Gli eventi culturali. Mostre ed eventi in Italia e nel mondo

di | 1 Set 2013

dal sito www.beniculturali.it del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo
I PAESSAGGI DI CARRA’ 1921 – 1964

  Pino sul mare 1921, Crepuscolo 1922, L’attesa 1926, L’estate 1930 (Museo del Novecento di Milano), I nuotatori 1932 (MART Museo di arte moderna e contemporanea, Trento e Rovereto), Capanni al mare 1927 (GAM, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino), Canale a Venezia 1926 (Kunsthaus di Zurigo), Lo Squero di San Trovaso 1938, I contadini della Versilia 1938 sono alcuni dei capolavori che costellano la mostra sui paesaggi di Carlo Carrà al Museo d’arte di Mendrisio.
Curata da Elena Pontiggia e da Simone Soldini, in collaborazione con Chiara Gatti e Luca Carrà, si tratta della prima ampia retrospettiva allestita da un museo svizzero sull’opera di questo grande protagonista della pittura moderna europea. Figura di importanza capitale nella storia dell’arte moderna italiana, Carrà fu tra i fondatori del movimento futurista nei primissimi anni del ‘900. I viaggi nelle capitali europee, ma soprattutto a Parigi, dove frequentò tra gli altri Apollinaire e Picasso, lo misero in contatto con le altre avanguardie europee, facendolo conoscere internazionalmente. La prima guerra mondiale sancì la fine del Futurismo e determinò l’inizio di un breve, fecondo periodo metafisico in cui Carrà entrò in stretti rapporti con i fratelli De Chirico. Gli anni tra il 1915 e il 1920 furono un momento decisivo, di svolta, per l’uomo e per l’artista. Legatosi d’amicizia con Soffici e Papini, Carrà cominciò un intenso periodo di meditazione sulla pittura italiana del ‘300 e del ‘400 che sfociò nei sorprendenti scritti su Giotto, Paolo Uccello, Piero della Francesca e Masaccio. Il recupero in chiave moderna dei “primitivi”, e in primo luogo di Giotto, lo condusse a una pittura – come ebbe a dire – di «forme primordiali», dove la natura si rivela in tutta la sua essenza spirituale. Sintesi, forza plastica, spazialità, architettura accordata a colori tonali: cominciava su queste basi la terza, più lunga e più intensa stagione, quella del «realismo mitico».

POST CLASSICI. LA RIPRESA DELL’ANTICO NELL’ARTE CONTEMPORANEA ITALIANA

  Dal 23 maggio al 29 settembre gli spazi monumentali del Foro romano e del Palatino a Roma accolgono la mostra Post-classici dedicata ai rapporti tra arte contemporanea e antichità: 17 artisti traggono ispirazione dal dialogo con i luoghi della classicità.
Il tema della mostra, curata da Vincenzo Trione e promossa dalla Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma in collaborazione con Electa, è il richiamo all’antico: inteso come fonte di valori “assoluti” – bellezza, armonia, perfezione, misura, sapienza – che vengono reinterpretati in chiave moderna.
Per la prima volta, l’arte del nostro tempo entra nel Foro romano: diciassette artisti si confrontano con luoghi e monumenti diversi, presentando opere quasi tutte realizzate per questa occasione.
La mostra documenta l’attività di artisti italiani impegnati a sottrarsi a ogni internazionalismo stilistico, che avvertono il bisogno di richiamarsi all’identità italiana per riaffermarne con forza lo stile, nel segno di uno stringente e spesso conflittuale rapporto con la memoria, ma anche nell’orizzonte di una nuova riflessione tra contemporaneità e patrimonio storico.

DA ORVIETO A BOLSENA: UN PERCORSO TRA ETRUSCHI E ROMANI

  La mostra, curata da Giuseppe M. Della Fina ed Enrico Pellegrini, è organizzata dalla Fondazione per il Museo “Claudio Faina” e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria e l’Ècole Française de Rome.
Al fine di porre le basi per un’ampia consapevolezza degli straordinari “valori” di questo territorio, che ha restituito un “paesaggio archeologico” ancora in gran parte conservato, si è progettata una mostra “diffusa”, in grado di ricreare le emozioni di una storia affascinante. Il progetto si snoda infatti lungo un’ampia e suggestiva area paesaggistica tra la verde Umbria e uno dei laghi più belli d’Italia con tre sedi principali (Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia; Orvieto, Museo “Claudio Faina” e Museo Archeologico Nazionale; Bolsena, Museo Territoriale del Lago), alcuni altri punti espositivi (Grotte di Castro, Museo Civita; San Lorenzo Nuovo, Palazzo Comunale; Castiglione in Teverina, MUVIS – Museo del Vino e delle Scienze Agroalimentari ), oltre a una serie di aree archeologiche pienamente inserite nel progetto tra le quali la Necropoli di Crocifisso del Tufo e la necropoli di Cannicella, Orvieto; Tombe Golini I e II ed Hescanas, Porano; Necropoli del Lauscello, Castel Giorgio; Insediamento etrusco-romano di Coriglia, Castel Viscardo; Area archeologica del Foro Romano di Poggio Moscini, Poggio Casetta, Civita del fosso di Arlena, Bolsena; Necropoli di Pianezze e di Vigna La Piazza, Grotte di Castro.
Numerosissimi i reperti eccezionalmente esposti grazie, in particolare, alla sensibilità dei Musei Vaticani e del Museo Archeologico Nazionale di Firenze oltre a reperti di particolare valore storico ed artistico recuperati nelle campagne di scavo che hanno interessato il territorio volsiniese negli ultimi anni.

