I processi infiniti

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Dopo tre anni dal precedente articolo “I processi in Italia e la loro ragionevole durata” la situazione non è migliorata: nel settore civile sono circa 5,4 milioni i procedimenti pendenti, e quelli nel settore penale 3,3 milioni.

Tali dati non si discostano sostanzialmente da quelli rilevati tra anni or sono. La situazione economica che affligge il Paese ha fatto rilevare l’incidenza che il malfunzionamento giudiziario, in particolar modo del settore civile, determina una perdita sul prodotto interno lordo nazionale (Pil), quantificabile in 20 miliardi di euro: ciò significa che il malfunzionamento assorbe circa un terzo della previsione di incremento del Pil stimato per ottimale per una nazione come l’Italia.

Tale situazione provoca l’incertezza delle situazioni giuridiche ed economiche per tutta la durata del processo nei vari gradi, e quindi una impossibilità di valutare i rischi e i costi nel tempo, elementi essenziali in qualsiasi gestione di impresa sia piccola che grande. A quanto detto si aggiunge l’eccessiva litigiosità nel settore civile aggravata dalla durata media dei processi che, se è rimasta pressoché uguale per il giudizio di primo grado (tre anni circa), è invece peggiorata per il grado di appello la cui durata si è incrementata del 9% con una durata media di circa tre anni, che possono aumentare ancora di uno/due anni per le Corti di Appello più cariche di lavoro come ad esempio quella di Roma. Analoga situazione, con incremento di durata simile, è il giudizio dinanzi i giudici di pace. In decremento invece di circa il 5% la pendenza dei procedimenti in Cassazione.

Tali dati sono, ovviamente, delle “medie”, ma è interessante notare che le durate dei processi in tribunale vanno dai 1090 giorni per Reggio Calabria, ai 1440 per Messina, ai 1010 per Roma, agli 870 per Milano, ai 1440 per Venezia, ai 720 per Torino, dimostrando così una totale disaggregazione della risposta alla richiesta di giustizia. L’eccessiva litigiosità, meglio definita “l’abuso del processo” da parte dei cittadini, è la causa prima dello spaventoso carico delle liti civili, ma è altrettanto certo che gran parte di esse sono in sostanza liti “temerarie” sia sotto l’aspetto della pretesa, sia sotto l’aspetto dilatorio della conduzione dell’azione legale, atteggiamento delle difese per le quali i Codici Civili prevedono un particolare aggravio di spese a carico della parte perdente. Questo rimedio previsto dalla legge è praticamente dimenticato dai Tribunali e dalle Corti di Appello, che tendono invece, non appena possibile, a compensare le spese o a stabilirle in misura ridotta malgrado i continui richiami per l’applicazione della legge da parte della Suprema Corte di Cassazione.

L’aggravio delle spese è certamente un efficace freno al ricorso al Tribunale e la sua fondatezza si può rilevare nella diminuzione significativa del contenzioso dinanzi al Giudice di Pace che ha visto una diminuzione di circa il 19% delle nuove cause in diretta conseguenza della diminuzione del 48% dei ricorsi contro le multe per violazione del Codice della strada. Questo dopo che è stato introdotto il pagamento di un contributo spese di 37 euro a carico del ricorrente, che prima non doveva sostenere alcun onere. Con il 21 marzo del corrente 2012 i Tribunali si troveranno, si spera, sollevati da circa 400.000 nuove cause con l’obbligatorietà di esperire preventivamente alla proposizione di un giudizio un tentativo di mediazione dinanzi ad un organo qualificato di mediazione. Le materie per cui sarà obbligatorio il tentativo di mediazione sono: condominio, diritti reali, divisione e successioni ereditarie nonché patti familiari, locazione, comodato e affitto di aziende, risarcimento danni in tema di circolazione di veicoli e natanti, responsabilità medica, diffamazione a mezzo stampa o con altro mezzo pubblicitario, ed infine contratti assicurativi, bancari e finanziari. La mediazione comporterà anch’essa degli oneri a carico delle parti in conflitto, che si vanno a sommare a quelli dell’eventuale giudizio civile, ma occorrerà del tempo prima che tale novità sia percepita dai cittadini e per questo sarà certamente necessario un favorevole atteggiamento degli avvocati, anche se la diminuzione del contenzioso determinerà necessariamente la diminuzione di valore complessivo del “mercato dei processi”. Peraltro al fine di ridurre tale “abuso del processo”, come definito nella Relazione del 2011 dal Presidente della Corte di Cassazione, saranno probabilmente necessarie ulteriori modifiche legislative ed una intensificazione della sorveglianza in tema di deontologia professionale non solo delle parti private in causa, ma anche per gli organi di difesa delle Pubbliche Amministrazioni.

