Per una nuova idea di Europa

di | 1 Mar 2013

Immagine di Carla Morselli

Traduzione di Maria Rivas                                                                         VERSIÓN EN ESPAÑOL en "Documenti"

Dopo la parentesi del governo dei tecnici, il delicato appuntamento delle elezioni politiche è l’occasione per tornare a riflettere sull’idea di Europa. Tutti noi, cittadini ed elettori, siamo chiamati, ancor prima delle stesse forze politiche in competizione, a confrontarci con questo tema fondamentale, dal quale dipende il futuro della nostra società e – in misura sempre più crescente – il nostro benessere individuale. La crisi economica che ha segnato le nostre vite, cambiato le nostre abitudini e ridotto l’orizzonte del nostro futuro fino a farlo scomparire, condannandoci a un eterno presente senza prospettive né progetti, è figlia della globalizzazione dei mercati, della virtuale moltiplicazione di una ricchezza in realtà concentrata nelle mani di pochi e della repentina e drastica riduzione delle tutele sociali, faticosamente conquistate da generazioni di lavoratori.

I vent’anni di oggi non somigliano affatto ai miei di vent’anni fa: la condizione esistenziale della meglio gioventù non è la fiducia nel progresso della società, l’aspirazione al miglioramento della propria situazione, ma l’incertezza del vivere, l’istinto di protezione (di sé) e di sopraffazione (dell’altro) che l’assenza di opportunità e di giustizia alimenta in ciascuno. Il patto intergenerazionale, sul quale ogni civiltà fonda la propria sopravvivenza, si regge ormai sulla sola disponibilità dei patrimoni e delle rendite familiari. La loro erosione progressiva è il segno più tangibile del nostro declino. Prima che i risparmi finiscano (e per molti questa è già la realtà) dobbiamo rimetterci in moto, consapevoli, però, che da soli non ce la faremo mai.

Il mondo di oggi è un posto al tempo stesso troppo grande perché un piccolo – benché straordinario – Paese come il nostro possa sperare di crescervi a ritmi equilibrati senza rimanere indietro, e troppo piccolo perché ad altri Paesi più ricchi sia impedito di conquistarci e di appropriarsi in poco tempo delle nostre risorse. È per questo che non possiamo fare a meno dell’Europa. Certo, non di questa Europa, ma di una casa comune dove proteggere e coltivare la nostra civiltà, i nostri diritti, il nostro futuro. Non dell’Europa delle burocrazie, degli egoismi, dei veti incrociati, dei compromessi al ribasso, delle estenuanti mediazioni. Neppure dell’Europa a mille velocità, dell’Europa come somma algebrica degli interessi nazionali il cui risultato, da troppi anni, è fermo a zero. Non, infine, dell’Europa degli interessi economici e finanziari, ossessionata dal rigore e dall’austerità, ma priva di qualunque idea per la nostra crescita.

Ciò che ci serve è un’Europa semplice e forte, che sappia rispondere chiaramente alle nostre domande di futuro, che faccia sentire a suo agio un polacco a Parigi o un italiano a Berlino, che non deprima ma esalti, che non prescriva ma favorisca, che non lasci indietro nessuno. Un’Europa nella quale noi tutti possiamo riconoscerci. Abbiamo perso troppo tempo. Dopo il crollo del muro di Berlino l’Europa era davvero a portata di mano, ma in troppi si sono tirati indietro al momento di compiere scelte coraggiose. Dopo l’11 settembre, l’Europa si è persa e stenta ancora a ritrovarsi. Nel frattempo, il mondo è andato avanti. Altri Paesi hanno imposto al mondo i loro ritmi di crescita, riducendo i costi e le garanzie per il lavoro e reclamando – a torto o a ragione – il loro diritto di consumare risorse e inquinare il pianeta.

La lezione appresa dalla crisi è troppo seria per pensare di riprendere semplicemente il cammino interrotto. Senza uno slancio coraggioso – ma consapevole – verso un’unione politica, fra qualche anno discuteremo sull’ennesima occasione mancata, forse l’ultima concessa.
In un recente appello, alcuni intellettuali europei hanno evocato lo spettro della “morte dell’Europa” e della sua “uscita dalla Storia”, come fatale alternativa alla creazione di uno Stato federale. Per chi – come noi italiani – quella Storia ha contribuito a costruire sin dalle sue origini, questo sarebbe inaccettabile.