Gli eventi culturali. Mostre ed eventi in Italia e nel mondo

dal sito www.beniculturali.it del Ministero dei Beni e delle Atticità Culturali e del Turismo

AUGUSTO
  Organizzata in occasione del bimillenario della morte (19 agosto 14 a.C.), la mostra presenta le tappe della folgorante storia personale di Augusto in parallelo alla nascita di una nuova epoca storica. Figlio adottivo e pronipote di Cesare, Augusto fu un personaggio dotato di un eccezionale carisma e intuito politico. Riuscì, laddove aveva fallito persino Cesare, a porre fine ai sanguinosi decenni di lotte interne che avevano consumato la Repubblica romana e a inaugurare una nuova stagione politica: l’Impero. Il suo principato, durato oltre quaranta anni, fu il più lungo che la storia di Roma avrebbe mai ricordato e l’Impero raggiunse la sua massima espansione a tutto il bacino del Mediterraneo, dalla Spagna alla Turchia, al Maghreb, alla Grecia, alla Germania.
La fine delle guerre civili fu abilmente presentata quale epoca di pace, prosperità e abbondanza: divennero allora centrali concetti quali pax, pietas, concordia, cantati da poeti del calibro di Virgilio e Orazio, e da tutti gli intellettuali radunati nel circolo cosiddetto di Mecenate.
La mostra alle Scuderie del Quirinale, con una selezione di circa 200 opere di assoluto pregio artistico, propone un percorso capace di intrecciare la vita e la carriera del princeps con il formarsi di una nuova cultura e di un nuovo linguaggio artistico, tutt’ora alla base della civiltà occidentale.
Fulcro visivo della mostra sono le celeberrime statue di Augusto, riunite per la prima volta insieme: l’Augusto pontefice massimo da via Labicana conservato al Museo Nazionale Romano, e l’Augusto di Prima Porta dei Musei Vaticani. Quest’ultima scultura è accostata al suo modello classico, il celeberrimo Doriforo del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, canone per eccellenza della perfezione scultorea di età classica. Proveniente da Atene e per la prima volta in Italia, è inoltre possibile ammirare parte della statua equestre in bronzo dell’imperatore restituita dal mar Egeo, mentre proviene da Meroe (Nubia, Egitto) lo splendido ritratto bronzeo del British Museum.
Ad evocare il fiorire dell’età dell’oro spiccano per importanza e bellezza i cosiddetti rilievi Grimani, raffiguranti animali selvatici intenti ad allattare i propri cuccioli, eccezionalmente riuniti dalle attuali ubicazioni (il Kunsthistorisches Museum di Vienna e il Museo di Palestrina), e il gruppo frontonale dei Niobidi, originale greco riallestito in età augustea negli horti Sallustiani a Roma, qui ricomposto accostando le due statue della Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen alla statua di fanciulla ferita conservata al Museo Nazionale Romano.
Ai gruppi scultorei, espressione di una nuova classicità, si affiancano eccelsi documenti dell’arte decorativa come una nutrita selezione dal tesoro degli argenti di Boscoreale, eccezionalmente prestato dal Museo del Louvre di Parigi, e magistrali rappresentazioni del potere delle immagini nel mondo antico come i preziosissimi cammei di Londra, Vienna e del Metropolitan di New York, utilizzati in qualità di dono personale da parte dei membri della famiglia imperiale.
A conclusione della mostra, l’inedita ricostruzione di 11 rilievi, oggi divisi tra la Spagna e l’Ungheria, dell’edificio pubblico eretto originariamente in Campania in memoria di Augusto dopo la sua morte, e dove vi è narrato, con grande efficacia, uno scontro navale della battaglia di Azio, che nel 31 a.C. mise fine alla guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio.

