La sfida

di | 24 Giu 2013

Serie Bianca – Feltrinelli

Traduzione di Maria Rivas
VERSION EN ESPAÑOL en "Documenti"

Riteniamo particolarmente utile pubblicare, con il consenso dell’autore, la premessa al suo ultimo libro.

Sempre più frequentemente, negli ultimi tempi, mi è capitato di ricevere una critica, o forse sarebbe meglio dire un rimprovero, da persone che pure condividono molte delle cose che scrivo.
Mi si dice che sono troppo pessimista, che le mie analisi saranno magari anche giuste ma non offrono alcuna speranza. I miei giudizi sono troppo severi, la mia visione del futuro troppo cupa.
Un’osservazione, in particolare, mi ha colpito. Alla fine di una conferenza, tenuta davanti a un centinaio di membri di un circolo torinese, mi si è avvicinato un socio e mi ha detto più o meno così: caro professore, non le sembra di esagerare? Qui ci sono anche dei giovani che l’hanno ascoltata, ma con che spirito pensa che possano uscire da una serata così?
Si era parlato di elezioni, e io avevo confessato senza troppa diplomazia quel che pensavo. E cioè che, chiunque avesse vinto, non sarebbe in grado di affrontare i nostri problemi di fondo. Perché sia il programma economico di Bersani, sia quello di Berlusconi, sia quello di Monti, non potevano funzionare., o per lo meno non potevano produrre gli effetti che promettevano. Un’analisi decisamente pessimistica, e del tutto priva di una luce, di una via di uscita, di una indicazione sul da farsi.
In effetti, quello di limitarmi all’analisi è un po’ mio difetto. Ho talmente fastidio per i consiglieri del principe e i grilli parlanti che ogni giorno spiegano ai politici che cosa dovrebbero fare che quasi sempre preferisco limitarmi ai fatti, o alle previsioni su quel che potrebbe succedere, piuttosto che avventurarmi in consigli che nessuno ascolterebbe.
Però quell’osservazione secondo cui, con le mie analisi, io spegnerei ogni speranza, in particolare nei giovani, mi ha colpito. Penso che il mio scetticismo sia pienamente giustificato, ma mi dispiacerebbe che esso venisse scambiato per un invito a non fare nulla. O per una variante del cattolicissimo senso di rassegnazione. Perché in realtà io penso che qualcosa si potrebbe e dovrebbe fare. E’ vero, ho scritto più volte che ci sono problemi che non hanno soluzione, e che il rebus italiano è uno di essi. Ma questo lo penso solo perché mi pare che non abbiamo ancora capito due cose. Primo, quanto è grave la situazione in cui siamo precipitati e, secondo, che le soluzioni di parte, proprio in quanto di parte, non possono funzionare, se non altro perché –giuste o sbagliate che siano- non avrebbero il consenso necessario a metterle in atto.
Ecco perché, alla fine, mi sono deciso a fare quel che non è nella mia natura: dire in modo esplicito che cosa bisognerebbe fare per raddrizzare la barca, e perché si potrebbe farlo davvero, senza passare attraverso la sopraffazione di una parte politica sulla parte avversaria.
Insomma, ho provato a esporre una piccola utopia.
L’utopia di uno scettico non rassegnato.

Luca Ricolfi, sociologo, insegna Analisi dei dati all’Universitá di Torino. Ha fondato l’Osservatorio del Nord Ovest e la rivista di analisi elettorale "Polena".
Dal 2005 è editorialista della "Stampa". Fra i suoi libri ricordiamo: Perchè siamo antipatici (2005 e 2008), Dossier Italia (2005), Tempo scaduto (2006), Il sacco del Nord (2010), Illusioni italiche (2010), La Repubblica delle tasse (2011)