Intervista a GIANFRANCO PASQUINO

di | 8 Apr 2013

Il libro Finale di partita. Tramonto di una Repubblica è edito da Egea-Unibocconi, Milano 2013.
 
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Professore, nel suo ultimo libro, contenente una selezione dei suoi editoriali scritti tra il 2009 e il 2012, lei analizza la preoccupazione degli Italiani rispetto al degrado del sistema politico. Quali sono le cause principali di tale degrado e a quando risale?

Il degrado è cominciato durante il troppo lungo periodo di governo del pentapartito (1980-1992). È esploso con l’inchiesta di Mani Pulite (febbraio 1992), che ha scoperto un livello intollerabile di corruzione, non soltanto politica. Le mani non sono mai tornate pulite. Il degrado è continuato anche perché l’intreccio fra affari e politica è diventato enorme e più grave con l’ingresso in politica di un imprenditore con molte, troppe attività che, infatti, lo hanno coinvolto in molti, troppi processi. Oggi l’Italia, in tutte le classifiche internazionali, è un paese dall’alto livello di corruzione politica, economica, sociale, che scoraggia gli investitori stranieri. Soltanto una profonda trasformazione della politica e della burocrazia potrà capovolgere il degrado.

Lei, come scienziato della politica, non trova che la scomparsa di scuole di formazione legate o promosse dai partiti abbia provocato anche quella cultura politica indispensabile a chi ci rappresenta in Parlamento?

Quella scomparsa rappresenta certamente un fattore di indebolimento dei partiti, ma la crisi viene dalle classi dirigenti di quei partiti: troppi politici “di professione”, incapaci, in verità, di esercitare qualsiasi professione, senza nessuna competenza, senza nessuna visione nazionale. Oggi le scuole di partiti culturalmente deboli sarebbero soltanto luoghi di indottrinamento al servilismo. Dimentichiamole.

Prima, seconda, terza Repubblica: sono vere queste catalogazioni giornalitico-politiche o sono “smanie modaiole” per sottolineare un presunto cambiamento istituzionale? Il primato è ancora della politica o dell’economia?

C’è una sola Repubblica, quella scritta nella Costituzione. Nella sua struttura complessiva la Costituzione rimane valida, ma deve essere in molti punti, anche importanti, riformata. Soltanto se e quando ci sarà una nuova Repubblica potremo aggiungere la numerazione. La nuova Repubblica non vedrà comunque in nessun modo il primato dell’economia. Il problema non è da formulare con riferimento al primato della politica o dell’economia, ma con riferimento alla capacità dei politici e dei detentori delle risorse economiche non soltanto nel conquistare il potere, ma soprattutto nell’essere in grado di esercitarlo perseguendo obiettivi nazionali ed europei. In Italia i grandi capitalisti e i banchieri hanno potere anche oltre gli ambiti di loro competenza, ma non sanno come esercitarlo. I politici hanno potere che deriva loro dalle elezioni democratiche, ma lo esercitano poco, male, in maniera disordinata, senza altro obiettivo che non sia la riproduzione del loro potere, delle loro cariche e di quelle dei loro seguaci.

Alla luce della precedente domanda, la nostra Costituzione va cambiata? Basterebbe cambiare gli uomini e le donne governanti o siamo sempre alle “mille bolle blu” come lei scrive?

Cambiare gli uomini e le donne con la frequenza e la periodicità che decidono i cittadini con il loro voto, magari grazie a una legge elettorale migliore, è sempre opportuno e utile. Tuttavia, nel caso italiano, il circuito che collega il governo al Parlamento deve essere riformato, differenziando il Parlamento e creando una Seconda Camera con poteri e funzioni diverse da quelle della Camera dei deputati. Bisogna abolire tutte le province e dare maggiori poteri ai comuni. Continueranno a esserci delle “bolle blu” di privilegi e di sprechi, ma saranno inferiori di numero e potranno essere fatte scoppiare più facilmente. Uscendo dalla metafora, diventerà più facile per tutti scoprire chi fra i politici è capace e chi no, chi fa politica per passione e chi fa politica per se stesso.

   Il Prof. Gianfranco Pasquino con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Nell’ultimo capitoletto del suo saggio leggiamo un sincero e condiviso omaggio al Presidente Giorgio Napolitano, ma molti Italiani non hanno digerito la nomina di Monti a Senatore a vita e l’incarico a Presidente del Consiglio il giorno dopo; poi valutando i risultati… che ne pensa?

