Il mito della caverna di Platone

Traduzione di Maria Rivas
ENGLISH VERSION in "Documenti"
Il brano è uno stralcio tratto dal libro Platone – Il mito della Caverna a cura di Carlo Sini
Editoriale AlboVersorio – Collana di perle di saggezza

Il cammino dell’anima è un accadere come cibo del corpo, attraverso il corpo, al di là del corpo. Platone ha descritto questo cammino in tanti modi, ma uno dei più famosi è il mito della caverna, che ci porta subito al cuore del discorso, al suo nucleo. Il mito della caverna s’incentra su alcuni uomini che sono incatenati dentro una caverna da sempre, senza neppure muovere il capo, posti di fronte a una specie di televisione perenne: il fondo della caverna, sul quale si proiettano delle ombre. Le ombre sono prodotte alle spalle dei prigionieri da statuette che passano davanti all’apertura della caverna, ma questi non lo sanno, che non hanno mai visto le statuette: vedono le ombre e credono che esse siano tutta la realtà. Sino a che uno di questi schiavi incatenati si libera e intraprende il suo cammino: appunto, il cammino dell’eternità. Bisogna leggere questo racconto, naturalmente, come una “ominizzazione”: gli uomini che sono nella caverna, incatenati dalle ombre, non sono ancora essere umani, sono ominidi, come potremmo dire noi nel gergo moderno: sono ancora completamente pressi di una natura ignara di se. Non sono né vivi né morti, non sono né anima né corpo: non hanno corpi perché non hanno anime, perché sono completamente schiacciati su queste immagini -e non vorrei insistere con il fatto che questo dà un segno un po’ sinistro su alcuni aspetti della civiltà contemporanea…- . Essi sono incatenati a una visione che non è nemmeno tale, in quanto la visione ha luogo quando uno si gira e realizza la realtà dei fatti. Allora comincia un cammino, nel corso del quale si comprende che le ombre non sono vere, che la loro verità risiede altrove, nelle statuette che un qualche Dio muove per ingannare noi, poveri incatenati nei corpi. Ora si comincia a capire che quelli sono corpi, sono prigioni, e che si deve uscire da una prigione che non è nemmeno corpo, che diviene corpo nel momento in cui si muove il primo passo fuori dalla caverna, e naturalmente questo primo passo è il passo nella luce della verità, nel cammino della sapienza, nel gesto dell’amore, ma ancor prima nell’abbacinamento della luce.

Comincia una dialettica che non ci lascerà mai più tra verità e luce, sapienza e illuminazione. Illuminazione che viene da Dio, che viene dalla profezia, che viene dalla tradizione. La luce è qui intesa proprio nel senso dell’oggetto metafisico per eccellenza: faccio notare che tutta la fisica einsteniana si basa sul principio della non superabilità della velocità della luce.
Biografia di Carlo Sini
Carlo Sini ha studiato alla Università degli studi di Milano con Giovanni Emanuele Barié ed Enzo Paci, con il quale si è laureato in Filosofia diventandone in seguito assistente.  Dopo aver conseguito la libera docenza in Filosofia Teoretica, ha insegnato Filosofia della Storia e Storia della Filosofia all’Università degli Studi dell’Aquila.  Nel 1976 è stato chiamato a coprire la cattedra di Filosofia Teoretica della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Milano, dove ha anche svolto per un triennio la funzione di Preside di Facoltà.  Membro per molti anni del Collegium Phaenomenologicum di Perugia, del Direttivo Nazionale della Società Filosofica Italiana e dell’Institut International de Philosophie di Parigi, è socio corrispondente dell’Accademia Nazionale dei Lincei, dell’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere e dell’Archivio Husserl di Lovanio.  Insignito nel 1985 per una sua opera del Premio della Presidenza del Consiglio dello Stato Italiano, ha ricevuto nel 2002 la Croce d’Onore di I Classe per la Scienza e l’Arte della stato austriaco. 

 

Post Comment