16 OTTOBRE 1943. LA RAZZIA DEGLI EBREI DI ROMA
   A settanta anni dal 16 ottobre 1943, data del più grande rastrellamento contro gli ebrei in Italia, il Complesso del Vittoriano ospita dal 17 ottobre al 30 novembre 2013 la mostra “16 ottobre 1943. La razzia degli ebrei di Roma”, che vuole inquadrare la razzia nel suo contesto storico, tracciando il punto della situazione degli eventi relativi alla Shoah attraverso documenti, anche inediti, testimonianze audiovisive, disegni, mappe e fotografie.
Curata da Marcello Pezzetti, Direttore della Fondazione Museo della Shoah, con il coordinamento generale di Alessandro Nicosia e in collaborazione con la Fondazione Museo della Shoah, “16 ottobre 1943. La razzia degli ebrei di Roma” è la prima mostra che descrive in modo esauriente i drammatici eventi di quei giorni, fondamentali per la coscienza e la conoscenza della storia recente di Roma.
L’esposizione è realizzata da Comunicare Organizzando e promossa da Regione Lazio, Roma Capitale e Provincia di Roma con il patrocinio del Comitato di Coordinamento per le Celebrazioni in ricordo della Shoah e del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.

MUSEO DEI TEMPLI ITALICI DI SCHIACI D’ABRUZZO
    Visite guidate al Museo Archeologico di Schiavi D’Abruzzo,in provincia di Chieti, in occasione delle Giornate europee del Patrimonio. Il Museo è dedicato a una tra le più importanti e meglio conservate aree sacre di culto utilizzate dai Sanniti Pentri:la popolazione italica che costruì i templi a partire dal II secolo avanti Cristo. Ospitato nel centro storico del paese, il Museo è frutto della collaborazione tra Soprintendenza beni archeologici dell’Abruzzo,Comune di Schiavi D’Abruzzo,Provincia di Chieti e Cooperativa Parsifal. I due templi che campeggiano nell’Area Sacra sono ubicati a circa 1000 metri di altitudine e sono di estremo interesse per la storia dell’architettura etrusco-italica, sia come articolazione delle parti sia per i votivi anatomici in terracotta emersi dalle ricerche archeologiche.
Nell’Area Sacra l’attività cultuale sembrerebbe continuare senza interruzione dall’età ellenistica fino alle soglie del XIV secolo, quando il sito fu sepolto da una frana. Sempre alla sfera del sacro sembra riconducibile la presenza, nelle immediate vicinanze dell’Area Sacra, di una necropoli che ha sinora restituito sepolture databili dall’XI secolo a.C. al IV secolo d.C.
Il Museo immette il visitatore in un percorso obbligato ad anello che approfondisce due tematiche principali: l’Area Sacra, con un’analisi delle soluzioni architettoniche adottate nei due templi ed i rituali ad essi collegati; le sepolture ed i riti funerari, coi ricchi corredi di prima età imperiale provenienti dalle tombe ad inumazione ed ad incinerazione rinvenute nella vicina necropoli.
Lo spazio espositivo è stato realizzato con una finalità didattico-comunicativa utilizzando varie forme di linguaggio, che giocano coi colori, i suoni, la luce, le immagini. Ampio spazio alle installazioni tridimensionali volte a "spiegare" in maniera diretta al visitatore alcune delle tematiche più rilevanti tra quelle trattate nell’allestimento.

IL MESTIERE DELLE ARMI E DELLA DIPLOMAZIA: Alessandro ed Elisabetta Farnese nelle collezioni del Real Palazzo di Caserta
  Il 23 ottobre alle ore 12 si inaugura, negli Appartamenti Storici della Reggia di Caserta, la mostra “Il mestiere delle armi e della diplomazia: Alessandro ed Elisabetta Farnese nelle collezioni del Real Palazzo di Caserta”, organizzata dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici Paesaggistici Storici ed Etnoantropologici per le Province di Caserta e Benevento, in collaborazione con Civita.
Nell’ambito di un intenso programma di valorizzazione del proprio patrimonio, la Soprintendenza di Caserta celebra i Farnese nella figura di Alessandro (Roma, 1545 – Arras, 1592) – straordinario condottiero e “vessillo” della Spagna cattolica del XVI secolo – ed Elisabetta (Parma, 1692 – Aranjuez, 1766), moglie di Filippo V di Spagna, madre di Carlo di Borbone, abile tessitrice di trame diplomatiche.
