Intervista a Marika Carniti Bollea

di Emma Rossi Bernardi

di | 1 Ott 2012

In homepage "Aliena nel cosmo è felice. Ma qualcuno l’aspetta"

Il suo “Realismo magico in scena e nell’abitare” dove si sente di averlo espresso meglio?

Ho creato due mondi diversi, come se fossero le stesse cose ma viste in modo diverso, il ricordo delle cose che abbiamo visto e riproposto e che ci hanno emozionate di più ed in questo esorto a ripensare alle famose “Intermittenze del cuore” di Proust. Quello di ricordare le cose, ripensarle e riproporle è una ripetizione che faccio volutamente in modo che l’emozione non si perda perché il vedere una cosa, emozionarsi e poi quasi dimenticarla mi è sempre sembrato estremamente riduttivo per il maestro che l’ha creata e per me questo dilungare l’emozione è molto importante. Ed è in questo contesto che le mie case appaiono come una verifica decisiva del già detto da qualcuno, vedo la casa come un progetto emergente che pone domande nuove in continuazione.

“La casa come teatro”, così l’hanno definita i suoi maggiori critici.

Sì, perché è lo spazio delle verifiche e della domanda radicale, ossia come ci vivi- come non ci vivi, ci stai bene-ci stai male.
La mostra va letta nell’ordine in cui le case sono presentate, come le pagine di un libro proprio per capire quanto sono diverse l’una dall’altra. Infatti le mie case non hanno mai uno stile ben preciso, anche se poi tutti le riconoscono quando vengono pubblicate e le riconducono a me per l’atmosfera, per il “mood”, per quella fantastica esposizione della realtà che forse altre non hanno. Adesso sto disegnando una casa omaggio al razionalismo puro, quello che poi ha riportato il minimalismo che io non condivido affatto perché è un razionalismo “non apparecchiato”. Secondo me questa è veramente la definizione giusta. Nelle case minimaliste a Milano, Londra, Buenos Aires, si trovano divani, poltrone, tavoli di grandissimi maestri senza essere rivisitati, senza alcun oggetto, non c’è un vaso, un posacenere, non c’è nulla. Per me il minimalismo è una truffa intellettuale, eppure sono tutti convinti di vivere in un’onda mediatica estremamente moderna, ed io questo non lo condivido.

Una delle caratteristiche principali delle sue case è che sono realizzate con il lavoro di artigiani esperti. In questa mostra, infatti, ci sono oggetti di grosso design che ha realizzato.

Sì, la mia è una tradizione spirituale perché ho sempre lavorato anche realizzando gli oggetti, inventando uno spazio soprattutto psicologico. Lavoro in uno spazio e in un’ottica metafisica che però io ho già disegnato prima, in una costruzione ben definita e perfetta, che poi immergo nell’atmosfera che voglio, che può essere di Picasso, di Klimt, per esempio. Ho dipinto tanto nelle mie case, ma i protagonisti dal punto di vista concreto sono gli artigiani. Se non si hanno dei bravissimi fabbri e falegnami, il risultato non è eccellente. Ho lavorato all’estero e devo ammettere che i nostri artigiani italiani sono i migliori, anche se non si dovrebbe dire perché queste interviste girano il mondo, ma noi italiani siamo conosciuti nel mondo ed apprezzati per il nostro artigianato.

Una delle caratteristiche delle sue case è anche quella di dedicarle a dei grandi artisti.

Infatti è così, ma questa scelta di creare uno spazio psicologico nel quale inserire l’emozione che ci ha dato il grande maestro, comporta assolutamente la proibizione di fare la copia. Insomma non è che io prendo e copio, al contrario è la scia della memoria che rappresenta una dilatazione di quel momento e di quell’emozione che si riceve e che io frantumo, spezzo e sfumo e rendo in quel momento e la ripropongo: infatti io prendo in prestito le cose. Per restare in quel “mood” ho bisogno di strumenti che sono i “flash”, i momenti che io prendo in prestito dall’artista. La vita funziona meglio se ci appoggiamo alla fantasia. Per me la vita è anche procreazione, è un’attrazione tra il conosciuto e lo sconosciuto, tra quello che sappiamo e vediamo e quello che c’è dietro da scegliere, da reinterpretare. Ed è proprio così che ho creato questo stile, ponendo la grande arte nell’arredamento ma con molta semplicità.
 

Nel corso dell’intervista al museo incontriamo il grande maestro e scultore Alfio Mongelli , Presidente “dell’Accademia di belle arti di Roma”, che ci racconta dei 2 anni in cui Marika ha insegnato scenografia nella sua Accademia, insegnando l’uso di nuovi materiali e riuscendo a stimolare l’interesse negli studenti.

E’ vero, creavo molto interesse negli allievi, avevo l’aula sempre piena perché non avevo un sistema accademico tradizionale nell’insegnamento ma basavo tutto sul mio istinto e sulle mie sensazioni.
Mi ricordo che ad una lezione arrivai con tante fotografie degli anni 20-30 che mostravano le case dei grandissimi divi di quell’epoca, dalla casa gotica con gli ori delle ville hollywoodiane dei primi attori, a quelle come la villa di Cary Grant, uno spazio che univa il barocco al gotico pesante.

Parliamo dei suoi lavori teatrali, quale è stato il lavoro che l’ ha più entusiasmata e quello dove ha trovato uno stimolo maggiore ed una maggiore ispirazione?

