C’era una volta il piccolo mondo antico. Intervista a NICOLA COLACINO – Docente Universitario di Diritto internazionale

di | 1 Ott 2011

Intervista a Nicola Colacino – Docente di Diritto Internazionale presso l’Università Telematica delle Scienze Umane “Niccolò Cusano”, facoltà di Scienze Politiche.

Professore ci siamo rivolti a lei in quanto esperto in materia, e ci sembrava opportuno dare ai nostri lettori risposte attendibili e veritiere, senza celare la verità che spesso è difficile da esporre e accettare.
Professore, molti nostri Connazionali all’estero ci chiedono – e le giriamo la domanda – perché l’Italia nonostante la storia e la prossimità geografica con le coste libiche, è fuori dalla gestione delle vicende e dal futuro della Libia?

   Partirei con il dire che, in effetti, non siamo completamente al di fuori della gestione delle vicende libiche. Rischiamo di esserlo in una prospettiva che, complice appunto questa situazione di cambio di regime e quindi di rivoluzione per altro opportunamente e legittimamente sostenuta dal nostro paese, può produrre e determinare una configurazione dei rapporti internazionali del nuovo stato libico, del nuovo regime che sostituirà il precedente, in cui l’Italia dal ruolo di interlocutore privilegiato potrebbe passare al ruolo di comprimario. Questo, a mio avviso, non tanto per la volontà del nuovo regime libico, quanto piuttosto per le spinte che vanno in questo senso da partner storici dell’Italia, quali possono essere appunto la Francia e la Gran Bretagna che invece premono per avere un ruolo più attivo nei rapporti internazionali con il nuovo governo libico che si è già in parte costituito ma che dovrà formarsi a seguito di libere elezioni, di una costituzione, e così via. Questo perché in gioco c’è anche la gestione di risorse energetiche che ovviamente fanno gola a tutti in un momento come questo. Ora l’Italia, guidata appunto dalla NATO, ha appoggiato come gli altri paesi dell’alleanza queste iniziative autorizzate dal Consiglio di Sicurezza con le risoluzioni del 1970 e 1973 soprattutto che vanno nel senso di intervenire nella situazione di guerra civile che si era venuta a creare in Libia per aiutare i ribelli nel momento in cui il vecchio regime aveva dichiarato di volerli “schiacciare come ratti” (queste sono state le parole utilizzate da Gheddafi in una certa fase). Questo intervento dell’Italia, che ha prestato le sue basi per le iniziative (raid) e ha addestrato il personale militare delle forse ribelli, ha condotto la Libia sotto l’egemonia della NATO quale forza militare autorizzata e prima forza di intervento (e all’interno della NATO sappiamo quali sono i rapporti di forza), quindi il ruolo dell’Italia rischia di essere in qualche modo messo da parte. Per evitare che ciò accada, l’opportunità è quella di rafforzare il più possibile i legami con il neonato governo libico di Liberazione Nazionale, cercando di entrare e mantenendo ovviamente tutti i rapporti già acquisiti con il vecchio regime perché finora, per la verità, nessuno ci ha accusato di una eccessiva complicità seppure storicamente i rapporti tra l’Italia e la Libia si erano andati consolidando. Questo però perché l’Italia ha appoggiato sin da subito un cambio di passo, visto poi l’atteggiamento del vecchio regime. 2-Con tutto ciò che sta succedendo in Grecia, in Spagna e in Irlanda, ha ancora un senso parlare di Europa Unita?
Ecco, anche questa è una domanda di carattere molto ampio, per la quale occorre muovere da una premessa: il processo d’integrazione europea, che ha avuto un’accelerazione verso l’inizio degli anni ’90 grazie al crollo dei regimi comunisti e alla caduta del muro di Berlino e agli eventi geopolitici che si sono susseguiti, ha subito dopo l’11/09 una battuta d’arresto inevitabile dovuta ad una crisi – poiché queste erano anche le intenzioni di chi ha sferrato quell’attacco terroristico nei confronti dell’intero occidente, quindi non solo degli Stati Uniti come paese colpito direttamente ma dell’intero sistema occidentale. Come se non bastasse, in concomitanza si sono affacciate alcune economie più aggressive, più forti e più giovani che ovviamente aspiravano al raggiungimento di un tenore di vita che fino a quel momento era loro precluso, e questo ha richiesto ai paesi europei uno sforzo supplementare di coesione. Tale sforzo si era in parte concretizzato con la famosa Costituzione Europea del 2005, la quale però fu bocciata da due referendum importanti in Francia e nei Paesi Bassi e quindi ha segnato un punto di involuzione. Il prodotto di questa involuzione, nonostante si sia poi arrivati con il Trattato di Lisbona del 2009 ad un nuovo inizio, lo stiamo vedendo oggi. Vale a dire che la crisi dei mercati finanziari è imputabile a ragioni esterne alla conduzione delle politiche economiche nell’ambito dei paesi europei poiché la crisi nasce nel 2008 con dei problemi che sorgono negli Stati Uniti e si propaga successivamente al di qua dell’Atlantico, e trova l’Europa impreparata ad affrontarla perché dal punto di vista giuridico ed economico l’Europa non era (e non è) ancora dotata di strutture e di organi decisionali talmente forti da poter affrontare una situazione di questo genere. Quindi la crisi della Grecia, dell’Irlanda, del Portogallo e della Spagna, e in parte lo vediamo anche dell’Italia, è figlia dell’assenza di un potere decisionale che in qualche modo accompagni a un’unione monetaria che è stata realizzata già dal ’92 in maniera forte e decisa, un’unione di tipo economico. Quindi è come dire che ci troviamo davanti ad un sistema zoppo che non riesce a progredire. Se non si agisce su elementi quali la leva fiscale a livello di Unione Europea, o altri elementi che possono condurre a un riequilibrio tra la politica monetaria e quella economica, i risultati sono quelli che stiamo vedendo oggi. A questo si è aggiunto, nell’ultimissima fase, un certo irrigidimento dal punto di vista delle politiche economiche, vale a dire che anziché – mi si passi l’espressione – gettare il cuore oltre l’ostacolo, quindi arrivare a preconizzare un futuro centralizzato di gestione delle politiche economiche, ovvero un governo europeo della politica economica, si è cercato di costringere, secondo alcuni opportunamente, secondo altri meno, i Paesi ad adottare delle normative interne sul Patto di Stabilità, quindi sul famoso rapporto tra deficit, quindi debito pubblico e PIL, molto rigide. Ciò però, in questa fase depressiva, non risolve di per sé i problemi. Da un lato accontenta chi, come ad esempio la Germania che, accontentandosi, ha finanziato cercando di colmare un po’ le lacune che erano emerse negli altri Paesi europei, tappando le falle che si erano verificate ma dall’altro non si è rilanciato chi comunque sta indietro, e quindi viene messo in crisi tutto l’assetto della moneta unica e con esso anche il concetto di Europa unita.

