Intervista esclusiva a GIUSEPPE VEGAS, Presidente Consob

di | 1 Giu 2011

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Come cambierà la Consob con la sua presidenza? Guiderà la Consob come politico o come economista?

   La guiderò da tecnico. Questo, almeno, è il mio intendimento. Nel corso del mio mandato mi ripropongo di avvicinare quanto più possibile l’attività della Consob alle aspettative che il mercato finanziario e l’opinione pubblica ripongono in noi. Vorrei dare alla vigilanza un’impostazione sostanzialista, che vada al nocciolo dei problemi e che non si fermi alla superficie delle apparenze formali. Per quanto riguarda la regolamentazione l’obiettivo è quello di semplificare e alleggerire le norme, senza per questo ridurre le tutele. E’ sicuramente una sfida difficile. Questo è il mio impegno alla guida della Consob. Spero di riuscire nell’impresa anche grazie al supporto di una struttura tecnica di prim’ordine. Non mi sono mai considerato un politico, ma piuttosto un tecnico prestato alla politica a tempo determinato. Non sono un economista, visto che ho una formazione di tipo giuridico.

Qual è lo stato di salute della nostra economia?

Ci sono diversi segnali di ripresa. Nei primi mesi del 2011 molte aziende presentano conti in netto miglioramento. L’export è vivace. Alcune imprese sono riuscite a cogliere le opportunità della crisi per rafforzarsi nel proprio settore, consolidando posizioni di leadership. Il contesto europeo mostra un’economia matura, come quella della Germania, in pieno boom. L’Italia può beneficiarne per gli effetti a cascata. Ma per diventare esso stesso motore di sviluppo il nostro Paese ha bisogno di puntare con più determinazione sulla ricerca, sull’innovazione di processo e di prodotto, sul miglioramento della produttività. E’ la strada premiante che la Germania ha seguito da anni. Solo così si può difendere la competitività di un Paese industriale maturo come il nostro dalle pressioni di un mercato sempre più globale. Restano comunque molte zone d’ombra, dovute a carenze ormai storiche sul piano delle infrastrutture, della giustizia, dell’illegalità diffusa. Ampie aree del territorio nazionale, in particolare nel Mezzogiorno, rischiano di non essere neanche sfiorate dal vento della ripresa. Il tradizionale divario Nord-Sud potrebbe risultarne accentuato.

Lei ha sostenuto di recente che il nostro Paese è il “salvadanaio” d’Europa e che salvaguardando questa importante leva economica si potrebbe trasformare il risparmio in investimenti, ce ne vuole parlare.

Malgrado la crisi degli ultimi anni la propensione al risparmio degli italiani, per quanto sia in calo, resta molto elevata nel confronto internazionale. Gli italiani sono e restano un popolo di “formiche”. In questo senso il nostro Paese è il salvadanaio d’Europa. Abbiamo un vasto giacimento che fa gola. Tanti vogliono venire ad attingere a questo serbatoio. I flussi di risparmio vengono in misura crescente intercettati dall’estero da parte di imprese straniere o “estero-vestite”, cioè società italiane che operano attraverso controllate con sede fuori dai confini nazionali. Dal punto di vista macroeconomico le risorse disponibili sono sottoutilizzate. Abbiamo una materia prima abbondante, ma siamo carenti sul piano degli “impianti di trasformazione”, per far sì che il risparmio diventi – molto di più di quanto non sia oggi – motore di crescita. E’ su questo che, a mio parere, dobbiamo lavorare. L’”impianto di trasformazione” non può che essere la Borsa. E la Borsa deve essere rilanciata come luogo d’incontro tra la domanda e l’offerta di capitali al servizio delle imprese per la crescita dell’economia reale. Nel tessuto imprenditoriale italiano restano, purtroppo, forti diffidenze verso l’accesso in Borsa. Il nostro impegno come autorità di regolamentazione è di razionalizzare e ridurre al minimo gli adempimenti e gli oneri connessi con la quotazione. Possiamo spianare la strada. Ma poi l’ultima parola spetta alle imprese. Sono loro che devono darsi il coraggio di prendere il largo rispetto alle vecchie strutture del controllo familiare, legate ad un piccolo mondo antico molto bancocentrico.

All’ordine del giorno molte questioni di opa “in allestimento” soprattutto ad opera di investitori non italiani (vedi Lactalis-Parmalat), secondo lei l’attuale soglia del 30% per l’obbligo d’opa va riconsiderata?

