I social network killer del linguaggio

Per analizzare a fondo questo fenomeno abbiamo bisogno di soffermarci brevemente sulla definizione di rete sociale, in inglese “social network”. Queste due parole sono sulla bocca di tutti: giovani, anziani, professori, addirittura di chi le ha sentite e le ripete, senza avere ben chiaro in mente a cosa facciano riferimento.
Una rete sociale è un qualsiasi gruppo di persone connesse tra loro da diversi legami sociali, che vanno dalla conoscenza casuale, ai rapporti di lavoro, ai vincoli familiari.

   La grande diffusione del web e del termine social network ha però creato, negli ultimi anni, alcune ambiguità di significato in quanto una rete sociale è, in primo luogo, una rete fisica.
Per cui in origine una rete sociale è, ad esempio, una comunità di lavoratori che si incontra nei relativi circoli. Altri esempi sono le comunità di sportivi, attivi o sostenitori di eventi, le comunità unite da problematiche lavorative e di tutela sindacale, le confraternite e in generale le comunità basate sulla pratica comune di una religione e il ritrovo in chiese, templi, moschee, sinagoghe e altri luoghi di culto.

Una volta definito il concetto di social network, passiamo alla sua responsabilità per quanto riguarda la morte dell’italiano. Reti sociali, internet, sms e quant’altro sono da parecchi anni a questa parte il capro espiatorio della lenta e “progressiva regressione” dell’italiano. Ma, alla fine, è davvero così? Sono loro i colpevoli o siamo noi, sempre più presi dal trantran quotidiano e dai mille impegni che ci inghiottono e ci portano via gran parte del nostro tempo, che diventiamo sempre più pigri e prestiamo meno attenzione alla forma quanto alla semantica del messaggio? C’è chi punta il dito e c’è chi, al contrario, li difende tessendone le lodi.

Qualche tempo fa il quotidiano La Repubblica ha pubblicato, in forma anonima, uno scambio di SMS (acronimo inglese Short Message Service) tra una coppia di studenti universitari: “Ma k ce l’hai cn me? Ho ft qlks k nn va? Se è csi scsmi”.

I cultori della lingua italiana avranno sicuramente di che storcere il naso, ma questi messaggi dimostrano inesorabilmente che, in particolari condizioni, la lingua italiana è ridondante, abbondante, prolissa e molto ricca di convenevoli (anche se ammettiamo che è proprio per questo che ci piace).

Quando la complessità della lingua è eccessiva rispetto alla velocità del mezzo di comunicazione, è necessario sviluppare una sorta di codifica che rimedi a questo problema.
Nel caso specifico, l’invio di messaggi in tempo reale, un vero e proprio canale di trasmissione ad alta velocità, è talmente rapido da rendere critica la lunghezza del messaggio.

Dal punto di vista pratico, i messaggi scritti dai due ragazzi presentano aspetti decisamente interessanti. Ciò che balza immediatamente all’occhio è la compressione spinta e forzata del messaggio, ottenuta rimuovendo molti degli elementi grammaticali e sintattici, e mirata a preservare intatta la semantica, ovvero il significato. I due ragazzi parlano in maniera stringata, ma si capiscono perfettamente poiché il messaggio veicolato è lo stesso, anche se ristretto.

Leggendo i messaggi si nota immediatamente un uso molto ridotto delle vocali. E’ una scelta intelligente perché nella lingua italiana le vocali sono le più frequenti, quasi il 50% del messaggio e, facendo una compressione veloce si può ridurre della metà il messaggio che, una volta giunto al destinatario, sarà facilmente decompresso.

In fin dei conti si può osare che si tratta della morte della lingua italiana, anche se questa si potrebbe rivelare una conclusione piuttosto affrettata. Infatti, tale tecnica “compressiva” è utilizzata solamente nel canale che la compete (SMS/social network/mail) mentre per le altre comunicazioni la lingua italiana resta immutata, o almeno dovrebbe. Nel caso specifico, i due ragazzi sono studenti universitari che stanno sicuramente sostenendo esami nei quali non si può ricorrere a questo tipo di linguaggio. L’italiano e il gergo degli SMS sono destinati a due canali diversi. Purtroppo però, negli ultimi anni, sono sempre di più le persone che “mischiano” l’italiano al gergo, creando una sorta di neo italiano pieno di errori grammaticali e di sintassi. Non ci sarebbe alcun problema se si trattasse di due canali a se stanti, ma non è sempre così. In Francia e in Inghilterra era stata avanzata addirittura una proposta che esortava ad accettare il gergo degli SMS negli istituti scolastici, tanti erano gli alunni che non sapevano più distinguere le due cose. Una similitudine analoga potrebbe essere un disturbo della personalità latente e controllato che diventa patologia.

Dal punto di vista della linguistica è interessante osservare che il linguaggio degli SMS si è evoluto dalla consuetudine, cioè dall’uso comune. Certo, parlare di linguaggio in questo caso non sarebbe tecnicamente corretto, si tratta più di un gergo che ha però una doppia valenza: da un lato assolve la necessità di adattare la complessità del linguaggio naturale a un canale di trasmissione destinato a un uso comunicativo in tempo reale e veloce, dall’altro funge anche da strumento di identificazione della comunità dei parlanti, cioè dei giovani, che si riconoscono in esso come parte del gruppo.