La crisi dell’euro è voluta dalla speculazione finanziaria internazionale o è la prova del nove della fragilità della politica economica europea?

Mi verrebbe da dire entrambe le cose, con una risposta che è un po’ salomonica. Certamente la fragilità, che abbiamo testé descritto, del sistema politico-economico dell’Europa ha contribuito a esporre l’euro a questo attacco. Teniamo conto anche che (si tratta di considerazioni di stretta politica monetaria) un euro troppo forte in qualche modo non avrebbe fatto comodo neanche ad alcuni paesi dell’Unione Europea stessa. Quindi il consolidamento di questa moneta, a un certo punto, forse è arrivato con troppa rapidità e quindi si è verificata un’esposizione all’attacco di speculatori finanziari. Tuttavia sono dell’idea che il mercato in sé non è né buono né cattivo in assoluto. È ovvio che ci sono dei correttivi che devono essere introdotti, quindi non può pensarsi che il mercato da solo riesca a gestire delle situazioni perché lo vediamo, e lo abbiamo visto nella storia, che chi rimane indietro poi continua a rimanere indietro, e non è detto che poi si salvi solamente affidandosi al mercato. D’altra parte, però, la possibilità di evitare l’azione di speculatori è legata alla credibilità dei singoli paesi. Cioè, l’attendibilità dell’Unione e dell’euro passa per quella dei singoli paesi. Da qui il problema delle famose agenzie di rating, che poi in qualche modo un giorno decidono una cosa e il giorno dopo un’altra, dettato dal fatto che la politica in questa fase mostra un’eccessiva fragilità. Ovviamente non è un discorso solo del nostro paese ma complessivo perché la crisi che si verifica nei singoli paesi (Grecia, Portogallo, Irlanda, ecc) è una crisi complessiva del sistema Europa, ovvero di un sistema che, forte anche di politiche del lavoro e sociali del tutto anticoncorrenziali da parte delle economie emergenti, in qualche modo deve da un lato affrontare e mantenere saldo il welfare, insieme a determinate garanzie che sono frutto di secoli di battaglie sociali da parte della popolazione interessata, e dall’altro deve anche mantenere alta la competitività, quindi garantire ai mercati una solidità che invece in questo momento sembra mancare.
 


 
Un’altra domanda sempre su questo tema: la crisi di paesi come Spagna, Portogallo, Grecia, che sono quelli più deboli, può essere vista anche come una crisi di tutti i paesi dell’Europa, anche quelli più forti, che però si ripercuote in maniera maggiore su quelli più deboli?