GUIDO RENI “LA CONSEGNA DELLE CHIAVI”. UN CAPOLAVORO RITORNA

  Guido Reni (1575-1642) è uno degli esponenti di spicco del barocco italiano ed è autore de “La consegna delle chiavi”, opera dipinta dall’artista per l’altare maggiore della chiesa di San Pietro in Valle di Fano (in provincia di Pesaro e Urbino) che è esposta presso il Musée du Louvre di Parigi. Sottratta in epoca napoleonica (1797), la tela ritorna a Fano grazie a una mostra dal titolo “Guido Reni, La Consegna delle Chiavi. Un capolavoro ritorna” che si apre il 15 giugno prossimo e si chiude il 29 settembre 2013.
L’esposizione, ideata, voluta e promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Fano, organizzata insieme alla Soprintendenza per i Beni Artistici Storici ed Etnoantropologici delle Marche e al Comune di Fano, è stata resa possibile grazie alla collaborazione del Louvre, dei Musei Civici di Ascoli Piceno, della Pinacoteca Civica di Fano, della Diocesi di Fano Fossombrone Cagli Pergola. Per l’occasione, si è costituito un comitato scientifico d’eccezione composto da alcuni tra i più illustri esperti del settore: Maria Rosaria Valazzi, Andrea Emiliani, Daniele Benati, Franco Battistelli, Rodolfo Battistini, Giuseppina Boiani Tombari, Daniele Diotallevi, Claudio Giardini, Stefano Papetti.
L’evento, oltre a costituire un’occasione imperdibile per ammirare uno dei maggiori capolavori di Reni – rientrato, seppur temporaneamente, dopo oltre due secoli di assenza dal territorio italiano – costituisce altresì una testimonianza del mecenatismo culturale del patriziato marchigiano nel corso del diciassettesimo secolo, nel momento in cui diversi aristocratici iniziano a mostrare interesse nei confronti della produzione artistica dei maggiori esponenti della scuola emiliano-bolognese.
Ad arricchire la mostra concorre la redazione di un catalogo, edito dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Fano, nel quale saranno raccolti saggi e approfondimenti dei massimi esperti del settore. Per tutta la durata della mostra è stato inoltre predisposto un itinerario guidato alla scoperta delle opere del Seicento fanese. L’evento è stato organizzato con la collaborazione del Museo del Louvre, dei Musei civici di Ascoli Piceno, del Comune di Fano, della Pinacoteca civica di Fano e della Diocesi di Fano, Fossombrone, Cagli, Pergola.