La mostra, curata da Vega de Martini, ruoterà intorno alle due carismatiche figure principalmente attraverso l’esposizione di dipinti di Ilario Giacinto Mercanti, detto Spolverini (Parma, 1657 – Piacenza, 1734) che raccontano le “Gesta” di Alessandro Farnese e i “Fasti” raffiguranti i preparativi per le nozze di Elisabetta.
Per la gran parte i dipinti in esposizione fanno parte della vasta collezione ereditata da Carlo di Borbone quando ottenne il Ducato di Parma e Piacenza: le vicende storiche dell’epoca portarono non solo Carlo sul trono del Regno di Napoli, ma segnarono indirettamente anche il destino dell’immenso patrimonio artistico dei Farnese. Giunte a Napoli, le collezioni farnesiane trovarono una prima sistemazione nel vecchio Palazzo Reale della città, poi si decise di trasferirle nel Palazzo di Capodimonte. Un nucleo di circa 37 quadri comprendenti i “Fasti di Elisabetta” ed alcune “Battaglie”, in gran parte di mano dello Spolverini, furono poi trasferiti nel 1859 presso la Reggia di Caserta con la finalità di decorare la costituenda Armeria Reale, un progetto poi non andato in porto. Sono questi i dipinti che costituiranno il nucleo principale della mostra e a cui saranno affiancate opere provenienti da altri musei come la grande tela recentemente attribuita al pittore Sebastiano Ricci (Belluno, 1659 – Venezia, 1734) raffigurante Alessandro Farnese in trono accoglie una supplica alla presenza della Fede di pertinenza del Museo Civico di Piacenza; il Ritratto di Alessandro Farnese nell’armatura di Alonso Sánchez Coello (Benifayó, 1531 – Madrid, 1588) della Galleria Nazionale di Parma e il ritratto di Elisabetta Farnese eseguito da Giovanni Maria Delle Piane detto il Molinaretto (1660 – 1745) del Collegio Alberoni (Piacenza).
Saranno esposte, inoltre – provenienti dal Museo di Capodimonte – una serie di armature appartenute ad Alessandro nonché antichi volumi di pertinenza della Biblioteca Universitaria di Napoli relativi sia alle imprese guerresche del condottiero Farnese sia ai “Fasti” di Elisabetta.

BALI BULÉ- ASHLEY BICKERTON, LUIGI ONTANI, FILIPPO SCIASCIA
   Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli si apre ancora una volta all’arte contemporanea con una mostra in cui i linguaggi di oggi si accostano e confrontano audacemente e significativamente con quelli di ieri, come prevede l’ampio progetto da anni portato avanti dal Servizio Educativo della Soprintendenza di Napoli e Pompei nel MANN.
A cura di Maria Savarese e con il coordinamento tecnico-scientifico di Marco De Gemmis, Bali Bulé presenta, dal 20 ottobre 2013 al 6 gennaio 2014, i lavori di Ashley Bickerton, Luigi Ontani e Filippo Sciascia, che saranno allestiti nell’atrio del Museo e nelle sale della collezione Farnese.
La mostra si avvale del patrocinio della Regione Campania e del Comune di Napoli.
Il fil rouge che lega le opere, realizzate per questo evento, è la memoria inesauribile e ancora fertile dell’arte classica, il dialogo con la statuaria e la pittura greco-romane, il tema stimolante del mostruoso; ma è anche l’armonia del mondo antico che si incontra-scontra con la disarmonia contemporanea.
Bickerton, Ontani e Sciascia hanno scelto l’Oriente, in particolare l’Indonesia, come sede di vita e di ricerca artistica e hanno creato, in un’accezione del tutto personale, un discorso estetico che, oltre ad unire classicità e contemporaneità, è intriso di suggestioni tratte dalle culture dell’Oriente e dell’Occidente.