Questo è uno degli aspetti della crisi. Evidentemente, come in una classe, nel momento in cui il maestro latita e non controlla l’intero corpo degli alunni, quelli più distratti rimangono indietro alla fine dell’anno. Nel caso dell’Europa è evidente che l’assenza di un centro decisionale a livello di Bruxelles, ma in realtà si potrebbe configurare in vari modi a seconda poi delle scelte politiche che sono sul piatto per rilanciare l’azione europea, implica che tutti i paesi siano colpiti, anche il più grande. Questo perché il sistema del debito pubblico dei singoli paesi è talmente incrociato che le banche di un paese acquistano debito di un altro paese, quindi nel momento in cui cade uno sono a rischio tutti gli altri. È ovvio che, in questa partita, l’Europa gioca come entità unitaria ma non tale in maniera effettiva e un ruolo diverso giocano i singoli stati in azione. Qui, dal punto di vista tedesco, il rifiuto ad esempio di emettere dei titoli europei di debito è dettato dal fatto che finora i paesi piccoli come l’Irlanda, il Portogallo e la Grecia non hanno mostrato quella serietà e credibilità che per loro, cioè per i tedeschi, sarebbe di garanzia per poter assumere ulteriori fette di debito pubblico di questi piccoli paesi. In realtà bisogna immaginare questa situazione come una situazione in cui la partita è a somma 0, ovvero perdono tutti nel momento in cui non si capisce che bisogna trovare una soluzione di tipo unitario (cioè ognuno dev’essere disposto a rinunciare a qualcosa), per proiettarsi poi nel nuovo secolo, quindi per competere con delle economie aggressive emergenti quali quelle di oriente, India, Sud Africa, Brasile, e così via.

Ci può parlare della decadenza dell’egemonia degli Stati Uniti nello scacchiere mondiale e di quanto sia stato determinante l’attentato dell’11 settembre?

La crisi statunitense è una crisi, peraltro da molti paventata ma che ovviamente non si consuma e non si consumerà in pochi anni, che ha origini probabilmente più antiche dell’11/09. Dal punto di vista politico è dettata da un paradosso se vogliamo, ovvero dal fatto che dagli anni ’90 gli Stati Uniti si ritrovano come unica superpotenza a livello globale, e la tentazione di una superpotenza di “fare da sola”, di poter fare a meno degli altri partner (sia pure più piccoli, modesti e meno importanti) è fortissima. E questa tentazione è stata sperimentata nel corso degli ultimi 20 anni a fasi alterne. Ad essa però si è accompagnata, se vogliamo, la crisi di un modello occidentale che in qualche modo vedeva gli Stati Uniti come braccio armato dell’Europa a difendere una serie di valori che sono stati in parte esportati e, in altrettanta parte, recepiti da alcuni altri paesi che prima costituivano degli interlocutori non di primo piano: pensiamo appunto alla Cina e ai progressi che ha fatto negli ultimi 30 anni, al Brasile e alle altre economie emergenti come India, Korea del sud e Sud Africa; si tratta dunque di paesi che aspirano legittimamente a raggiungere un tenore di vita che è stato quello che l’occidente (inteso appunto come Europa e Stati Uniti) ha mostrato al mondo nell’era moderna e contemporanea. Quindi, nel momento in cui questo modello che l’occidente ha esportato viene recepito dal punto di vista del capitalismo e di determinate logiche senza quel sostrato di garanzie alle quali soprattutto l’Europa ha aderito, e parliamo di garanzie sociali quali pensioni, lavoro per tutti e assistenza sociale, è ovvio che l’intero modello trova, in queste neo economie, degli interlocutori molto più forti che lo applicano in modo molto più aggressivo. Siccome su questo pianeta il quantum di ricchezza in termini di risorse ambientali ed energetiche è definito, quindi non si può pensare di poterlo spremere troppo, è ovvio che all’emergere di alcuni paesi si accompagni poi la regressione di altri. Per questa ragione l’America sta faticando, e l’11 settembre è stato un colpo ovviamente non mortale dal quale si potrà senz’altro rialzare, e si ritrova con un debito molto elevato – anche per le spese militari affrontate – e a dover fare i conti con nuovi partner interlocutori che sono in grado, se non di dettare, almeno di condizionare l’agenda politica internazionale con nuove condizioni.

Rimanendo in tema delle economie emergenti, parliamo dei BRIC: questi paesi saranno il futuro del nuovo mondo?