LUIGI GHIRRI. PASSAGGI-PAESSAGGI – PREVIEW

  E’ difficile dire perché una stanza, le pietre di una strada, un angolo di giardino mai visto, un muro, un colore, uno spazio, una casa diventino improvvisamente familiari, nostri. Sentiamo che abbiamo abitato questi luoghi, una sintonia totale ci fa dimenticare che tutto questo esisteva e continuerà ad esistere al di là dei nostri sguardi. (Luigi Ghirri, 1989)
Dopo oltre vent’anni dalla rassegna realizzata con gli scatti di Luigi Ghirri, tra i maestri indiscussi della fotografia in Italia, la mostra “Luigi Ghirri. Passaggi/Paesaggi” torna ad esibire al grande pubblico il prezioso patrimonio artistico costituito dalle fotografie che l’artista ha realizzato a Bitonto nel 1990.
Pochissime città in Italia possono vantare un’attenzione analoga a quella che il grande maestro emiliano ha riservato alla città di Bitonto: sono ben 26 le foto che ritraggono la città e molte altre quelle in cui Ghirri ritrae le opere di altri artisti intervenuti alla Biennale internazionale d’arte Francesco Speranza ‘La Pietra e i luoghi’ tenutasi a Bitonto nel Giugno 1990.
La realizzazione del progetto “Luigi Ghirri. Passaggi/Paesaggi” rappresenta il primo passo per colmare un’imperdonabile lacuna storica e costituisce un concreto risarcimento verso il fotografo, cui si deve l’onore della memoria e la riconoscenza per l’importante omaggio alla città e anche verso il pubblico, che per troppo tempo è stato privato di suggestivi e irripetibili esiti artistici. Un evento straordinario che nasce con il preciso obiettivo di salvare le opere dall’oblio, di riaccendere i riflettori su beni che vanno preservati e destinati a costituire un futuro archivio permanente e fruibile per attività didattiche e di ricerca.
La mostra, promossa dal Comune di Bitonto, è curata per ArtSOB da Lara Carbonara e Lucrezia Naglieri e si svolge in collaborazione con la Galleria Nazionale della Puglia “Girolamo e Rosaria Devanna” e con la Fondazione “De Palo-Ungaro”, testimoniando la proficua sinergia tra gli Enti presenti sul territorio, nell’ottica della costante valorizzazione del patrimonio bitontino.
Il progetto espositivo si articola in due fasi. La prima si inaugura il 21 giugno con una preview intitolata ‘Memorie Bianche’: scatti in cui la predominanza cromatica del bianco viene declinata attraverso la luce e i profili delle strade che si nebulizzano in sfumature metafisiche sospese in sintesi di passaggio.
A settembre seguirà la seconda fase della mostra che, presentando tutta la collezione, offrirà un singolare momento di riflessione sul pensiero, sulla poetica e sulla visione progettuale dell’autore.

TIZIANO. VENEZIA E IL PAPA BORGIA

  La si potrebbe definire una mostra dossier, una mostra indagine, una potente lente di ingrandimento attraverso la quale il pubblico potrà penetrare nei diversi aspetti storici, stilistici, compositivi, iconografici di un’opera chiave degli inizi della carriere del grande Tiziano Vecellio.
Un modo affascinante e insolito di cogliere i significati e i processi creativi che stanno “dietro” e “dentro” un capolavoro.
La mostra “Tiziano, Venezia e il papa Borgia”, che la Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore promuove dal 29 giugno al 6 ottobre in occasione dei suoi primi dieci anni d’attività, insieme al paese natale del grande artista Pieve di Cadore e alla Magnifica Comunità del Cadore – curata da Bernard Aikema e organizzata da Villaggio Globale International – vuole esser il racconto, assolutamente inedito, di quella notissima e fondamentale opera, conservata al Museum voor Schone Kunsten di Anversa, in cui Tiziano dipinge “Il vescovo Jacopo Pesaro e papa Alessandro VI davanti a San Pietro”.
Un’opera che ora si conosce meglio, grazie alla recente pulitura e alle preliminari indagini e che – dopo tanti tentativi compiuti negli anni passati – è prestata in Italia per la prima volta solo in occasione degli eventi tizianeschi di questa stagione.
Ogni capolavoro del Maestro è un caso a sé, ha una sua storia, dei suoi riferimenti iconografici, degli obiettivi programmatici; condensa memorie, esplora nuove vie, rivela maturazioni e pensieri in divenire, manifesta gusti, tendenze, volontà ma anche relazioni, incontri, dinamiche politiche e commerciali. E’ il segno di un’epoca e del percorso artistico intrapreso.
La tela commissionata da Jacopo Pesaro al giovane Vecellio non è da meno e la mostra offre l’occasione, attraverso una decina di opere di puntuale riferimento e di confronto – dipinti, disegni e silografie, gemme e armature, documenti preziosi – non solo di riconsiderare lo stile e la datazione del quadro di Anversa, oggetto spesso di travisamenti e di svariate ipotesi, ma anche di esaminare più da vicino gli avvenimenti che ne circondarono la commissione. Molti particolari sono stati trascurati o male interpretati mentre il suo oggetto preciso e le cerimonie che lo hanno ispirato non sono stati analizzati a fondo.

EMILIO GRECO

  La Fondazione Carichieti celebra il centenario della nascita di Emilio Greco (Catania 1913-Roma 1995) presentando nelle sale di Palazzo de’ Mayo a Chieti, in collaborazione con gli Archivi Emilio Greco di Roma e con l’opera del Duomo di Orvieto, una grande mostra di sculture e disegni dal titolo "Emilio Greco. La vitalità della scultura" che documenta quasi quarantanni di ineausta attività creativa, dal 1947 al 1983.  Sarà questo un evento particolarmente rappresentativo nel contesto di una serie di importanti mostre che, sotto l’egida di un prestigioso Comitato per il centenario della nascita di Greco, renderanno omaggio al grande artista anche ad Orvieto (22 giugno, nel Museo Emilio Greco), Roma (Museo di Roma in Palazzo Braschi) e Londra (Estorick Collection of Modern Italian Art).
La mostra, curata da Gabriele Simongini e centrata sul tema del corpo nell’opera di Greco, presenterà sedici sculture fra bronzi, terrecotte, gessi e cementi, oltre ad un pregevole gruppo di 26 disegni a soggetto sportivo. Le opere provvengono dagli Archivi Greco di Roma, dal Museo Emilio Greco di Orvieto e da collezioni private.
Greco è stato senza dubbio uno dei maggiori scultori italiani del secondo ‘900, come ha sancito anche il Gran Premio per la scultura alla Biennale veneziana del 1956.  La sua fama è internazionale e le sue opere sono, tra l’altro, conservate nei più prestigiosi musei di tutto il mondo, dalla New Tate Gallery di Londra all’Ermitage di San Pietroburgo, dal Museo Puskin di Mosca all’Open-Air Museum di Hakone, dai Musei Vaticani alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, solo per citarne alcuni.  Fra i suoi lavori più celebri basta ricordare le Porte della Cattedrale di Orvieto, il monumento al Papa Giovanni XXIII in San Pietro, il monumento a Pinocchio di Collodi.

