentavano il 6,5%: nel corso di circa dodici mesi il numero di stranieri è dunque aumentato dell’8,8%. Questi dati vanno tenuti in conto, poiché l’incontro con gli stranieri, soggetti che hanno un bagaglio culturale importante alle spalle, è sempre un momento di confronto, al quale è bene essere pronti perché l’incontro risulti effettivamente un’occasione di arricchimento reciproco, verso una comunicazione interculturale effettivamente dialogica. L’immigrazione straniera presente nel nostro paese vede una sua caratteristica virtuosa nell’inserimento lavorativo, il quale costituisce uno degli ambiti sociali in cui la stabilizzazione degli immigrati assume un valore fondamentale. I migranti rappresentano una componente importante della nostra società, non solo dal punto di vista economico-lavorativo, ma anche all’interno della scuola, attraverso la crescente consistenza delle seconde generazioni, nell’attività politica, attraverso la modalità dell’auto-organizzazione, e nei quartieri. Il mutamento sociale e le trasformazioni culturali, economiche e politiche innescate dai fenomeni migratori, ma anche le sfide che queste trasformazioni lanciano alle istituzioni e alla società civile, costituiscono oggi una considerevole e prioritaria opportunità soprattutto per la ricerca sociale e i sociologi, che spesso non hanno saputo non solo prevedere, ma a volte neppure accompagnare mutamenti importanti del nostro tempo. In tal senso, è necessario un ripensamento dei contenuti e degli approcci di ricerca delle varie discipline che si occupano di intercultura e del fenomeno migratorio in generale e ritengo che le scienze della comunicazione possano offrire un valido supporto.

Lei è un pioniere delle Scienze della Comunicazione: ci può dire cosa fa l’Università italiana per gli Italiani all’estero e come affronta le problematiche connesse?

L’Università italiana ha sofferto negli ultimi tempi dei problemi cui ho accennato più in generale rispetto all’attuale sostegno della cultura nel nostro paese. L’istituzione universitaria risente, ovviamente, delle difficoltà derivanti dalla crisi e dai pochi investimenti orientati allo sviluppo del sistema istruzione. Questo purtroppo ci rende meno competitivi a livello internazionale. Eppure, al contempo, all’università italiana si richiede di rispondere efficacemente a quella spinta generale verso l’internazionalizzazione che viene vista come canale di comunicazione fra le università nel mondo e come indicatore di qualità. Certo è difficile, ma da parte mia, quando sono stato Preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione e ora come Direttore del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale, ho sempre promosso la mobilità dei nostri studenti e dei colleghi sia attraverso i canali più consolidati del Progetto Erasmus, sia aprendo una serie di scambi con università extraeuropee che ci vedono nell’attuale configurazione istituzionale della nuova Facoltà di Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione come quelli con il maggior numero di collegamenti con l’estero e di borse di mobilità in uscita. Ospitiamo molti colleghi stranieri, anche di origine italiana, e vari studenti provenienti da paesi europei e non solo. Certo si potrebbe fare di più ove le risorse aumentassero e non diminuissero come oggi accade.

BIOGRAFIA

Attualmente ricopre l’incarico di Presidente della Conferenza Nazionale dei Presidi di Scienze della Comunicazione, Portavoce nazionale dell’Interconferenza dei Presidi, Consigliere del CUN (Consiglio Universitario Nazionale), Membro Ordinario del Consiglio Superiore delle Comunicazioni. E’ stato:

•Preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione dal 2003 al 2010.
•Membro del Comitato tecnico scientifico di revisione delle classi dei corsi di laurea, del Ministero dell’Università e della Ricerca.
•Direttore del Dipartimento di Sociologia e Comunicazione dal 1995 al 2004
•Dal novembre 1985 al novembre 1987 Consigliere nel Direttivo dell’AIS–Associazione Italiana di Sociologia (Presidente F. Alberoni).
•Membro per 8 anni del Consiglio Universitario Nazionale-CUN.
•Segretario della Commissione ministeriale per il riordinamento degli studi sociologici in Italia (Presidente Prof. A. De Lillo)
•Membro della Commissione Nazionale per il Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione (Presidente Prof. P. Rossi) e poi della Commissione Ministeriale per la Formazione al giornalismo
•Ha insegnato Teoria e tecniche delle comunicazioni di massa e Storia del giornalismo e delle comunicazioni sociali.
Ha svolto e svolge attività di consulenza e/o di direzione di ricerca per:

•il MUR-Ministero dell’Università e della Ricerca il CNR
•Consiglio nazionale delle Ricerche
•la RAI (in particolare il Coordinamento Palinsesti, Analisi, Studi e Ricerche)
•l’ONG-Ordine Nazionale dei Giornalisti
•la FNSI-Federazione Nazionale della Stampa
•la Regione Lazio – Assessorato Scuola, Formazione e Politiche per il Lavoro
•la Provincia di Roma – Assessorato Solidarietà, Servizi Sociali, Educazione Permanente
•il Comune di Roma
•il Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale – Osservatorio del Mercato del Lavoro
•la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione.
Interessi scientifici
Ha realizzato studi e ricerche sull’informazione televisiva e stampata, sui consumi culturali e audiovisivi e sul sistema dei media, occupandosi specificamente dell’analisi delle programmazioni televisive e delle risposte del pubblico nel sistema misto.
Ha poi concentrato l’interesse di ricerca sulla socializzazione dei minori e dei giovani e sul ruolo svolto in questo campo dal sistema dei media, realizzando studi e incontri sul nesso comunicazione/formazione.

Tra le pubblicazioni più importanti:
Università al futuro. Sistema, progetto, innovazione, a cura di A. Masia e M. Morcellini, Giuffré Editore, 2009; Perché la sinistra ha perso le elezioni?, Mario Morcellini e Michele Prospero (a cura di), Roma, Ediesse, 2009; La cultura della tesi. Guida alla tesi di laurea e alla redazione-testi, di M. Morcellini (a cura di), Lecce, Pensa Multimedia, 2008; Oltre l’individualismo. Comunicazione, nuovi diritti e capitale sociale, di M. Morcellini, B. Mazza (a cura di), Milano, Franco Angeli, 2008; Contro il declino dell’università. Appunti e idee per una comunità che cambia, M. Morcellini e V. Martino. Milano, Il Sole 24 ore, 2005; La scuola della modernità. Per un Manifesto della media education. Milano, Angeli, 2004; Lezione di comunicazione. Nuove prospettive di interpretazione e di ricerca. Napoli, Ellissi, 2003; La tv fa bene ai bambini. Roma, Meltemi, 1999; Il Mediaevo italiano. Industria culturale, tv e tecnologie tra XX e XXI secolo. Roma, Carocci, 2005; Torri crollanti. Comunicazione, media e nuovi terrorismi dopo l’11 settembre. Milano, Angeli, 2002; Multigiornalismi. Milano, Guerini, 2001.
Ha inoltre firmato un’opera (testo + DVD) in onore di Giovanni Paolo II dal titolo Il Papa dei gesti. Segni e parole di una enciclica mai scritta. Torino, ERI, 2003.