Parlando con i dati alla mano direi che sono già il presente: i corsi di cinese qui in Italia e negli Stati Uniti occupavano una nicchia, rivolti ad una piccolissima fascia di persone interessate, adesso sono aumentati del 120%, quindi c’è una richiesta da parte di chi riconosce l’importanza di entrare in relazione e di trovare sbocchi dal punto di vista lavorativo e se non altro degli scambi commerciali con queste nuove economie. Esse sono senz’altro candidate a diventare dei punti di riferimento per il prossimo futuro, sia in termini di prodotto interno lordo sia in termini di crescita e investimento in quei paesi che hanno rallentato inevitabilmente la crescita. La stessa offerta che è stata presentata ai paesi europei nell’ultimo G20, quindi nell’ultimo incontro dei 20 paesi più industrializzati, ovvero l’acquisto da parte dei BRIC di titoli di debito pubblico per cercare di mantenere la saldezza e la solidità della moneta unica, è evidentemente un segnale forte di chi ha intenzione di proporsi come interlocutore importante sulla scena internazionale. Ora, a mio avviso, a questi paesi e ad alcuni più che ad altri manca fondamentalmente un sostrato di tutela dei diritti sia di natura individuale che collettiva, ad un livello tale che possa costituire per il futuro del mondo complessivamente inteso una garanzia di livello adeguato a quella che l’Europa e gli Stati Uniti hanno offerto in questi anni. Non vuole essere un discorso eccessivamente filo-occidentale, però immaginare che la Cina diventi il paese leader mondiale in assenza di democrazia (con tutti i vantaggi che questo può comportare dal punto di vista della gestione interna dei problemi. Loro riescono a viaggiare ad alti livelli dal punto di vista economico mantenendo un’assenza di democrazia, quindi con un sistema istituzionalmente inaccettabile in occidente). Questo come studioso di diritto internazionale e della tutela dei diritti; come persona italiana di questi anni, invece, mi preoccupa non poco perché può significare in un futuro prossimo che torni a verificarsi quello che già si era verificato, vale a dire una cessione dal punto di vista dei diritti individuali in cambio di benefici (che possono essere un diritto al lavoro, uno stipendio, una serie di vantaggi sul piano economico), tutti però subordinati ad un unico obiettivo che è quello del profitto.
La Cina è una potenza rampante, così come lo sono altre realtà, perché ha come unico obiettivo quello di crescere, per cui non si preoccupa poi se all’interno questa crescita fa delle vittime, e crea delle sacche di povertà e sovra-sfruttamento; tutte cose che noi vivevamo verso la fine dell’800 e quindi non siamo più abituati a pensarle come possibili, tant’è che nel momento in cui vengono messi in crisi e in discussione alcuni diritti acquisiti, parte della popolazione si ribella. Questo vale in tutta l’Europa e anche negli Stati Uniti. Tale modello, al quale riconosciamo una supremazia in questa fase di crescita economica, a mio avviso è un modello squilibrato.

BRIC: Brasile, Russia, India e Cina. Ma a quanto pare ci sono anche altri paesi come, ad esempio, Sud Africa, Turchia, Corea, e si può parlare anche di altri o …?

Quelli che abbiamo citato sono senz’altro le punte economiche. In realtà la zona che evidentemente cresce di più è quella dell’estremo oriente, perché dal punto di vista politico si è assestata anticipatamente rispetto ad altre realtà del mondo. Mi aspetto comunque in ogni caso che economie come quelle dell’Argentina, che ha un enorme patrimonio delle risorse naturali, ma anche alcuni stati africani, nel momento in cui dovessero risolvere dei problemi annosi dal punto di vista istituzionale e politico, possano affacciarsi sulla scena mondiale come delle locomotive, economicamente parlando. Questo ovviamente mette l’Europa di fronte a una scelta importante, ovvero quella di arrivare in pochissimi decenni a parlare con una sola voce, ad esprimere il proprio punto di vista sul piano sociale, economico e politico con un’unica voce, perché altrimenti il dialogo e il confronto tra i singoli paesi europei e le nuove economie emergenti singolarmente prese è un confronto in perdita rispetto al quale il rischio di soccombere è veramente alto. E una volta che il primato occidentale sulla tutela dei diritti, sulla crescita e sull’equilibrio in generale (pensiamo a battaglie come quella ambientale e vediamo come questi temi vengano trattati in maniera del tutto differente nel continente europeo dove viene richiesto agli stati, seppur con mille difficoltà, il rispetto di standard di tutela piuttosto elevati), e quanto accade invece in altri paesi, come queste economie emergenti, in cui il rispetto ambientale viene messo in coda perché l’esigenza di sviluppo e di crescita economica è un’esigenza primaria che non incontra alcun tipo di ostacolo. Quindi se noi perdiamo questo primato in realtà rischiamo poi di doverlo riconquistare, di dover brigare e darci da fare per riaverlo, e questo non so quando potrà avvenire.