I COLORI DELL’ARCOBALENO. CERAMICHE DI SERAFINO MATTUCCI DELLA FONDAZIONE TERCAS

   Pluripremiato alle principali mostre di rilevanza nazionale negli Anni Cinquanta, osannato dalla critica contemporanea, Serafino Mattucci è un protagonista dell’Arte del Novecento tutto da riscoprire.
Dall’Istituto dove Mattucci apprese i rudimenti dell’arte ceramica e operò da docente e da direttore, riparte oggi la valorizzazione del suo magistero d’altissimo livello, tecnico e artistico, grazie all’esposizione dell’intero corpus delle sue straordinarie ceramiche di proprietà della Fondazione Tercas, proposto in mostra per la prima volta.  Sarà per gli estimatori dell’artista anche un’occasione per riascoltare la voce di Mattucci, scomparso ultranovantenne nel 2004, per altri visitatori si rivelerà una emozionante sorpresa che si aggiunge alle tante altre testimonianze dell’Arte del Novecento custodite nel Liceo Artistico Statale "F. A. Grue" di Castelli.
Non a torto giudicato il più importante ceramista vivente in occasione dell’ultima mostra a lui dedicata, il Maestro ha tutti i numeri per riconquistare i favori di un pubblico più ampio, contribuendo al rilancio di Castelli dove nacquero tra le altre, sotto la sua guida, opere complesse ancora oggi assai ammirate: il Presepe Monumentale e il Terzo Cielo.
 
SANGUE DI DRAGO SQUAME DI SERPENTE

 Animali Fantastici al Castello del Buonconsiglio. Un’occasione per ammirare sfingi e centauri dipinti sia sui vasi a figure rosse e nere greci, sia nelle tele dei maestri bolognesi del Seicento, il gatto mummificato egiziano, la fontanella rinascimentale in bronzo con il mito di Atteone, il Laocoonte proveniente dal Museo del Bargello a Firenze.
Sarà un enorme drago realizzato dallo scenografo-scultore Gigi Giovanazzi a dare il benvenuto con le fauci spalancate ai visitatori della grande e spettacolare mostra estiva "Sangue di drago, Squame di serpente", rassegna che dal 10 agosto permetterà a coloro che attraverseranno le magnifiche sale del Castello del Buonconsiglio di Trento di scoprire e conoscere attraverso affreschi, dipinti, sculture, arazzi e preziosi oggetti d’arte un mondo fantastico fatto di unicorni, draghi, centauri, griffoni, basilischi, sfingi, serpenti e animali fantastici e inconsueti che ricorrono costantemente nella mitologia e anche nella iconografia castellana. Colpiscono i numerosi animali raffigurati negli affreschi che decorano il Castello del Buonconsiglio eseguiti da Dosso Dossi nella decorazione della Stua della Famea con le favole di Fedro, o la dama con unicorno, la scimmia, il serpente che morde l’Invidia dipinte da Girolamo Romanino o ancora il bestiario realizzato dal maestro Venceslao nel celebre ciclo dei Mesi in Torre Aquila o il prezioso erbario medievale conservato in castello.  Un tema, quello degli animali fantastici, che sarà protagonista nella mostra estiva "Sangue di drago, squame di serpente: animali fantastici al Castello del Buonconsiglio" organizzata in collaborazone con il Museo Nazionale Svizzero di Zurigo.  Scultura, pittura, architettura e disegno, raccontano il mondo animale, frutto delle fantasie e delle paure dell’uomo.  Dipinti, con capolavori di Tiziano e Tintoretto, sculture rinascimentali, magnifici arazzi provenienti dagli Uffzi e da Palazzo Pitti, preziosi monili d’oro, oggetti archeologici, oltre a filmati e scenografie emozionanti, grazie anche all’innovativo ausilio della realtà aumentata, stupiranno e conquisteranno il più vasto pubblico.