INTERVISTA AD ANGIOLO MARRONI
Garante dei diritti dei Detenuti Regione Lazio

di | 1 Feb 2013

Traduzione di Maria Rivas                                                                                   VERSIÓN EN ESPAÑOL en "Documenti"

   Disegno di Carla Morselli

Nel recente documento inviato al Presidente della Repubblica e alle Istituzioni interessate sottoscritto dal Coordinamento nazionale dei Garanti dei Detenuti, lei ha espresso una profonda preoccupazione per la situazione nelle carceri del Lazio. Ce ne parli.

La situazione nelle quattordici carceri della Regione non è, purtroppo, diversa da quella del sistema penitenziario del resto d’Italia; una situazione da allarme rosso che, in alcune realtà, si avvicina pericolosamente all’emergenza umanitaria. Secondo gli ultimi dati, nel Lazio sono recluse attualmente settemila persone a fronte di una capienza regolamentare di soli 4.834 posti. Il 45% dei detenuti è in attesa di sentenza definitiva, circa il 40% è rappresentato da cittadini stranieri. La sola lettura di questi numeri lascia già intuire quanto possa essere complessa e problematica la gestione di tale universo. Il sovraffollamento resta ovviamente il problema più grave che, insieme alla cronica carenza di risorse economiche e di professionalità, non fa che aggravare quotidianamente un quadro di cui non si intravedono sviluppi positivi all’orizzonte.
La nostra esperienza di impegno nelle carceri ci induce ad affermare, senza tema di essere smentiti, che non c’è un ambito che sia preservato da tale situazione: dal diritto al lavoro a quello alla salute, dalla tutela degli affetti al diritto alla cultura, alla formazione e all’istruzione fino alla possibilità di ottenere prestazioni previdenziali, ognuno di tali settori risente di questa situazione di emergenza che, ormai da anni, si vive nelle carceri. Ciò che, in ultima analisi, viene ad essere mortificato è il dettato costituzionale che prevede la pena in funzione del recupero sociale del reo; una disposizione, di fatto, ormai disapplicata nella quotidianità delle nostre carceri.

In che modo i detenuti o le loro famiglie possono chiedere il vostro intervento?

Rivolgersi al Garante è semplicissimo e lo dimostrano le migliaia di richieste di aiuto e di intervento di cui ci occupiamo ogni anno, e che ci arrivano non solo dal Lazio, ma da ogni parte d’Italia. Per coloro che sono in carcere basta compilare la “domandina” per chiedere un incontro con i nostri operatori, oppure spedire una lettera direttamente all’Ufficio del Garante. Per amici e familiari che si trovano all’esterno la procedura è ancora più semplice: basta scrivere, telefonare oppure recarsi direttamente nei nostri uffici.

Quali progetti avete rispetto agli agenti di polizia penitenziaria?

I progetti relativi alla polizia penitenziaria sono stati molteplici e finanziati dalla Regione, tra cui corsi di lingua a poliziotti che operano nelle sezioni “nuovi giunti”. Attualmente è in essere un progetto del nostro ufficio, di sostegno psicologico, in collaborazione con il Dipartimento di psichiatria dell’Università “La Sapienza” e l’Ospedale Sant’Andrea. Nel mese di febbraio è prevista una conferenza stampa con la Fp-Cgil penitenziaria per denunciare la situazione di grave precarietà in cui sono costretti a lavorare gli operatori addetti alla sicurezza nelle carceri.

Vi sono risorse sul territorio come le cooperative di lavoro o le case-famiglia riuscite a interagire con le varie associazioni?

La collaborazione con le cooperative sociali e di lavoro è strettissima, in quanto, oltre a quello sanitario, i problemi più stringenti per i detenuti sono il lavoro e l’accoglienza. In questo senso risulta preziosa la presenza sul nostro territorio di svariate associazioni di volontariato e cooperative di lavoro che occupano e ospitano centinaia di detenuti ed ex detenuti. Con queste strutture noi abbiamo forti e consolidati rapporti. Anch’esse però devono essere sostenute con interventi pubblici organici, costanti e coerenti, affinché possano continuare a svolgere la loro insostituibile funzione.