E’ un tema che merita una riflessione. La soglia fissa è una norma tagliata con l’accetta. Si può dire che sia rozza, ma è relativamente semplice da applicare. La soglia variabile ha il pregio di tenere in maggiore considerazione la realtà di ogni singola impresa. E’ possibile avere la guida incontrastata di un’azienda, pur detenendo una partecipazione ben inferiore al 30%. D’altra parte la soglia variabile ha il difetto di lasciare aperto uno spazio di discrezionalità, in cui può annidarsi l’arbitrio. La scelta è politica più che regolamentare. Pertanto investe il governo e il Parlamento prima ancora di toccare la Consob. A mio parere è opportuno porsi il problema. La soluzione potrebbe consistere in una revisione della disciplina che su base volontaria ampli le possibilità per le imprese di erigere barriere difensive, in modo da rendere più difficili le scalate ostili. Un primo passo in questa direzione è stato già fatto dal Parlamento, che cambiando il Testo unico della finanza, cioè la legge quadro di riferimento per le società e la Borsa, ha reso possibile attraverso una modifica statutaria la deroga alla cosiddetta “passivity rule”. E’ la regola in base alla quale gli amministratori di una società oggetto di una scalata ostile non possono alzare barriere di difesa, se prima non ottengono il consenso dell’assemblea. E’ un paletto che limita molto il raggio d’azione degli amministratori e mette in posizione di vantaggio gli scalatori. Bisognerebbe proseguire sulla strada già imboccata dal Parlamento, esplorandone tutte le opzioni.

E’ vero che le nostre leggi favoriscono scalate internazionali a scapito delle aziende italiane?

L’impianto della nostra normativa risale, nelle sue linee essenziali, alla seconda metà degli anni Novanta, quando è stato varato il Testo unico della finanza. E’ una legge con un’impronta spiccatamente liberista, tutta protesa a favorire la contendibilità delle imprese. Questo approccio poteva andar bene nel contesto di allora. Ma nel contesto di oggi – in cui l’Italia, per motivi di varia natura, rischia di fare il vaso di coccio tra i vasi di ferro – può risultare obsoleta. Anche perché le offerte pubbliche non portano solo il vantaggio di un temporaneo rialzo del prezzo delle azioni. Nel medio e lungo termine possono anche portare ad un impoverimento dell’azienda-bersaglio e quindi ad una distruzione di valore.

   Presidente, moltissimi Nostri Connazionali all’estero ci chiedono di domandarle se è opportuno, oggi, investire in Italia? A differenza degli anni passati, anni di grandi disastri che hanno colpito anche gli Italiani nel mondo (bond argentini, crack Cirio , Parmalat..) sarà più incisiva la vigilanza sul mercato di Consob?

Se oggi sia opportuno oppure no investire in Italia è una domanda alla quale è difficile rispondere. La valutazione dipende da una serie di fattori che in massima parte travalicano l’ambito delle competenze e delle responsabilità della Consob. Da parte mia posso solo ribadire che, come presidente dell’autorità di vigilanza sui mercati finanziari, è mio preciso impegno quello di migliorare la qualità dei controlli per spostare il baricentro della nostra attività sempre di più verso la prevenzione a presidio degli investitori. 

Lei ha parlato di “approccio culturale” nello stimolare l’afflusso del risparmio, cosa intende?

Nella vita di una società la quotazione in Borsa è un passaggio importante. E’ come avere un palazzo e decidere di condividerne con altri la proprietà, ai quali si cede una porzione dell’immobile. Da quel momento non si è più padroni indiscussi del palazzo. Lo stabile diventa un condominio. Bisogna quindi imparare a convivere con i condomini, cioè gli azionisti di minoranza. Molti imprenditori italiani vivono questa prospettiva con un senso di disagio e preferiscono restare padroni incontrastati della loro azienda. A volte anche a costo di tarpare le ali all’impresa di famiglia e di pregiudicarne il futuro. L’apertura alla Borsa è indubbiamente un passaggio delicato. Ma se viene gestito al meglio, non presenta solo svantaggi. Possono esserci anche molti vantaggi. I nuovi soci portano denaro fresco, che può servire a finanziare la crescita. L’accesso in Borsa richiede trasparenza sui conti aziendali. Ci si espone allo sguardo dei mercati finanziari nazionali e internazionali, cosa che può significare un incremento di valore. Come in tutte le cose, ci sono costi e benefici. Vedere più gli uni o più gli altri è anche una questione di approccio culturale. La scelta della Borsa comporta un’assunzione di responsabilità, ma offre anche delle opportunità di sviluppo che altrimenti non si presentano. Questo per quanto riguarda la domanda di capitali da parte delle imprese. Sul fronte opposto, cioè dell’offerta, l’atteggiamento prevalente è quello della cautela, se non della diffidenza. Il ricordo delle scottature passate ha lasciato una cicatrice in tanti risparmiatori e investitori, oggi riluttanti a tornare in Borsa. Consob può contribuire a determinare un cambiamento in questo approccio, innalzando la qualità e l’incisività dei controlli. La signora Maria potrà decidere di mettere i suoi risparmi in Borsa, solo se viene meno il timore di essere derubata. Ma questo dipende solo in parte da Consob. In parte dipende anche dagli altri protagonisti del mercato. Troppo spesso in passato abbiamo visto comportamenti spregiudicati, sprezzanti delle regole e dei più deboli.

