A Roma non si “produce” cultura.
Conversazione con Paolo Portoghesi

di | 1 Feb 2013

Ho l’occasione di rivolgere una domanda a Paolo Portoghesi, da poco eletto a dirigere l’Accademia di San Luca.

Come mai a Roma non si produce cultura?

Diciamo che è una domanda provocatoria che andrebbe fatta a chi è responsabile delle istituzioni culturali; l’accademia di San Luca è certamente un’istituzione culturale, però il suo compito specifico non è tanto quello di produrre cultura, quanto quello di conservare un patrimonio.
Roma negli ultimi tempi si è arricchita di una quantità di strutture che dovrebbero produrre cultura: abbiamo un Maxxi, un Macro, la Galleria di Arte moderna, tutte queste istituzioni gareggiano nel mostrare cose fatte da persone che qualche volta anche abitano a Roma, spesso no. E’ difficile dire se si produce o non si produce cultura a Roma, probabilmente si produce non tanto nei luoghi deputati quanto al di fuori di questi luoghi. Poi naturalmente la parola cultura è una parola ambigua a cui si può dare un diverso significato. Io tendo a dargli un significato complessivo, quindi secondo me ci sono tanti modi, e anche a Roma ci sono delle azioni culturali di rivendicazione o altro. La domanda in sé difficilmente può avere una risposta, la risposta probabilmente potrebbe essere quella che non ci sono a Roma intellettuali in grado di produrre cultura; certamente se confrontiamo la Roma di oggi con quella di quarant’anni fa, quella in cui ho vissuto la mia gioventù, effettivamente non c’è più Pasolini, non ci sono più molte personalità.

Provo a suggerirle la parola “conversazione”: molte cose nascevano da incontri.

Gli incontri non è che non ci siano; sotto questo profilo l’Accademia di San Luca ha le carte in regola perché quasi ogni settimana riunisce delle persone per discutere sui libri o sulle cose che emergono.
Per l’accademia di San Luca (io sono presidente da pochi giorni) non ho finora responsabilità né difese da fare, però vorrei portare nell’accademia il dibattito. Per esempio abbiamo fatto un’azione didattica dedicata al paesaggio, io ho impostato tutto sulla decrescita, questo è un argomento di discussione evitato, siamo in piena decrescita e non abbiamo mai sentito i nostri politici parlarne.

A Parigi se ne parla.

Questa è una miopia tremenda che non riguarda solo Roma; non ne parla l’Europa, né Strasburgo, non ne parla Bruxelles, anzi è proprio dall’Europa che viene questo primato assoluto dell’economia rispetto a tutti gli altri aspetti della cultura e secondo me questa è una cosa da denunciare. Il primato dell’economia vuol dire praticamente la morte della cultura: sotto questo profilo ha ragione lei.

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Prendiamo due punti di questa breve intervista a Paolo Portoghesi: la decrescita e il primato dell’economia sulla cultura. I politici dovrebbero discutere della decrescita e impostare delle leggi in favore della tecnologia corrispondenti a nuovi indirizzi. La crisi che stiamo attraversando ci costringe a riflettere su tutte le possibilità utili ad evitare la miseria e la rabbia che ne consegue (rivolte delle periferie, situazione insostenibile. se non tragica, di molti paesi poveri, ecc.).

La decrescita è un movimento che prende l’avvio dalla critica economica e sociale dello sviluppo, ne sono interpreti Serge Latouche e il Mauss (Movimento antiutilitarista nelle scienze sociali). Si sviluppa dalla critica ecologica fino alla critica dell’insostenibilità del sistema economico. Se ne occupano anche Jacques Grinevald, Massimo Bonaiuti a partire dalla teoria della bioeconomia formulata da Georgescu Roegen negli anni ’70 ed espressa in una conferenza dal titolo “Energia e miti economici” tenuta a Yale nel novembre del 1972. Il dibattito su questo tema si svolge in Francia, dove Vincent Cheynet e Bruno Clementin creano l’associazione “Casseur de pub”, ispirata a una associazione canadese “Adbusters” promotrice della giornata del non acquisto. Nel 2002 Serge Latouche, Le monde diplomatique e “ ligne d’orizon” promuovono un convegno a Parigi dal tema “Disfare lo sviluppo rifare il mondo”. Nel 2003 a Lione si tiene un convegno internazionale sulla “Decrescita sostenibile”. Nel 2004 nasce "La decroissance”, il giornale della gioia di vivere. (www.ladecroissance.net).

Anche in Italia si comincia a parlarne, nasce un sito per la decrescita e per una critica allo sviluppo e al suo immaginario. Maurizio Pallante (saggista) fonda il movimento per la “decrescita felice”. La prospettiva è quella di un cambiamento sociale ed economico, in cui la tecnologia si sviluppi per la qualità di ciò che consumiamo, piuttosto che per la quantità dei prodotti consumabili, rispettando i limiti che il pianeta impone. I materiali che da trecento anni sfruttiamo stanno esaurendosi, ma la ricerca sulle fonti alternative non può andare nella stessa direzione quantitativa imposta dal mercato economico e finanziario; la proposta è quella di essenzializzare i bisogni per migliorare le risposte, tendere a un riordino paradigmatico dei valori sociali, ecologici e soprattutto a una ripoliticizzazione dell’economia. Si tratta di immaginare un “altro mondo”, dove la cultura abbia luoghi di discussione per tracciare quelle forme concrete che inducano l’economia a darsi regole etiche.

Parlare del primato della cultura sull’economia è sostanziale, per un’idea di rinnovamento, che fin dal gesto quotidiano di dividere la spazzatura per riciclare lo scarto, ci consenta di valutare i danni che abbiamo sin qui provocato, cambiare i nostri comportamenti, che non producono affatto posti di lavoro. Questo pensiero della decrescita sembra veramente un granello di sale su cui riflettere come sul silenzio dei politici al riguardo, mentre l’economia si fa sempre più economia della miseria.