Dove va il mondo?

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Gli scritti di Serge Latouche potrebbero essere considerati un manifesto sulla sopravvivenza dell’umanità.
 
“Dove va il mondo?” è un saggio tratto da un convegno organizzato nel dicembre del 2010, prima della rivolta araba e del disastro atomico di Fukushima, in Giappone; è un resoconto multidisciplinare poiché oltre allo stesso Latouche, hanno preso parte il politico Yves Cochet, il filosofo Jean-Pierre Dupuy e l’esperta in scienze sociali Susan George. 

  
Latouche nella sua esposizione intravede in lontananza, per l’attuale mondo, una fine dolorosa dal punto di vista climatico, energetico e alimentare e se i Paesi tutti indistintamente non prenderanno dei provvedimenti ne resteremo vittime. L’economista francese fa cenno a un collasso mondiale tra il 2030 e il 2070.
Il 2030 perché in quella data ci sarà l’esaurimento di petrolio, gas, uranio, altri minerali e acqua; mentre nel 2070 intravede la crisi alimentare, la deforestazione del pianeta, l’aumento della popolazione tra i nove e i dieci miliardi di persone e nel contempo la desertificazione. Inoltre sarà inevitabile il crollo del sistema finanziario internazionale (in quanto è impossibile tappare un buco di 600.000 miliardi di dollari dell’inflazione della ricchezza fittizia). Eppure in tutto questo marasma si intravede uno spiraglio di ottimismo. Latouche guarda la Bolivia di Morales che ha ridotto l’età pensionabile da 65 a 58 anni. Le speranze comunque non si perdono mai.

Gli interventi dei relatori analizzano la sopravvivenza sotto diversi aspetti, intrecciando e ampliando così il discorso. L’intervento di Susan George descrive le dinamiche tra banche, politica ed economia. Il liberismo protegge il sistema bancario sempre e a tutti livelli e questo sistema, per il periodo di globalizzazione che stiamo vivendo, tutela le banche da una parte mentre collassa tutto il resto.

Esempio disarmante è l’indegno balletto messo su dalla Bce che fa finta di elargire a tassi minimi ai paesi UE in difficoltà per poi pretendere, attraverso complicati giri di finanza, interessi ingenti. Inoltre va sottolineato che i disastri ambientali sono visibili e sotto gli occhi tutti: un esempio eclatante è Pechino, la città che con i suoi abitanti vive sotto una cappa di smog da diverso tempo con fiumi completamente inquinati; e ciò vale per molte altre città della Cina.

In questo saggio a diverse mani, viene fuori una desolante realtà mondiale: ricchi sempre più ricchi e classi medie ridotte in povertà: India, Messico e Cina sono esempi emblematici. Allora che fare? Torniamo alle origini, alle peculiarità che ogni Paese aveva nelle prime fasi della propria economia e sullo sfondo un generale ritorno all’agricoltura e all’allevamento. Dopo una globalizzazione apparente e dannosa, occorrerebbe rivalutare “la singolarità geografica” e da lì riposizionarsi.

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