Filippo Sciascia e Ashley Bickerton vivono infatti da anni a Bali, e il lavoro di Luigi Ontani, presente sull’isola da tanto tempo, è da sempre permeato di segni e atmosfere appartenenti a quel mondo.
Ashley Bickerton presenta una scultura e due grandi pannelli di legno dipinto, personale tentativo di fondere perfettamente pittura, fotografia e scultura in una stessa opera e di porsi in una originale relazione con quanto di più fantastico può rintracciarsi nella mitologia greca.
Luigi Ontani, dalla cui scultura Bali Bulé la mostra trae il titolo, oltre a proporre una delle sue erme, torna, con una serie di maschere “balinesi” in legno dipinto, su un tema con cui nel 1974, proprio a Napoli nella galleria di Lucio Amelio, interpretando un Pulcinella contemporaneo, fu protagonista di uno straordinario tableau vivant notturno.
In una ventina di sculture in legno Filippo Sciascia riesce a fondere il suo spiccato interesse per la cultura classica greco-romana con la sua quotidiana frequentazione dell’arte indonesiana e balinese, producendo un’originalissima e felice sintesi di forme.

IL FUTURO DELLA MEMORIA. Storia segni e disegni della città di Benevento tra XVII e XVIII secolo. Le contrade.
 L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), per il 2013 pone al centro della Giornata Mondiale dell’Alimentazione (16 ottobre) il tema i “Sistemi alimentari sostenibili per la sicurezza alimentare e la nutrizione”.
L’Archivio di Stato di Benevento aderisce all’iniziativa con una mostra di documenti notarili relativi alle contrade del comune capoluogo, che si propone di promuovere e di favorire una ricostruzione storico-critica delle vicende del territorio beneventano e del suo sistema alimentare, inteso come costituito dall’ambiente, dalle persone, dalle istituzioni ed dai processi con cui le derrate agricole vengono prodotte, trasformate e portate ai consumatori.
La mostra, Il futuro della memoria. Storia segni e disegni della città di Benevento tra XVII e XVIII secolo. Le contrade, si presenta come una “passeggiata” nel territorio beneventano attraversando le contrade e ne permette o suggerisce una lettura antropologico-culturale, economico-produttiva, paesaggistico-agraria e urbanistica, grazie a una cartografia storica pregevole anche dal punto di vista storico-artistico. La documentazione in passato è stata già oggetto di esposizione e in questa occasione alla mostra documentaria si affianca una mostra virtuale, curata da Giuseppe Vetrone, che attraverso una presentazione interattiva lega con immediatezza la testimonianza scritta alla porzione di territorio interessata.
Sarà possibile visitare la mostra presso la sede dell’Archivio di Stato in via Giovanni De Vita n. 3 da mercoledì 16 ottobre fino al 20 dicembre dal lunedì al venerdì dalle ore 9:00 alle ore 19:00 ed il sabato fino alle ore 13:00.

SEICENTO LOMBARDO A BRERA. CAPOLAVORI E RISCOPERTE, a cura di Simonetta Coppa e Paola Strada
   Scopo principale di questa mostra è dunque di consentire la visione da parte del pubblico di un gruppo piuttosto nutrito di significative opere lombarde del XVII secolo, in massima parte restaurate negli ultimi decenni con finanziamenti ministeriali e di privati, normalmente sottratte all’attuale percorso espositivo. La selezione presentata, comprendente 46 opere, tende a privilegiare i dipinti di grande formato, difficilmente movimentabili al di fuori del circuito del museo; ben 21 sono i dipinti dai depositi interni ed esterni di Brera, tutti destinati ad essere esposti nel futuro progetto museale denominato “Grande Brera”.
