La sfida delle larghe intese

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Il Partito Democratico, a seguito della mancata vittoria piena nelle elezioni di febbraio, ha intrapreso una traversata nel deserto verso una Terra Promessa i cui contorni non sembrano ancora chiaramente definiti. Le evidenti difficoltà del centrodestra dopo l’addio di Fini nel 2010 e le traumatiche dimissioni del governo Berlusconi nel novembre 2011 sembravano aprire una vasta prateria nella corsa verso una vittoria elettorale del PD data ormai per scontata tanto da sostenitori, quanto da avversari.

Le volontà convergenti dei maggiori partiti e del Capo dello Stato, in quel drammatico novembre di due anni fa, imposero al Paese una fase di tregua attraverso la costituzione del governo tecnico, ritenendo inopportuno il ricorso al voto anticipato. Questo per raffreddare le tensioni e consentire l’adozione di riforme impopolari, ma ritenute necessarie, senza coinvolgere direttamente la responsabilità dei due maggiori partiti che, comunque, in Parlamento, sostenevano il nuovo governo di Mario Monti. In questa fase inizia, in realtà inconsapevolmente, la cultura delle larghe intese, che fino a qualche tempo prima i due maggiori schieramenti avrebbero probabilmente ritenuto improponibili.

Si è trattato inizialmente di una comune delega ai tecnici di una funzione che sarebbe spettata ai partiti e poi, oltre un anno dopo, alla luce di un risultato elettorale che non ha espresso un vero vincitore, le larghe intese si sono perfezionate, con la formazione del governo Letta, cui PD e PDL partecipano direttamente, con propri ministri. Infatti, a dispetto di anatemi e veti assoluti della vigilia (“mai il governissimo”, “mai nello stesso governo con il Pdl !”) e dopo due mesi di “improbabile” corteggiamento dei grillini o di ricerca di formule fantasiose altrettanto “improbabili” (“governo minoritario”, “governo di scopo”) da parte del PD, i due contendenti storici – con il supporto della saggia autorevolezza e della consumata esperienza del Capo dello Stato – hanno dovuto prendere atto dell’ineluttabilità di una scelta consociativa che nella realtà contingente non aveva alternative.

Passando per questa scelta si realizza – o almeno dovrebbe realizzarsi – un processo di pacificazione nazionale che è il presupposto essenziale, dopo anni di scontri laceranti e paralizzanti, per l’adozione delle riforme, tanto quelle istituzionali ed elettorali, quanto quelle necessarie per salvare il paese dalla recessione e dall’emergenza occupazionale. Se riusciranno, almeno parzialmente, nell’impresa, PD e PDL potranno rilegittimarsi come naturali protagonisti dello scenario bipolare anche agli occhi di quella vasta area di antipolitica che nelle ultime elezioni li ha entrambi rifiutati, rifugiandosi in quella innovazione assoluta rappresentata dal movimento di Grillo.
 

  
   Matteo Renzi, Dario Franceschini e Francesco Boccia
 
Le due principali forze convergenti nelle “larghe intese” saranno all’altezza della sfida? Nel PD la scelta di cooperazione con il detestato centrodestra ha provocato un autentico psicodramma. Se una parte ha ormai elaborato la convinzione della necessità di una fase consociativa transitoria – Letta, Renzi, Franceschini, Boccia – una vastissima area di dirigenti, militanti e simpatizzanti vive come un incubo questa “strana” coabitazione. Per il momento la tenuta del partito è stata affidata alle mani esperte e alla solida cultura negoziale e organizzativa di un leader sindacale di lungo corso, come Guglielmo Epifani, traghettatore verso il Congresso. Sul dibattito interno peserà sensibilmente la stessa posizione del PDL, in particolare sul tema della giustizia, anche a fronte della delicata posizione giudiziaria di Berlusconi.

Il PDL, oltre a far quadrato intorno al suo leader, sostiene sul tema una posizione unitaria. I cosiddetti “falchi” non nascondono peraltro una certa aspirazione a un rapido ritorno alle urne, incentivati da sondaggi confortanti, con uno scarto di sei-sette punti a favore del centrodestra. Ma i sondaggi (e gli umori elettorali) possono modificarsi rapidamente e tendono a premiare l’intento di garantire la governabilità. Per questo è cresciuto il gradimento del PDL, quando Berlusconi, nella fase più buia della crisi, mentre languiva il tentativo di Bersani, ha assunto una chiara posizione in questo senso, rendendosi disponibile per favorire la formazione di un’ampia coalizione di governo. Ma un’eventuale scelta futura di sfasciare, potrebbe invertire con altrettanta rapidità la rotta del gradimento popolare.

Per quanto riguarda il PD, la parte più riluttante ad adattarsi all’alleanza di governo potrebbe portare alle estreme conseguenze questa sua insofferenza in caso di intensificazione delle polemiche sulla giustizia. E SEL potrebbe costituire l’approdo possibile di questo disagio, soprattutto per i quadri e militanti, mentre Grillo potrebbe sperare di acquisire parte degli elettori. Qualcuno ha descritto in questi giorni il giovane premier come un funambolo che cammini su un asse assai esile e trovo l’immagine molto efficace. L’equilibrio faticosamente realizzato è molto fragile e, probabilmente, non ha alternative, salvo il ritorno alle urne. Le necessarie convergenze sulle riforme, l’esito del Congresso del PD, la sfida di Renzi ai vecchi apparati e la capacità di trovare una sintesi sul tema della giustizia costituiranno i banchi di prova della sua tenuta.

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