PER UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE

La tanto biasimata legge elettorale tuttora vigente per il Parlamento (l. 270/2005, detta anche legge Calderoli) evidenzia una serie di criticità che possono essere così riassunte:

• rischio di una soglia troppo bassa – è sufficiente la maggioranza relativa – per ottenere la maggioranza assoluta dei seggi;
• eccessiva differenza tra i quorum di sbarramento relativi a partiti aderenti a coalizioni e quelli richiesti invece a formazioni che optino per la corsa solitaria, con ampia penalizzazione di queste ultime, soprattutto al Senato;
• liste bloccate dei candidati senza possibilità di scelta da parte degli elettori;
• assurda possibilità di articolare le medesime candidature su più circoscrizioni, con ampia possibilità di manovra da parte delle segreterie politiche dopo il voto, attraverso il meccanismo delle opzioni;
• rischio persistente di maggioranze disomogenee tra Camera e Senato, a causa della previsione di un premio nazionale per la prima, mentre al Senato i premi sono assegnati su base regionale.

La normativa vigente fu a suo tempo ispirata dall’esigenza di incentivare le aggregazioni dei partiti nelle coalizioni e di individuare un vincitore “certo” dopo le elezioni, ma le drastiche modalità adottate hanno trasformato le coalizioni in una sorta di camicia di forza, mentre la normativa dovrebbe “dolcemente” stimolarle, affinché comunque si formino in base a criteri di omogeneità, senza ricorrere a una sorta di velata “coercizione” che potrebbe spingere anche alla conclusione delle alleanze più innaturali, pur di ritrovarsi poi al tavolo dei vincitori!

L’esperienza di questa legislatura che si avvia a conclusione ha peraltro dimostrato, con l’abbandono della maggioranza da parte di Fini e le conseguenze politiche che ne sono derivate, che i paletti “draconiani” fissati per favorire la formazione delle coalizioni non garantiscono necessariamente la stabilità di governo. Sarebbe quindi importante varare una legge ispirata a esigenze di equilibrio complessivo, di semplificazione “armonica” della competizione, di valorizzazione della scelta del cittadino e di più efficace “prossimità” tra eletto ed elettore.

I collegi uninominali, soprattutto di dimensioni non troppo estese – pensiamo ad esempio al territorio di una provincia – possono rappresentare una soluzione adeguata ad avvicinare gli eletti ai cittadini e favorire candidature radicate sul territorio, evitando le esasperazioni concorrenziali all’interno dei singoli partiti che talvolta si producono con il sistema delle preferenze. Attraverso il collegio uninominale (con sistema maggioritario o proporzionale) si possono favorire le coalizioni e quindi la semplificazione della competizione, certamente auspicabili quando le convergenze programmatiche si rivelino possibili.

Quanto al premio di maggioranza, se ne ravvisa certamente l’utilità ai fini di realizzare governi stabili di legislatura e dovrebbe spettare al vincitore, si tratti di un partito o di una coalizione omogenea espressamente dichiarata a livello nazionale (in questo senso si potrebbe superare la polemica un po’ sospetta tra PD, che intende assegnarlo alla coalizione e PDL per il quale dovrebbe spettare al partito). Dovrebbe comunque essere assegnato solo in base al superamento di una percentuale di voto particolarmente elevata (se non proprio il 50% previsto dalla legge di De Gasperi e Scelba, adottata per le elezioni del 1953 e poi abrogata, neanche la mera maggioranza relativa prevista dalla legge vigente).

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