Fra di essi sono quattro importanti pale d’altare, tre delle quali firmate e datate: di Fede Galizia il Noli me tangere (1616), della maturità di Carlo Francesco Nuvolone è l’Assunzione della Vergine (1648), ormai pienamente barocca, e di Giuseppe Nuvolone il San Francesco in estasi (1650), in deposito presso la chiesa parrocchiale di Cornate d’Adda; di Giovan Battista Crespi detto il Cerano è invece il Cristo nel sepolcro, san Carlo e santi (1610 circa), fino a qualche mese fa in deposito presso la chiesa milanese di Santo Stefano.
Per l’occasione di questa mostra i dipinti di Fede Galizia e del Cerano sono stati oggetto di restauro (2013), con interventi finanziati rispettivamente da DLA Piper e dai Rotary Club di Milano Nord e Milano Visconteo.
Accanto al Noli me tangere di Fede Galizia, uno dei rari dipinti di grande formato della pittrice milanese, nota soprattutto per la produzione di ritratti e nature morte, viene presentato una poco conosciuta tela di Agostino Santagostino, Il congedo di Cristo dalla madre (nono decennio del XVII secolo), che con quella della Galizia illustrava episodi della vita di Maria Maddalena entro la distrutta chiesa del monastero femminile agostiniano dedicato alla santa in Milano.
L’esposizione rende possibile proporre, pur selettivamente attraverso tre opere, l’importante serie dispersa dei cicli di dipinti già realizzati per la Sala dei Senatori in Palazzo Ducale (oggi Palazzo Reale) a Milano.
Il percorso espositivo comprende altri dipinti di soggetto sacro di piccolo e medio formato, tra i quali si segnalano il bozzetto per una pala d’altare nella Certosa di Pavia di Morazzone (La Madonna del Rosario con san Domenico e due angioletti), la tavoletta di Cerano con San Giorgio e il drago e la Natività e adorazione dei pastori di Giuseppe Vermiglio, commovente espressione del realismo lombardo di un pittore sensibile al dettato caravaggesco.

CORTONA. L’ALBA DEI PRINCIPI ETRUSCHI
   Gli Etruschi sono ancora in grado di svelare antichi segreti e di raccontare storie straordinarie.
La città di Cortona, una delle più importanti Lucumonie Etrusche, in particolare in questi anni è stata in grado di proporre novità importanti per la comprensione della storia e della cultura etrusca.
Oggi a pochi anni dall’apertura del MAEC (Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona) e della clamorosa scoperta dei due circoli orientalizzanti del Sodo, il Comune di Cortona, l’Accademia Etrusca e la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, con il sostegno della Regione Toscana e della Provincia
di Arezzo, della Banca Popolare di Cortona, dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze e del Centro Fiere e Congressi di Arezzo, danno vita ad un progetto espositivo che spinge in avanti la conoscenza di questi nostri misteriosi avi e ci racconta come conservare la memoria della loro arte.
La mostra Cortona. L’alba dei principi etruschi (corredata da catalogo scientifico), allestita nelle sale del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, è stata realizzata grazie all’impegno dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana che ha condotto gli scavi nel Parco Archeologico di Cortona. Si tratta dei corredi del II Circolo funerario del Sodo, costituito da oltre 15 tombe intatte databili tra la fine del VII secolo e gli inizi del VI a.C. ed una serie di oggetti mai visti rinvenuti nei siti archeologici del territorio (dal palazzo principesco di Fossa del Lupo alla villa romana di Ossaia) esaminati sotto un nuovo punto di vista, quello del restauro.
Obiettivo della mostra è quello di offrire un viaggio che porti il visitatore indietro di 2700 anni fino all’alba della civiltà etrusca cortonese.
Gli oggetti sono esposti grazie ad un allestimento originale sia per il valore storicoeducativo che per quello spettacolare e tecnologico.
Un percorso che presenta i vari stadi del recupero illustrando tutte le fasi di quella “catena di montaggio” che va dallo scavo archeologico, al recupero dei materiali, alla diagnostica, fino al completamento del restauro, in vista di una definitiva esposizione al MAEC.