Uguale attenzione, pur nel mantenimento della libertà di giudizio del singolo magistrato giudicante, dovrà essere posta nella valutazione professionale degli stessi giudici con particolare attenzione alla necessità di mantenere la certezza del diritto secondo i principi giurisprudenziali dettati dai Giudici di legittimità (Cassazione e Corte Costituzionale), al fine di rendere per il cittadino certa e continuativa l’interpretazione e l’applicazione delle leggi. Le modifiche legislative introdotte non saranno sufficienti a risolvere il problema della durata: manca ancora una completa digitalizzazione delle procedure, un incremento di organici degli uffici e del numero dei magistrati – ne mancano circa 1400 al numero previsto dalla legge – ma, soprattutto, una nuova organizzazione delle sedi giudiziarie eliminando una buona parte di quelle di dimensioni ridotte che non possono sfruttare una sinergia dimensionale delle strutture, e, non da ultimo, un’organizzazione del lavoro dei singoli magistrati e della scelta dei responsabili dei Tribunali e delle Corti di appello, privilegiando le capacità organizzative su quelle della scienza del diritto e, sotto questo solo aspetto dirigenziale, un rafforzamento delle gerarchie.

Rendere giustizia ai cittadini è infatti un servizio come un altro valutabile in termini di costi e benefici, e non vale a rendere positivo il conto finale il fatto che la produttività dei singoli magistrati italiani sia notevolmente superiore a quella degli altri loro colleghi europei. Nel settore della Giustizia penale la situazione è pressoché identica, nel 2011 sono pendenti 3.378.068 procedimenti penali, con aumento per i tribunali e le corti di appello, e per i giudici di pace. Solo questi ultimi hanno aumentato del 10% circa la definizione dei processi, mentre la produttività degli altri due è diminuita. Complessivamente l’andamento dei reati non ha subito rilevanti variazioni: in aumento sono soltanto i reati contro la Pubblica Amministrazione per peculato, truffe e corruzione, in lieve aumento gli omicidi colposi relativi alla circolazione stradale e agli infortuni sul lavoro. Per quanto riguarda la lotta alla criminalità organizzata un efficace strumento di contrasto si è rilevato il sequestro dei beni, il che rende necessario nuove leggi che ne consentano l’utilizzo anche ad altri tipi di reati comuni. I mali che affliggono la giustizia penale sono in sostanza gli stessi della giustizia civile, ma con una aggravante tipica di una mentalità del nostro paese: l’attribuzione di risposta penale a qualsiasi anche minimo comportamento deviante, credendo con ciò di risolvere il problema.

Si prenda ad esempio il furto di un’auto – con azione penale obbligatoria d’ufficio – che si risolve nella grande maggioranza dei casi in un procedimento contro ignoti, procedimento che va comunque aperto e concluso per consentire al derubato di essere risarcito dall’assicurazione. Basterebbe infatti limitare l’azione penale obbligatoria a quei reati che riguardano situazione di allarme sociale, e consentire l’azione penale solo su denunzia del singolo danneggiato quando la condotta illecita riguardi in prevalenza interessi individuali. L’identificazione di tali reati di allarme sociale potrebbe essere determinata annualmente per adattarla nel tempo alle mutevoli situazioni della società.

Regolare una serie di comportamenti illeciti con sanzioni amministrative e con procedimenti civili consentirebbe un notevolissimo sgravio di lavoro per gli uffici con un recupero della loro produttività, in particolare dei pubblici ministeri con migliore contrasto alla criminalità organizzata. Uguale revisione sarà necessaria apportare al sistema delle impugnazioni: l’appello ed il ricorso per cassazione. Per far questo è necessario consentire alla difesa nel giudizio di primo grado di poter portare all’esame del giudice tutte le prove e indagini che richiede l’imputato, senza imporre limitazioni, al fine di consentire al giudice di appello di non dover rinnovare un dibattimento del merito.
Anche il ricorso alla Corte di Cassazione deve essere ricondotto nel suo alveo naturale di puro giudizio di legittimità, perché sulla spinta delle attività delle difese si è quasi trasformato in una sorta di terzo grado di merito, caricando la Suprema Corte di impropri carichi di lavoro a detrimento della stessa rapidità dei giudizi.

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