Cittadini italiani per diritto di nascita

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Traduzione di Maria Rivas

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Come troppo spesso accade nel nostro Paese, il confronto su temi di grande impatto sociale diviene l’occasione per fare un po’ di propaganda politica a buon mercato, alimentando inutili (e dannose) tensioni nell’opinione pubblica al solo scopo di assicurarsi visibilità sui mezzi di comunicazione. Ciò conduce fatalmente a inasprire i toni del dibattito, secondo una progressione ormai ben nota e ripetitiva (alla proposta di confronto, infatti, non fa riscontro una risposta nel merito, ma un atteggiamento di preconcetta chiusura, espresso attraverso slogan o finanche insulti sul piano personale), e – soprattutto – a banalizzare il tema oggetto di discussione.
Pur trattandosi di una «tecnica» generalmente messa in atto da chi non ha argomenti per rispondere ai ragionamenti altrui, assistiamo da tempo, non senza disgusto (consapevoli che l’indignazione è l’unico antidoto all’assuefazione), a un suo impiego reiterato e sistematico, al punto da considerarla ormai la cifra distintiva del dibattito pubblico.
È questo certamente il caso della discussione sul tema della cittadinanza, da anni all’attenzione dell’opinione pubblica italiana, quale conseguenza indotta dal sensibile incremento del fenomeno dell’immigrazione a partire dagli anni novanta del secolo scorso (nell’ultimo periodo, peraltro, a causa della crisi economica, si registra una flessione dei flussi migratori verso il nostro Paese).
Va chiarito, tuttavia, che il problema dell’immigrazione e la disciplina giuridica della cittadinanza sono e restano due questioni distinte, ancorché affini e tra loro collegate. Sarebbe, pertanto, assurdo pretendere di risolvere sic et simpliciter il problema dell’immigrazione irregolare intervenendo solo sull’istituto della cittadinanza, così come ancor più sconsiderato – e in mala fede – è chi sostiene che una modifica delle norme sulla cittadinanza aprirebbe le porte all’«invasione» del nostro Paese da parte di non meglio precisate «schiere» di migranti.
La legge italiana sull’acquisto della cittadinanza risale al 1992 (la n. 91) e si basa sostanzialmente sul principio dello ius sanguinis (diritto di discendenza). È cittadino italiano chi nasce da genitori italiani, mentre l’applicazione del principio dello ius soli, secondo cui la cittadinanza è concessa a chiunque nasca sul territorio dello Stato a prescindere dalla nazionalità dei genitori, è limitato ai figli di genitori ignoti, apolidi o che versino nell’impossibilità di trasmettere la propria cittadinanza in conformità alle leggi dello Stato di provenienza, nonché ai figli di genitori ignoti trovati sul territorio dello Stato (anche se nati in un Paese diverso, purché privi di altra cittadinanza). Esiste, inoltre, la possibilità di acquistare la cittadinanza italiana – non già in via automatica, ma a seguito di un provvedimento delle autorità competenti – dimostrando di aver risieduto continuativamente nel territorio italiano per diciotto anni, con un’interruzione massima di sei mesi.
Immagine dal sito www.solleviamoci.wordpress.com
Il confronto attualmente aperto in sede istituzionale riguarda la possibilità di estendere il beneficio dello ius soli a tutte le persone nate nel nostro Paese, eventualmente subordinandolo a una permanenza di alcuni anni sul territorio nazionale. In Europa, una disciplina del genere è in vigore in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, in Irlanda, in Grecia, in Finlandia e in Portogallo. In Francia, ad esempio, la cittadinanza si acquista per effetto della nascita e della permanenza per almeno cinque anni consecutivi nel territorio dello Stato. Gli Stati Uniti, il Canada e quasi tutti i Paesi del centro e del sud America riconoscono, invece, la cittadinanza iure soli senza limitazioni di sorta. Gli Stati Uniti, inoltre, sono in procinto di varare una riforma dell’immigrazione che contiene nuove e significative aperture verso l’ampliamento delle condizioni di ingresso e soggiorno nello Stato. Pur promossa dall’amministrazione democratica, tale riforma sta incontrando un ampio consenso anche sul versante repubblicano, in particolare dopo l’endorsement ufficiale dell’ex Presidente George W. Bush e di altri importanti esponenti del partito conservatore.
L’idem sentire dei rappresentanti di entrambi gli schieramenti politici statunitensi riguardo al problema dell’immigrazione è sintomatico della necessità di affrontare il tema generale della futura composizione delle società nazionali secondo una prospettiva necessariamente inclusiva. Come la recente visita di Papa Francesco a Lampedusa ci ha ricordato, nel mondo attuale, così pieno di squilibri e di differenze dovuti alla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, il vero peccato originale è nascere nel posto sbagliato. Nessuno, perciò, può essere condannato per il solo fatto di provare a cambiare il proprio destino.
Chiudere le frontiere e restringere le condizioni di accesso alla cittadinanza non sembrano risposte adeguate a favorire lo sviluppo della nostra società, ma semmai ad accelerarne l’indebolimento. È per questo che tutta la politica è chiamata a mettere da parte i propri interessi di bottega e ad affrontare questa situazione – una volta tanto – con la necessaria lungimiranza. Nella irripetibile congiuntura attuale delle «larghe intese», un serio intervento di riforma, ponderato su un’attenta valutazione degli interessi delle generazioni future, potrebbe contribuire in modo determinante alla fondazione della società di domani.
Ancor più in generale, è opportuno che ciascuno di noi interroghi se stesso sul vero significato della cittadinanza: ci sentiamo italiani perché il nostro papà e la nostra mamma lo sono – o lo erano – a loro volta, o piuttosto perché siamo nati e cresciuti in questo Paese, e fin da bambini ne abbiamo respirato i profumi, ammirato i paesaggi, assorbito la cultura? Non è forse questo che ci rende davvero italiani… nel bene e nel male?

 

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