La presentazione di tanti reperti inediti di età Orientalizzante, consente di far luce sulle fasi più antiche di Cortona, quelle che addirittura precedono l’avvento dei principi (ecco quindi il richiamo all’alba, nel senso di inizio della loro cultura), benché, in realtà, se ne possono cogliere anche i massimi sviluppi età arcaica (grazie
a spettacolari rinvenimenti relativi a vecchi scavi mai pubblicati, provenienti dal tumulo II del Sodo) ed il progressivo smantellamento dell’identità e delle tradizioni, pur con certe resistenze, con l’avvento di Roma (come testimoniano i materiali della villa rustica di Ossaia).
Visitando la mostra, composta da oltre 200 pezzi, emerge con forza il ruolo della donna, protagonista all’interno della struttura sociale etrusca sia nelle sue Firenze, Museo Archeologico Nazionale 8 ottobre 2013 – 31 luglio 2014 prerogative di filatrice e tessitrice ma anche attenta agli equilibri di potere della società.
La mostra Cortona. L’alba dei principi etruschi conferma quanto già gli storici antichi avevano narrato di Cortona, ritraendola come una città multiculturale, con aspetti umbri, italici ed etruschi, ma aperta anche al fascino della cultura greca ed orientale, e ne sposta indietro la fondazione di quasi cento anni: una città antica di oltre 2700 anni.
La Toscana, quindi, grazie anche a queste datazioni e scoperte, si propone sempre di più quale culla della civiltà italica.
Un popolo, quello etrusco, che già 27 secoli or sono dialogava e commerciava con la Grecia, il Medio Oriente, il Nord, insomma una società evoluta e strutturata che, grazie anche a questa mostra, oggi ci appare più nitida e straordinaria. Cortona con questa “trasferta” nel cuore di Firenze si propone come modello di conservazione e progettazione archeologica e culturale.

GIUSEPPE VERDI. UOMO DEL SUO TEMPO, ARTISTA DI TUTTI I TEMPI
   In occasione dei 200 anni dalla nascita di Giuseppe Verdi, il Civico Teatro Fraschini di Pavia, espone nel foyer le riproduzioni di 15 locandine teatrali verdiane del Fondo Morani, conservate presso la Biblioteca Universitaria di Pavia, che raccontano uno spaccato di vita pavese, con la presentazione di alcune opere verdiane rappresentate al Fraschini nell’arco del ‘900.

MATTIA CORVINO E FIRENZE – Arte e Umanesimo alla Corte del re di Ungheria
  Nel 2008 il Museo Storico di Budapest ha organizzato a Budapest una grande mostra per il 550simo anniversario dell’ inizio del regno di Mattia Corvino in Ungheria, che ha aperto, insieme ad altre esposizioni in diverse sedi museali di quella città, nuove e stimolanti prospettive di conoscenza sui rapporti intercorsi tra l’Ungheria e l’Italia già a partire dal Trecento e sulla diffusione dell’Umanesimo in terra ungherese.
È nata così l’idea di realizzare a Firenze nel 2013, in cui si celebra l’anno ungherese in Italia, una mostra che sviluppasse il tema del rapporto privilegiato che re Mattia Corvino ebbe con Firenze, con i suoi artisti, i suoi miniatori e tutta la cerchia culturale che gravitava intorno a Lorenzo de’ Medici. L’idea è diventata un progetto elaborato congiuntamente da studiosi ungheresi e fiorentini, quali Péter Farbaky, storico dell’arte e vicedirettore del Museo Storico di Budapest, Dániel Pócs, storico dell’arte dell’ Istituto di Storia dell’Arte dell’Accademia della Scienza, Eniko Spekner storico e András Végh archeologo, entrambi del Museo Storico di Budapest e di Magnolia Scudieri e Lia Brunori, rispettivamente direttore e vicedirettore del Museo di San Marco, prescelto come sede della mostra.
