I Referendum e la maturità democratica degli Italiani.

di | 1 Lug 2011

Dunque una vittoria netta comunque del Popolo italiano che è andato a votare nonostante le contumelie e gli anatemi di chi non voleva i referendum popolari e invitava ad andare al mare disertando così le urne.

57% è stato il numero magico, percentuale di affluenza, che ha reso possibile il trionfo dei Sì ai quesiti sottoposti. Non è stato uno spettacolo bello, riassistere a film déjà-vu dove la politica della cosiddetta prima repubblica, sottovalutò le consultazioni popolari quasi fossero vagamente accessorie alla democrazia e facendo la fine che ha fatto.

Dai dati emergono scelte importanti: gli Italiani ripudiano il nucleare come fonte energetica, e riconfermano lo storico risultato del referendum del 1987, ha ribadito che l’acqua deve continuare ad essere una peculiare risorsa pubblica, così come nessuno, ministro o premier che sia, può valersi di nessun tipo di immunità per il ruolo ricoperto. Questa consultazione dopo le votazioni per le amministrative segna inevitabilmente il declino di Berlusconi, la stabilità del Governo e soprattutto il desiderio indipendente di esprimersi e protestare.

Ha ragione Di Pietro, il quale ritagliandosi uno spazio propositivo di promotore, ha chiaramente fatto capire che tutti i partiti, sinistra compresa, devono meritarsi la fiducia senza accaparrarsi gratuitamente un consenso che va ben al di là dei partiti. Condivido la lucida analisi di Ilvo Diamanti, che parla di una “primavera arancione sbocciata nel 2011 con i risultati elettorali e i referendum”, vale a dire che “è sempre il Popolo sovrano a sancire il cambio di passo, oggi come nel 1946 nel referendum Repubblica – Monarchia.”

E ancora le grandi trasformazioni del Paese sono segnate dai referendum, si pensi a quello sul divorzio del 1974 che ridimensionò l’invincibile Democrazia cristiana portando il suo stato maggiore e gli ambienti clericali più reazionari ad una sonora sconfitta presagio del crollo degli anni ’90.

Dell’analisi di Diamanti mi ha colpito inoltre il sottolineare il dato della continuità storica dei mutamenti sociali e politici, un collegamento fisiologico tra momenti diversi ma che letti successivamente si connettono nella lettura della crescita del Paese. Non sono solo “voglie di cambiamento” ma veri e propri tentativi di trasformazione culturale della società contemporanea alle prese con gravi problemi e con l’inutilità conclamata delle alchimie politiche.