Nostalgia di Fellini e del boom degli anni ’60

di | 1 Ott 2013

Locandina del film "Che strano chiamarsi Federico!"
di Ettore Scola

Traduzione di Maria Rivas

VERSIÓN EN ESPAÑOL en "Documenti"

Il presente si può raccontare in mille modi, Federico Fellini lo ha fatto da grande sognatore con fantastiche bugie che prelevava dal territorio profondo dei ricordi della fantasia, del sogno.
Incantato dai corpi e dai volti da una realtà che si deformava sotto l’obiettivo fino alla caricatura.
Fellini parlava di sé e di noi: ricostruiva sogni .
Scola gli rende un omaggio che si dilunga sui loro inizi da vignettisti per il Marc’aurelio, che nelle ricostruzioni degli incontri notturni in macchina non ha la folgorante visione dei corpi, solo nei provini per il Casanova e nel montaggio dei filmati di Fellini, ritroviamo quella magia che fra una sfilata di cardinali e quella dei suoi personaggi da Anitona fino al ragazzino che suona il flauto ci restituisce Fellini e ci commuove fino alle lacrime.
Parlandoci dei ricordi e dei sogni Fellini raccontava un’Italia in cui tutto era difficile nel passaggio dal conflitto della guerra ad una realtà del benessere, dal maschilismo di una cultura contadina , fino ad una paradossale visione del futuro di Roma .
Oggi che le possibilità sono aumentate il nostro cinema fatica a raccontare il presente , quali riflessioni mancano, quali incontri non avvengono, perché non si produce il racconto delle difficoltà quotidiane, di un’identità che sembra aver perso contatti con le radici della tradizione: sembriamo aver perso anche la capacità di raccontare il nostro vivere.
Sappiamo com’eravamo, cosa impedisce di vederci per quel che siamo oggi, tra un’identità che si dimentica che fugge il confronto, fra corruzione ed estraneità , non riusciamo a dire la perdita dell’ autenticità e del gioco? di quella vanità generale in cui nessuno emerge?
Ci è morta l’anima nel divenire una metropoli, si sono appiattite le storie nel continuum televisivo, che fine ha fatto Cinecittà, cosa racconta la nostra letteratura da non poterci più rivedere ?
Abbiamo perso dimestichezza con il fare, con l’indagare il presente? la poesia non scaturisce nella ripetizione di una struttura narrativa uguale . Non c’è trasfigurazione nella ripetizione di un genere che non cerca in sé stesso una messa in discussione profonda a partire dall’indagine del concreto.
Non possiamo dire, la disoccupazione, l’emigrazione , la paura, i licenziamenti, le fabbriche che chiudono, gli imprenditori suicidi , gli anziani soli, l’amore che cos’è, la sfiducia, la perdita di senso? Non abbiamo visioni e sogni ?
O forse nessuno incastra un narratore visionario con un acconto che non è possibile restituire senza fare un film? Come diceva Fellini.