La scelta di San Marco non è casuale, dato il ruolo ricoperto nello sviluppo della cultura umanistica dalla Biblioteca domenicana, nel cui ambiente monumentale la mostra sarà allestita. Costruita per volere di Cosimo de’ Medici nel 1444 e arricchita della straordinaria raccolta di testi appartenuti all’umanista Niccolò Niccoli, fu la prima biblioteca "pubblica" del Rinascimento, dove, in epoca laurenziana, si incontravano personaggi come Marsilio Ficino, Pico della Mirandola e altri.
L’obiettivo della mostra consiste nel tentativo di ricostruire alcuni contatti determinanti per le scelte culturali e artistiche condotte dalla corte ungherese. Di conseguenza, verranno tratteggiate le tendenze del gusto del re, mettendole in rapporto con lo scenario fiorentino a lui contemporaneo, e individuate le possibili influenze esercitate da Lorenzo il Magnifico e dalla cerchia di intellettuali e artisti che gravitava intorno a lui, confrontando alcune realtà parallele. A tal fine una speciale attenzione sarà dedicata alle biblioteche di Mattia Corvino e di Lorenzo de’ Medici, e quindi un particolare spazio verrà dato all’esposizione di preziosi codici miniati commissionati da Mattia Corvino per la sua biblioteca, oggi dispersa. Alcuni di questi manoscritti, rimasti a Firenze incompiuti alla morte di Mattia, furono in seguito acquisiti dai Medici.
Attraverso opere di varia tipologia – pittura, scultura, ceramica, miniaturaconservate in vari musei di Europa e di Oltreoceano, la mostra vuole dimostrare come l’umanesimo ungherese affondi le sue radici in Italia, e come, in ambito artistico, sia stata determinante la diffusione dello stile rinascimentale fiorentino. Un’eredità culturale rimasta fino ad oggi alla base della cultura ungherese.
Tra i prestiti di maggior rilievo la tappezzeria del trono di Mattia Corvino del Museo Nazionale di Budapest, realizzata su disegno di Antonio del Pollaiolo, il rilievo marmoreo con il Ritratto di Alessandro Magno della National Gallery di Washington, attribuito ad Andrea del Verrocchio, la Bibbia di Mattia Corvino della Biblioteca Medicea Laurenziana miniata da Monte e Gherardo di Giovanni, i Ritratti di Mattia Corvino e Beatrice d’Aragona del Museo di Belle Arti di Budapest, attribuiti a Giovanni Dalmata, l’Epithalamium di Marliano della Biblioteca Guarnacci di Volterra, con il ritratto di Mattia di miniatore appartenente alla cerchia leonardesca.

BOCCACCIO AUTORE E COPISTA
    Ogni epoca ha avuto il suo Boccaccio, ne ha cioè apprezzato e valorizzato un lato dell’opera. E così il VII centenario della nascita, avvenuta nei primi mesi dell’estate del 1313, diviene la migliore occasione per ridefinirne il profilo.
La mostra allestita in Biblioteca Medicea Laurenziana si colloca entro un articolato ed ampio panorama di eventi progettati da tempo e in parte già realizzati con l’avvicinarsi della data del centenario. Il catalogo approfondisce e amplia la ricerca ben oltre i confini della mostra: sono più di ottanta, infatti, i codici esaminati e descritti sotto il profilo codicologico e filologico con schede che si accompagnano a saggi generali introduttivi, volti ad esaminare vari aspetti della figura del Boccaccio.
La prima sezione del catalogo presenta le opere volgari in ordine cronologico, la seconda sezione illustra le opere latine. Ogni opera è presentata da un saggio introduttivo e dalla descrizione di uno o più manoscritti. I saggi si caratterizzano per l’impegno programmatico a rendere conto della natura, del contenuto, della tradizione testuale di ciascuna opera, con riferimento agli studi più recenti.
L’attività di Boccaccio come copista ed editore di Dante e Petrarca e biografo e commentatore di Dante è documentata nella terza sezione, mentre la quarta è dedicata agli Zibaldoni. Una quinta sezione, introdotta da un saggio generale su Boccaccio copista, censisce tutti i manoscritti noti della biblioteca, autografi o postillati, in prevalenza testimoni di autori latini classici. Le Appendici presentano numerosi documenti, anche inediti, della vita dell’autore e l’edizione dell’inventario della parva libraria del convento di Santo Spirito di Firenze, ove confluì la maggior parte della sua biblioteca.