Credo che il Presidente della Repubblica Napolitano abbia agito correttamente nominando Monti Presidente del Consiglio e sostenendo la sua nient’affatto mediocre attività di governo. Quell’attività, interrotta da una dichiarazione sbagliata di Angelino Alfano, avrebbe dovuto continuare fino al termine del mandato parlamentare, aprile 2013. Monti è stato un buon governante, ma un pessimo leader della sua coalizione, incapace di fare una campagna elettorale decente e innovativa. Non è colpa di Napolitano che, anzi, aveva cercato di convincerlo a non “salire in politica” e che è stato molto deluso dalla decisione sbagliata nei tempi e nei modi di Monti che, dal canto suo, sta pagando il prezzo dei suoi errori.

Esiste un ruolo della Comunità degli Italiani all’estero per cambiare il Paese?

Temo proprio che la Comunità degli Italiani all’estero non abbia finora saputo organizzarsi per esercitare un ruolo tale da imporre cambiamenti positivi all’Italia. Non ne vedo né gli strumenti né i protagonisti. Vedo, invece, negli italiani all’estero che si occupano e preoccupano del loro paese persone che potrebbero dare un contributo, ma sono loro che debbono scegliere come farlo.

Quale sistema elettorale auspica?

Sono convinto sia come cittadino attento alla politica sia come professore di scienza politica, che il sistema elettorale migliore per l’Italia sia il doppio turno di tipo francese nei collegi uninominali. In quei collegi i candidati sono costretti, come si dice in politichese, a “metterci la faccia”, a farsi vedere, a convincere gli elettori, a interloquire con loro. A loro volta, gli elettori stessi ci metteranno la faccia. Sarà merito o colpa di quegli elettori se verrà eletto un candidato ottimo o un candidato pessimo. La volta successiva dovranno ripensarci. Inoltre, il sistema elettorale a doppio turno incoraggia la formazione di coalizioni che si candidano a governare e scoraggia i partiti “estremisti” che non sanno o non vogliono trovare alleati.

Quale “dote istituzionale” dovrebbe portare il nuovo Presidente della Repubblica? Qual è secondo lei l’identikit del prossimo Presidente?

Sgombriamo il campo da quella che sicuramente non è una “dote”. Non deve essere eletto Presidente della Repubblica nessun candidato che offra in cambio dei voti la sua piena disponibilità allo scioglimento praticamente immediato di questo (pure “brutto”) Parlamento. Il prossimo Presidente della Repubblica deve essere eletto tenendo conto in maniera prioritaria e assoluta che, secondo la Costituzione, il Presidente “rappresenta l’unità nazionale”. Quindi, primo, non può essere eletto dalla maggioranza risicata di uno schieramento partigiano, ma con la confluenza su una persona autorevole di una ampia maggioranza parlamentare. Non può, dunque, essere qualcuno che ha denigrato, disprezzato e insultato gli elettori del centro-destra e neppure il suo leader. Un Presidente “anti-berlusconiano”, scelto per questa sua caratteristica predominante/esclusiva, farebbe soltanto del male all’Italia, alla politica e alle istituzioni, agli italiani tutti. Prolungherebbe un conflitto che merita di essere chiuso al più presto. Inoltre, deve essere una personalità di grande prestigio europeo e internazionale, conoscitore dell’Europa e apprezzato dai politici degli altri Stati-membri. Deve essere un difensore della legalità e dei diritti delle persone, a cominciare da quelli delle donne, dei carcerati, degli immigrati. Infine, deve essere laico/a, mai assoggettabile ai desideri del Vaticano. La “dote istituzionale” di un buon Presidente è una carriera non esclusivamente politica, svolta con competenza e con responsabilità.

BIOGRAFIA

Gianfranco Pasquino, nato nel 1942, torinese, si è laureato in Scienza politica con Norberto Bobbio e specializzato in Politica comparata con Giovanni Sartori. Dal 1975 al 2012 è stato professore ordinario di Scienza politica all’Università di Bologna. Attualmente insegna al Bologna Center della Johns Hopkins University. È Presidente della Società Italiana di Scienza Politica per il triennio 2010-2013. Dal 2005 è Socio dell’Accademia dei Lincei. Dal luglio 2011 fa parte del Consiglio Scientifico dell’Enciclopedia Italiana.
Svolge un’intensa attività di studioso testimoniata dalle sue numerose pubblicazioni, le più recenti delle quali sono Sistemi politici comparati (Bononia University Press 2004, 2007, tradotto in spagnolo e portoghese), Sistemi elettorali (Il Mulino 2006), Le istituzioni di Arlecchino (Scriptaweb 2010, 6a ed.) e Le parole della politica (Il Mulino 2010). Con Norberto Bobbio e Nicola Matteucci, ha condiretto il Dizionario di politica (UTET 2004, 3a ed.).
Dal 1983 al 1992 e dal 1994 al 1996 è stato Senatore della Repubblica.