Nell’attuale situazione economica del Paese, la borsa va potenziata così come è ora o ridisegnata secondo le costanti trasformazioni del mercato?

L’auspicio, come dicevo prima, è che la Borsa in Italia possa crescere. Abbiamo una miriade di imprese di medie dimensioni alle quali l’accesso al mercato dei capitali attraverso la quotazione può dare una marcia in più. Nei prossimi anni l’erogazione del credito da parte delle banche potrebbe subire una contrazione a causa dei nuovi e più stringenti requisiti patrimoniali, previsti da un accordo internazionale noto come “Basilea 3”. La Borsa può diventare un canale di finanziamento alternativo, che integri il tradizionale rubinetto delle banche. Naturalmente anche la Borsa è soggetta all’evoluzione sempre più veloce dei mercati finanziari e deve di volta in volta tenere il passo con i cambiamenti, se vuole salvaguardare le sue prerogative.

Presidente Vegas, nel ringraziarla per averci concesso questa intervista , desideriamo chiederle infine cosa ci riserverà in futuro il mercato?

La sfera di cristallo non ce l’ha nessuno. Purtroppo non ce l’ho neanche io. L’impegno è a monitorare costantemente gli sviluppi del mercato, per coglierne tempestivamente le tendenze e rendere il futuro prevedibile. Ma l’esperienza ci insegna che questo è un traguardo verso il quale le migliori autorità di vigilanza del mondo protendono, senza mai raggiungerlo. Un margine di incertezza è ineliminabile e dobbiamo conviverci. 

BIOGRAFIA

Giuseppe Vegas (Milano, 16 giugno 1951) è un politico ed economista italiano, già esponente di Forza Italia e del Popolo della Libertà. È dal 2010 Presidente della Commissione Nazionale per le Società e la Borsa (Consob). Laureato in giurisprudenza, giornalista pubblicista, è stato direttore scientifico della Fondazione Einaudi di Roma e direttore responsabile di Einaudi Notizie, newsletter della fondazione. Ha lavorato nel campo della pubblica amministrazione dal 1975. Dal 1978 è stato consigliere parlamentare del Senato della Repubblica e, allo stesso tempo, segretario della Commissione bilancio. Nel 1995 viene nominato sottosegretario alle Finanze e, successivamente, al Tesoro nel Governo Dini. Alle successive elezioni del ’96, è eletto senatore nel collegio di Novara per la coalizione del Polo delle Libertà. In questa legislatura è membro della Commissione Bilancio, della Commissione Bicamerale per le riforme costituzionali e della Giunta per il Regolamento. È anche vicepresidente del gruppo parlamentare di Forza Italia. È stato delegato dal suo partito al congresso del Partito Popolare Europeo di Berlino del gennaio 2001. Rieletto al Senato alle politiche del 2001 sempre nel Collegio uninominale di Novara. Nominato sottosegretario e successivamente Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze dei governi della Casa delle Libertà nel quinquennio 2001-2006. Alle elezioni politiche del 2006 viene rieletto senatore per la terza volta per la lista di Forza Italia in Piemonte. È membro della Commissione Bilancio e della Commissione per le Politiche dell’Unione europea. Alle elezioni politiche del 2008 è rieletto in Parlamento (questa volta alla Camera) per il PDL e nominato sottosegretario e successivamente Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze nel Governo Berlusconi quater. Il 18 novembre 2010 è stato designato dal Consiglio dei ministri alla carica di presidente della Consob (art. 1, comma 3, l. 216/74). Ha continuato a partecipare ai lavori della Camera dei Deputati, compreso il voto di sfiducia al governo Berlusconi del 14 dicembre 2010, poiché le sue dimissioni sono state calendarizzate dopo i voti sulle mozioni di sfiducia.