L’Italia è un paese di vecchi?

di | 1 Mag 2011

Leggendo i dati del l bollettino dell’Istat – Istituto nazionale di statistica dello scorso 11 marzo viene fuori che l’Italia non è un paese per giovani. Questi dati ci stupiscono solo in parte vista e considerata la oramai acclarata crisi del mondo del lavoro e della persistente crisi economica. Un giovane su tre, in media, non ha un’occupazione.

Gli occupati sono 22 milioni 831 mila, in costante diminuzione: dal dicembre 2010 al 1 marzo 2011 sono diminuiti 83 mila posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione giovanile, misurato fra soggetti con un’età compresa tra i 15 e i 24 anni, ha raggiunto il tetto del 30% circa . E’ allarmante!

Le discutibili leggi dell’economia vogliono una parte di disoccupazione “volontaria” in uno stato ricco, in uno povero la disoccupazione è “non volontaria”, vale a dire che non ci sono sufficienti posti di lavoro, ed è sicuramente il caso del nostro Paese. Condivido le valutazioni del sociologo Luca Ricolfi che sostiene che in Italia una parte dei disoccupati e di inoccupati sono «persone alla ricerca di un lavoro che soddisfi alcuni requisiti di salario, quantificazione, interesse, sicurezza». Non possiamo pretendere che chi ha studiato per 15/20 anni, si è laureato, si è specializzato accetti qualsiasi tipo di lavoro. Ancora Ricolfi , «non è normale, invece, è che ci siano così pochi posti di lavoro qualificati, e che quasi tutti i posti di lavoro non qualificati interessino solo gli stranieri».

Negli altri paesi avanzati le opportunità per i giovani sono di gran lunga maggiori, e i giovani non rimangono inattivi comunque a lungo e vivendo in famiglia, facendo molto poco, come in Italia (vedi “bamboccioni”). L’italia è un paese in cui prevalgono le famiglie premurose verso i figli, nulla di male se non fosse che una volta usciti di casa, le famiglie smettono questa dedizione per assumere posizioni molto poco flessibili. Perché? Forse avere figli in casa per i genitori è una certezza, un riparo dove salvaguardarli dalle insidie esterne, ma quando escono? Motivo, questo, che vuoi per motivazioni prevalentemente economiche di mancanza di possibilità di automantenimento vuoi per scelta, restano a casa. Chi ha la fortuna di ottenere un contratto e ha meno di quarantanni, nella migliore delle ipotesi il contratto è a tempo determinato.

   Il giovane è ormai molto consapevole della sua instabilità lavorativa, tanto da essere sicuro che alle prime difficoltà l’azienda lo licenzierebbe tra i primi a causa della sua temporaneità. Anche per questo i datori di lavoro non investono più nella formazione dei dipendenti, e questo aspetto è particolarmente inquietante se solo si pensasse alla delicatezza e alla peculiarità di taluni ruoli lavorativi.

Che fine hanno fatto i ragionamenti sulla tutela progressiva del giovane neoinserito nel mondo del lavoro? I timidi tentativi di ingresso del metodo meritocratico? La paura dei Sindacati, che, nella loro miopia hanno ostacolato posizioni moderne ed elastiche nel lavoro, ha fatto sì che molti governi (e per certi versi anche questo) abbiano evitato di fare scelte coraggiose.

Apprendiamo dai dati ufficiali, a conforto di quanto sopra, che in questi ultimi anni di crisi economica gli italiani hanno perso quasi un milione di posti di lavoro mentre gli immigrati ne hanno guadagnato 600 mila. Il Governo italiano ha fatto poco, molto poco per combattere la disoccupazione. Pensiamo solo alla tragica situazione della ricerca, che ci vede ultimi nel mondo.

Dunque, da una parte una certa riluttanza culturale dei nostri giovani ad aderire alla pur modesta e spesso inadeguata offerta di lavoro, dall’altra una incapacità di proposta creativa di chi governa, alimentando un mix che impedisce la crescita ragionata del Paese. Registriamo infine il pensiero del sociologo Giuseppe De Rita, il quale sostiene che i giovani non  vogliono più fare lavori manuali e a fatica raggiungono un titolo di studio, e vanno ad aggiungersi all’enorme esercito dei precari, mentre l’immigrato che si è messo a fare l’artigiano è diventato imprenditore. Vero!

La via d’uscita da questo “pasticcio contemporaneo” potrebbe essere soprattutto socio-culturale: occorrerebbe infatti ridare al lavoro manuale quei valori di dignità e di soddisfazione economica.