Ma lo sono stati per me veramente tutti, anche se quello che mi ha più stupita e tanto spaventata era il primo lavoro lirico e teatrale “Romeo e Giulietta” di Gounod, con la regia di mio figlio Marco Carniti, perché non avevo mai fatto nulla in teatro e di colpo mi sono catapultata in questo mondo. Sono stata chiamata dal Maestro Giancarlo Del Monaco, sovraintendente del Teatro di Bonn, dicendomi che aveva visto i miei lavori, le mie pubblicazioni, e che era convinto che avrei fatto un ottimo lavoro per “Romeo e Giulietta”, e mi avrebbe messo a disposizione sarti e tecnici molto preparati, e sono stata molto contenta di accettare la sua proposta.

Le sue case non si possono definire “nella norma”.

Non sono una persona “nella norma” ma assolutamente alla ricerca della normalità. Sono sempre stata molto borghese nelle mie frequentazioni ed ho sempre ricercato l’equilibrio. La mia è stata una ribellione molto contratta, ho sempre cercato nelle amicizie, nel teatro, nella letteratura, delle cose non troppo lontane dalla realtà, il surrealismo e l’irrealtà le vivevo dentro di me. Ho iniziato a disegnare le mie case in quel modo, guardando Man Ray, tutto quello che era il periodo di Duchamp e che mi affascinata da morire. Il senso del meraviglioso che avevano questi artisti, lo scandalizzare la borghesia, sostituivano l’immagine che la borghesia aveva di se stessa con scenari e rappresentazioni completamente estranee alla pigrizia mentale borghese. Ed anche io ho voluto prendere in giro questa mentalità borghese, che naturalmente è stata poco capita dai razionalisti. Sono arrivata due anni prima del post moderno, e sono stata la prima a far capire che serviva un’ondata di scenografia nella casa. Per questo Giorgio Strehler mi ha invitata sul palcoscenico del “Piccolo Teatro di Milano” a presentare il mio libro, definendomi la prima “scenografa della casa” e non “architetto”, perché nella casa di tutti i giorni c’è sempre un’idea del mondo che trattiene le nostre emozioni e le percezioni di quello che succede e quindi la casa diventa teatro.
 

Progetti dopo la sua mostra?

Bè, dopo questa mostra vorrei continuare a disegnare oggetti per la casa e iniziare a commercializzare i miei prodotti all’estero perché io ho sempre fatto prototipi che non ho mai venduto. Non ho mai pensato di produrre questi oggetti perché non sapevo da che parte cominciare, non ho alcun senso commerciale e ho bisogno di qualcuno che lo faccia per me. Questo distacco dalle mie creazioni è molto pericoloso perché l’arte non può vivere da sola ma ha ovviamente bisogno di un supporto. Adesso che sono anziana e guardo indietro mi rendo conto di quanto sia stata fortunata a sopravvivere a questo grande lusso di poter disegnare e realizzare le mie opere e non guadagnare. Certo che per ogni casa disegnata, costruita ed eseguita c’era un guadagno minimo, in quanto io volevo che fossero gli artigiani a guadagnare, mentre pensavo poco a quelle che erano le esigenze pratiche del mio studio. Adesso vorrei che qualcuno si occupasse di commercializzare e vendere i miei oggetti all’estero e poter continuare a occuparmi esclusivamente del mio lavoro di design.

Come vede il design in quest’epoca, molto diversa dalla sua, in cui prevale l’uso del computer ed internet.

Secondo me bisognerebbe tornare un po’ al rinascimento come filosofia di vita per capire la necessità di rimettere l’uomo al centro dell’universo, mentre ora è declassato da internet.
A tal proposito c’è una frase bellissima di Bollea “se domani riusciranno a collegare il computer al cervello ad un punto tale da creare risposte e reazioni già pronte all’interno delle sinapsi e dei neuroni celebrali, col tempo la dipendenza potrebbe agire come una droga”, e lui lo prevedeva al massimo tra mezzo secolo.

Un suo sogno nel cassetto.

Prima di tutto finire la mia vita insieme ai miei tre figli, per i quali ho vissuto ogni momento della mia vita pensando di lasciare loro una poetica, un rifugio della memoria che probabilmente vale più di un conto banca. Insomma il trasformare la realtà degli oggetti in un “realismo magico” mi sembra un’eredità molto singolare e importante, perché nei momenti di grande difficoltà di un figlio, credo che con questo esempio che gli ho dato riuscirà a superarli, proprio perché io gli ho insegnato a vivere questa avventura.
Le Corbusier diceva “Una traccia di assoluto c’è sempre nel fondo del nostro essere, è il ricordo di un giorno chiaro della nostra vita”.

BIOGRAFIA

   Marika Carniti Bollea nasce a Genova da un’antica e nobile famiglia.
Da adolescente, accompagnando il padre, inizia a frequentare “il Teatro alla Scala” ed i Musei di Milano. E proprio a Milano conosce il suo primo marito Dario Carniti, dal quale avrà i suoi tre figli: Arturo, Barbara e Marco.
In quegli anni tra il ’60 ed il ’70 viaggiò in tutto il mondo: Russia, Giappone, Città del Messico, Brasile, Argentina, nord e sud America e spesso New York, seguendo mostre, spettacoli, visitando musei, sempre interessata alla vita artistica, all’architettura e a tutte le diverse espressioni d’arte. Nel 1970 inizia la sua attività di “Interior Designer” che poi continuerà a Roma.
Ed è proprio a Roma che ebbe l’incontro più importante della sua vita con il Prof. Giovanni Bollea, padre della Neuropsichiatria Infantile, che divenne il suo secondo marito e con il quale visse nella casa di Via Salaria fino alla sua morte. In questi anni si dedicò anche alla scenografia di vari spettacoli teatrali, seguendo e lavorando a fianco di suo figlio Marco, regista teatrale.
In questi giorni è stata presentata a Roma la sua ultima mostra al Vittoriano, “Il Realismo Magico in scena e nell’abitare”, una rassegna di tutti i suoi lavori più importanti.