Nel gergo degli SMS, infatti, si trovano elementi di codifica di tipo compressivo per acronimo o sigla (tvb = ti voglio bene), codifiche delle emozioni (le faccine o smileys, il linguaggio degli stati d’animo) che rendono estremamente sintetica la comunicazione di uno di questi, sostituzione di elementi ortografici (1 = uno) e sostituzioni di tipo non funzionale alla compressione del messaggio ma con valenza di simbolo di appartenenza al gruppo (K al posto di C come, ad esempio, okkupare = occupare, skuola = scuola, ecc). Altri escamotage di abbreviazione sono: xk = perché, gg = giorni, x = per, qlc = qualcosa, qlc1 = qualcuno, dv = dove, cs = cosa, qnt = quanto, qnd = quando, mess = messaggio, m = mi, t = ti, ecc.

Lo sviluppo di una codifica così complessa in tempi così brevi è un fenomeno linguisticamente sorprendente, considerando che i telefoni cellulari si sono diffusi solamente a partire dalla metà degli anni ‘90. I ragazzi dell’ultimo ventennio hanno inventato, spontaneamente e in base alle necessità quotidiane, un sistema molto simile a quello adottato nelle comunicazioni radiotelegrafiche di inizio secolo. È importante osservare che il gergo radiotelegrafico non ha avuto e non ha il potenziale espressivo sufficiente da soppiantare tutti i linguaggi naturali. Perché, allora, questo processo di annichilimento dell’italiano dovrebbe avere luogo proprio con questo gergo?

Sia nel caso della radiotelegrafia che del gergo degli SMS, la necessità di comprimere il messaggio deriva da un’esigenza reale, cioè quella di comunicare in modo efficiente, rapido ed efficace. Ma, mentre la codifica radiotelegrafica è stata studiata a tavolino ed ha, quindi, una valenza puramente tecnica, il gergo degli SMS è prodotto da un aggregato di consuetudini, ed è legato prettamente a fattori culturali.
Per questo siamo portati a sottovalutare tali fenomeni che rappresentano, invece, lo specchio di un’esigenza sociale e, in definitiva, della nostra condizione umana.

Da parte delle accuse, l’utente, o user, QuattroMori commenta: “Altro che gialli con cadaveri rinvenuti all’interno di sarcofaghi in cantine polverose e sui quali indagano fior di investigatori con lente di ingrandimento, mantellina e cappello.
Ecco un delitto che si consuma alla luce del sole, tutti i giorni. Un delitto di cui conosciamo il colpevole. O i colpevoli. Ma per il quale non verrà mai emessa una sentenza di condanna.
La vittima non è un essere umano e nemmeno animale. E’ però qualcosa di vivo perché è la lingua che utilizziamo tutti i giorni per comunicare”.

Visione estrema del problema, analizzata con un tocco di ironia, tuttavia non astrusa né avulsa da ciò che rispecchia la realtà dei fatti, anche se non possiamo imputare i social network prima di mettere in gioco noi stessi. La rete sociale non ha vita propria, non scrive né “pubblica post”, bensì è uno spazio pubblico del quale noi ci serviamo e sul quale NOI scriviamo. Se vi sono orrori di ortografia, assenza del congiuntivo e, di conseguenza del condizionale, errori di concetto e scelte lessicali che lasciano a dir poco a desiderare non è colpa di nessuno se non della gente che vi scrive.

Per questo, più oggettivi e appropriati i punti di vista di Tullio de Mauro (noto linguista e professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma) e Nicoletta Maraschio (presidente dell’Accademia della Crusca) che non puntano il dito contro la televisione, i new media, internet, i device mobili di ultima generazione e i media tablet, considerandoli fattori guida di tale involuzione e dealfabetizzazione. Dalle loro affermazioni emerge, infatti, che il problema è altrove. Dice De Mauro: “Si leggono pochi libri, tre quarti dei comuni italiani non ha una biblioteca, solo il 38% delle persone sa navigare in Internet, il 34% legge abitualmente un quotidiano”. E aggiunge: “… dai primi anni ‘90 c’è stato un progressivo imbarbarimento delle trasmissioni, anche se ci sono nobili eccezioni. La lingua italiana sta abbastanza bene, i timori riguardano noi italiani più che la lingua”. Come dargli torto?
Dal canto suo, anche la Sig.ra Maraschio è stata molto chiara sul rapporto tra lingua italiana e mezzi di comunicazione elettronica e digitale: “Oggi il parlato influisce sullo scritto e i due versanti si influenzano, si integrano. La nostra lingua non è messa a rischio da Internet, chat o sms. Basta sapere che si tratta di una specie di linguaggio settoriale”.

Il troppo guasta, come in tutte le cose. Siamo dunque d’accordo con i nostri antenati latini: est modus, in rebus.
 

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