Qual è la situazione sanitaria in genere e la salute mentale in particolare, nelle carceri del Lazio?

È universalmente riconosciuto che quello alla salute è il diritto maggiormente a rischio nelle carceri italiane. Per spiegare questa affermazione basta riflettere su una semplice constatazione: un libero cittadino può scegliere il medico a cui rivolgersi, un detenuto, ovviamente, no. In questi ultimi mesi, come Ufficio del Garante, abbiamo acceso un faro sullo stato della sanità penitenziaria regionale e i risultati sono stati a dir poco sconfortanti. Tanto per fare alcuni esempi, a luglio scorso abbiamo lanciato l’allarme per il Centro clinico di Regina Coeli a rischio chiusura, poi ci siamo dovuti occupare della difficile situazione sanitaria delle carceri della provincia di Frosinone, quindi di quella del nuovo carcere di Viterbo dove, purtroppo, non è prevista l’assistenza sanitaria nelle ore notturne; un po’ ovunque registriamo casi di macchinari nuovi che restano inutilizzati per mancanza di personale e di assistenza specialistica per le drammatiche carenze di medici e di infermieri.
Siamo davanti a una situazione preoccupante che sfiora l’emergenza e il continuo aumento della popolazione carceraria acuirà inevitabilmente i disagi. Una situazione, questa, anche preventivabile, visto lo stato in cui versa la sanità regionale e considerato che, dal 2008, la sanità in carcere è passata dal Ministero della Giustizia proprio alle Regioni e da queste alle singole Asl. Purtroppo le prospettive per il breve termine non sono rosee. Ciò che abbiamo concluso, in attesa di tempi migliori, è che occorre razionalizzare le risorse economiche e professionali a disposizione per cercare di risolvere le problematiche più gravi della tutela della salute in carcere. A Civitavecchia, ad esempio, insieme alla Asl locale abbiamo varato la prima Carta dei Servizi sanitari per i detenuti che rappresenta una grande conquista di civiltà.

Dunque è l’amnistia, evocata dai Radicali, una possibile via d’uscita per alleggerire la situazione?

La recente sentenza della Corte europea dei diritti umani è, purtroppo, una condanna giusta per un sistema carcerario che, così com’è, viola la Costituzione e lede i diritti delle persone detenute. La Corte non ha fatto altro che fotografare una situazione di emergenza umanitaria che, da anni, andiamo denunciando alle istituzioni nazionali, purtroppo senza avere riscontri.
Per rispondere all’invito ad umanizzare le carceri non bastano misure straordinarie, come l’indulto del 2008, visto che solo dopo pochi mesi gli istituti tornarono ad affollarsi. Occorre una profonda riforma legislativa che intervenga da un lato sul codice penale e dall’altro sulla legislazione dell’ultimo decennio tutta centrata sul carcere come “pena regina”. Mi riferisco a leggi come la Bossi-Fini, la Giovanardi, la ex Cirielli: norme che non hanno fatto altro che produrre carcere. L’ultimo vano tentativo di riformare il sistema è stato, la scorsa legislatura, quello nato dalla Commissione Pisapia, oggi sindaco di Milano, che prevedeva un sistema fondato su pene pecuniarie, interdittive, prescrittive e solo alla fine, quando le altre sanzioni apparivano inadeguate, detentive. Una bozza che giace dimenticata nei cassetti del Ministero di Giustizia. Per questi motivi auspico che il nuovo Parlamento abbia il coraggio di affrontare radicalmente tali problematiche, rivedendo la legislazione in vigore nel senso di prevedere la pena carceraria come extrema ratio e privilegiando misure alternative, ma non per questo meno efficaci, che siano in grado di risanare il sistema.