Intervista a Caroline Peyron

di | 3 Giu 2013

Immagini di Carla Morselli

Cos’è questo niente che chiede di esser visto?
Come nella lettera rubata del racconto di E. A. Poe, cui fa riferimento Lacan in un seminario, è la lettera che tutti cercano e nessuno vede eppure la sua evidenza salta agli occhi.
Per me sono tante cose, è ciò che non si può dire e che io ritrovo attraverso il mio lavoro.
Quando comincio non so proprio dove vado, ho una vaga idea, parto da gesti molto semplici, da un piacere.
Per esempio ho dimenticato che sapevo ricamare, ricamavo con mia nonna quando tutti dormivano il pomeriggio, amo i vecchi tessuti avevo del cotone e facendo appaiono delle forme, perché l’isterica, io sono isterica come tre quarti delle donne,( non è un parolaccia) l’isterica dimentica e mi domando spesso ma io dove stavo, mentre ero là.
Dove stavo? Capire dove sono, una cosa che mi ha sempre impressionato quando guardo delle fotografie o quando leggo un libro, il lavoro è capire io dove sono, o dove ero: una riflessione su questo senso di perdita e di smarrimento, che è la rimozione.

Questo percorso di analisi ti fa ripassare per gli stessi luoghi della memoria, quale storia raccontano?
Raccontano la mia storia.
Io faccio un’analisi con un psicanalista lacaniano qua a Roma, c’è tutto il lavoro su di me e poi ho cominciato il lavoro su tutte queste donne chiuse alla Salpetriere, le grandi isteriche. Erano delle attrici meravigliose facevano esattamente ciò che i dottori si aspettavano, prigioniere sotto lo guardo dell’altro. Nell’”Invenzione dell’isteria” Georges Didi Huberman parla di queste forme che rinascono sempre in ogni epoca dall’antichità fino ad oggi, le figure del grande arco isterico, allora ho detto vado a vedere come io mi posiziono in questa storia infinita, anche a livello della storia dell’arte. La tabula rasa è una cosa stupida, fai arte non perché hai visto un bel tramonto, ma perché hai visto un bel quadro: il mio lavoro è una risposta agli artisti del passato.

Tu fai una narrazione che non è solo un percorso labirintico?
Questa mostra è in un posto che ha una grande pace, il lavoro dell’analisi e il lavoro artistico per esempio è lavoro su quel che resta, questi sono resti, avanzi, i vestiti buttati o piegati sono resti, una donna non sa cos’è il suo corpo, si può capirne qualcosa attraverso i tessuti, i vestiti. Sono stata colpita da una poesia “Il corpo , un vestito” della grande Cvetaeva.

C’è il corpo, il vestito, poi c’è la luce?
Io mi salvo con questo mio lavoro, sono fortunata di poter fare queste cose, dà un senso alla mia vita, il senso non è sempre chiaro ogni mattina quando mi sveglio: ho questi progetti sui quali lavoro che mi rintracciano.

Come trovi la motivazione?
La trovo intorno a me, adoro disegnare, quando sono seduta davanti a me c’è sempre qualcosa.

Oltre la tela cosa ti fa incominciare?
Il vero motivo è il vuoto che sento, il vuoto incolmabile che sta dentro di me, questo vuoto mi dà l’energia per tracciare qualche segno, cucire un ritmo della mia presenza nel tempo e nello spazio, una leggera traccia dell’esistenza, non direi identità che è una buffonata.

Oltre questo vuoto nasce un desiderio?
Questo vuoto è oltre il dolore, è l’assurdo, è perché noi siamo qua, e solo attraverso le parole e l’arte si riesce a dare un sembiante di senso. E’ tutto fuori senso, il mio lavoro è un percorso umile, io non amo le cornici, le grandi installazioni, uso mollette per i panni, questa mostra entra in due valige.

Cos’è il desiderio?
E’ qualcosa che ti attraversa che non capisci, è meglio trasformarlo in opere che non in relazioni distruttive.
Questa cosa che diceva Giovanni della Croce lui parlava di Dio: un non so che, un presque rien, que l’on attend d’aventure, par hasard.

Questa tua ricerca non esce dal quotidiano?
Io vivo in questo mondo, ho avuto due figli, lavoro perchè con l’arte non si mangia, con l’arte ho dovuto imparare a lavorare nei ritagli di tempo, le cose che faccio sono piccole unità che messe insieme danno una cosa grande.
Io lavoro in scuole materne, perchè i piccoli sono come zucchero, sono grandi disegnatori, uno dei miei sogni è fare un museo dell’arte dell’infanzia. Faccio laboratori al museo Capodimonte da tre anni dove insegno a guardare, non a disegnare; si scelgono dei temi e si disegna ciò che sta davanti. Ho lavorato per tre anni ad un progetto di nome “chance” ai quartieri spagnoli a Napoli con ragazzi buttati fuori dalle scuole, sono andata a imparare con loro l’incisione.
Amo suscitare un rapporto non didattico, sono di famiglia ugonotta, se ho un amico lo devo condividere con gli altri e così quello che amo.

Hai in previsione mostre in giro per il mondo?
Vorrei girare il mondo per disegnare i vigneti, tutti modi di fare il vigneto, è una della più vecchie attività dell’uomo, ho vissuto in Messico e ho viaggiato molto. Sono sempre pronta ad andare sarebbe bellissimo, portare il lavoro, incontrare altre persone.

L’analisi lacaniana?
Dove so che posso avere del male non ci vado più, è già qualcosa.

Per colpa di un chicco di melograno mangiato a sua insaputa Persefone figlia di Demetra, vive un terzo dell’anno nell’Ade e il resto con sua madre.
Si gioca nell’assenza di un corpo che manca a sé stesso, nella prima mancanza della madre, fra il piacere o dispiacere di sentire, una ricerca infinita. I colori di Caroline Peyron sono il rosso, il nero e il bianco, i segni spesso solo graffi su fotografe, sono brevi, come punti di un ricamo. E’ un segno che si cerca smarrendo il tempo dell’ordine simbolico e scrive parole su fogli stesi ad asciugare: il linguaggio che è tutta la struttura dell’ inconscio lacaniano.
Gli sguardi, le mani, i sensi sono frammenti, soggetti ad una folata di vento ad un cambio di luce, fra uno specchio e la sedia ingombra di vestiti abbandonati, i corpi ingombranti, segnati da rivoli rossi, un’eterna ferita senza senso, un riflesso che si assomma ad altri.
Caroline Peyron inganna il tempo, usando un segno quasi senza pretese che collegandosi al vuoto non categorizza, coglie momenti di una ricerca e dice senza volerlo l’immersione e l’abbraccio di un incontro materno: primo difficile momento a partire dal quale la “buffonata dell’identità” può diventare divertente. Sui passi di altre madri, inchiodate allo sguardo dell’altro, “Istero-grafia“ lascia l’impressione di una carta bagnata fra la storia ed i miti, di una ricerca autentica.

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Biografia di Caroline Peyron
Caroline Peyron è un’artista francese che vive a Napoli. Sue personali sono state ospitate dall’Istituto Francese di Napoli Grenoble, dalla Biblioteca Nazionale e dal Museo Archeologico di Napoli. Ha una lunga esperienza di atelier di pittura, lavora con bambini della materna, con ragazzi e adulti, presso scuole pubbliche e private o istituzioni come il museo di Capodimonte e il Museo Archeologico. Per dieci anni è stata responsabile di un atelier di pittura nel progetto “Chance”, la scuola di seconda occasione a Napoli.