L’INCOGNITA DEL VOTO FRANCESE

Non mancava l’attesa, in verità, per il voto francese e grande appariva l’importanza che soprattutto i media gli avevano attribuito come grande confronto destra-sinistra. Rilevante e decisivo non solo a Parigi. Basterebbe ricordare certe “articolesse” con pipa che il direttore di Telekabul inviava da Parigi, le note dei più raffinati palati giornalistici nostrani, non escluso l’ex sinistro Pansa e l’attuale Cazzullo, per non dire dei collegamenti e degli studi straordinari messi in piedi dall’attuale direttore di Rai news. Ed invece, tanto rumore per nulla: una maggioranza risicata per Hollande candidato socialista, la conferma trionfale ed accresciuta della candidata neo-fascista Marine Le Pen, secondo una tradizione paterna ben consolidata, mentre il presidente Sarkozy sconfitto di misura è intenzionato a rifarsi al ballottaggio secondo i contenuti e gli intenti già espressi subito dopo la chiusura delle urne.

Ci sarebbe da chiedersi, con una riflessione ben più seria di quella che stiamo riservando ai seguaci di Beppe Grillo, che fine abbiano fatto, dal punto di vista elettorale, gli imponenti movimenti di protesta sociale e politica. E come del resto resti aperta la principale questione di quale sbocco possano realizzare movimenti, specie giovanili e femminili, di precari e disoccupati che sotto la prevalente egida dei sindacati hanno percorso in lungo ed in largo la Francia e non solo. La domanda del resto avrebbe avuto senso non minore anche per quanto riguarda la Spagna, dove almeno un netto cambiamento di indirizzo, non certo progressista, tuttavia si è realizzato. A questo fine si attende l’esito del ballottaggio francese fra due settimane e si può già dire che lo stesso Hollande punta soprattutto a recuperare voti moderati e non certo a sollecitare consensi per così dire estremistici. Analoga e non sorprendente la posizione di Sarkozy che alimenta lo spauracchio di sinistra e chiede ai francesi di fare fronte comune contro le minacce di divisione e di indebolimento dell’unità nazionale francese.

Un quadro dunque complessivamente modesto che potrebbe indurre a ragionamenti meno “provinciali” e di natura congiunturale rispetto alle grandi manovre e ai confusi lavori in corso per rinnovare, da varie parti, il sistema politico italiano. Per fortuna – e/o sfortuna – le questioni di fondo restano eguali in tutta Europa e solo il deciso avvio di pratiche di buon governo, un mutamento radicale delle tradizionali facce della vecchia classe dirigente, può rimettere in moto positivamente le cose e dare finalmente una sterzata salutare alla nostra politica sempre più senz’anima e senza credibili spinte ideali di rinnovamento.

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