Le incognite dell’intervento USA in Siria

di | 10 Set 2013

Elaborazione di Pietro Bergamaschini

Traduzione di Maria Rivas

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Il regime autocratico di Assad costituisce da tempo una preoccupazione costante per la comunità occidentale, a causa della sua ostilità verso Israele, dell’egemonia esercitata nei confronti del Libano, dell’intesa con il regime iraniano e con Hezbollah e delle violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali all’interno del Paese. Le ribellioni e le insurrezioni contro questa lunga dittatura, culminate in una sanguinosa guerra civile, furono inizialmente collegate da osservatori ed analisti alle “primavere arabe” sviluppatesi nel corso del 2011, nell’auspicio di un rapido epilogo che approdasse alla transizione democratica. Questi ultimi due anni di carneficine e di esodi biblici hanno reso tuttavia le aspettative assai meno ottimistiche.

 
    
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Da un lato, il regime, ritenuto due anni fa al tracollo, mostra ancora una notevole capacità di reagire e contrattaccare, dall’altro, nelle file degli insorti, affiora l’ombra di un’influenza di Al Qaeda che potrebbe determinare la prevalenza dei fondamentalisti sulle componenti democratiche e progressiste anch’esse partecipi alla lotta di liberazione. Il quadro è reso ancor più inquietante dal sostanziale fallimento delle “primavere” nordafricane del 2011, tradite dalla rivalsa di un islamismo radicale ed intollerante, ora più influente e potente, dalle insufficienze dimostrate dai nuovi governanti, dalla regressione della condizione femminile, dall’esplosione di conflitti etnici, tribali e religiosi la cui intensificazione potrebbe produrre nuovi “stati falliti” forieri di anarchia ed instabilità. Le condizioni politiche in cui versano Egitto (dopo la deposizione di Morsi il Paese si è trovato sull’orlo della guerra civile), Libia e, in misura minore, la Tunisia, attestano il drammatico tramonto degli ideali delle “primavere”.
Alla luce di tali contraddizioni e lacerazioni e delle tensioni ormai croniche dell’area mediorientale, la storia recente dovrebbe suggerire cautela rispetto all’ipotesi di intervento militare in Siria da parte dei soli americani o di una coalizione di stati. In sintesi, l’intervento appare inopportuno per le seguenti ragioni:

– non si coglie con chiarezza tra le forze che combattono il regime allawita e baathista una realistica alternativa democratica e affidabile, coesa verso un modello comune. Si ravvisa un groviglio di conflittualità etnico-religiose che ingenera il ragionevole timore di una probabile prevalenza delle componenti fondamentaliste ed intolleranti della maggioranza sunnita. Ciò rappresenterebbe una minaccia per i diritti e la sopravvivenza delle minoranze sciite, allawite, curde e cristiane che fino ad oggi il regime dal pugno di ferro degli Assad ha, a suo modo, garantito;

– l’intervento inasprirebbe l’ostilità iraniana e di Hezbollah verso gli Stati Uniti e l’Occidente (e, in particolare, verso Israele loro alleato), alimentando le tensioni e l’instabilità nella regione e determinando una sorta di revival di guerra fredda con la Russia di Putin che chiede di attendere il verdetto delle Nazioni Unite;

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– la decisione di Obama di chiedere al Congresso l’autorizzazione all’intervento è stata peraltro indotta dalle informazioni sull’uso delle armi chimiche da parte del regime siriano che non appare al momento sufficientemente provato. Sulla responsabilità del ricorso a queste armi sono state avanzate anche ipotesi diverse;
 
Freschi affiorano, peraltro, i ricordi recenti delle guerre di “esportazione” della democrazia (Afghanistan, Iraq, Libia) e degli scarsi risultati conseguiti in termini di stabilità, pacificazione, sicurezza nazionale, tutela delle minoranze etniche e religiose. Mai come in questo momento l’ipotesi di una soluzione politica e diplomatica, con un ampio coinvolgimento di interlocutori interni ed esterni, appare sensata e auspicabile.
      
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Gli appelli di Papa Francesco in questo senso, non appaiono né rituali, né scontati, non sono meri atti dovuti, ma indicano una strada percorribile. Una iniziativa politica volta ad un immediato “cessate il fuoco” che coinvolga anche l’Iran ora guidato da un Presidente più prudente e moderato, rispetto al predecessore e la Russia, insieme a Onu, Unione Europea e, naturalmente, alla Lega Araba. Nella fase immediatamente successiva dovrebbe essere insediata una conferenza di pace per la Siria cui prendano parte le rappresentanze delle componenti etnico-religiose presenti nel Paese, per tracciare le tappe della transizione alla democrazia, con le adeguate garanzie per le diverse identità e per gli equilibri geopolitici della regione.