ANDY WARHOL Una storia americana
    Oltre centocinquanta opere, provenienti dall’Andy Warhol Museum di Pittsburgh, e da numerose collezioni americane ed europee, ripercorreranno il percorso creativo dell’artista che tanto ha rivoluzionato l’arte del XX secolo.
Dopo le esposizioni dedicate a Chagall, a Mirò, a Picasso e a Kandinsky, la Fondazione Palazzo Blu prosegue nel suo progetto d’indagine sui grandi Maestri del Novecento, che ha portato nella storica residenza sul Lungarno, oltre 300.000 visitatori.
Dopo le mostre dedicate a Chagall, a Mirò, a Picasso e a Kandinsky, che hanno portato a Pisa oltre 300.000 visitatori in quattro anni, BLU | Palazzo d’arte e cultura apre le sue porte, dall’11 ottobre 2013 al 2 febbraio 2014, all’arte di Andy Warhol, per quello che si annuncia come un imperdibile evento nel panorama delle offerte espositive del prossimo autunno.
La Fondazione Palazzo Blu, in collaborazione con Gamm Giunti, prosegue così il proprio progetto d’indagine sui Maestri che hanno scritto la storia dell’arte del Novecento.
L’esposizione, curata da Walter Guadagnini e Claudia Beltramo Ceppi, presenterà circa 150 opere, tra cui 20 fotografie Polaroid, in grado di ripercorrere l’itinerario creativo dell’autore che tanto ha rivoluzionato l’arte del XX secolo, grazie alla collaborazione con l’Andy Warhol Museum di Pittsburgh, che custodisce una larga parte dl suo lascito, e al supporto di alcune storiche collezioni, come quelle delle gallerie Sonnabend, Feldman, Goodmann di New York, di musei europei come il Museo d’arte moderna e contemporanea Berardo di Lisbona, il Museo d’arte moderna di Nizza, l’Albertina e il Mumok di Vienna, oltre ad alcuni capolavori da raccolte pubbliche e private italiane, come la Collezione Lucio Amelio o la Collezione Unicredit.
Il percorso individuerà i temi che fanno di Warhol la più emblematica icona del mutamento storico e culturale della seconda metà del Novecento, periodo che ha spostato la centralità dell’arte dall’Europa agli Stati Uniti, attraverso opere quali i Brillo Box, o le Campbell Soup – per la rivoluzione della Pop Art – le grandi tele dedicate ai Most Wanted Men e alle Electric Chair – a sottolineare l’incubo della violenza che lo colpirà drammaticamente – i ritratti di Marylin Monroe, Liz Taylor, ma anche di Mao e Richard Nixon – per trasformare l’immagine in icona universale eterna, con l’approdo a una ricerca più dentro l’arte e la storia della pittura con esiti vicini all’astrazione.
La mostra inoltre presenterà alcune tele di grande formato come Miths, Dollar, Skull, ma anche i rarissimi portfolio dedicati a Marylin Monroe e alle zuppe Campbell, e ad alcune serie che renderanno visibile la sua evoluzione stilistica, a partire dalla fotografia poi al disegno e infine all’opera su tela, come nel caso di Knives (coltelli), divenuto ancora più nota negli ultimi anni come immagine di copertina di Gomorra, il libro di Roberto Saviano venduto in milioni di copie.
Anche quest’anno, ai visitatori dell’esposizione di Palazzo Blu verrà offerta, in stretta collaborazione con le istituzioni culturali e le organizzazioni imprenditoriali pisane, un’ampia proposta di iniziative collaterali che investiranno l’intero territorio, valorizzando la capacità di accoglienza di Pisa come straordinaria Città d’Arte, che si distingue anche per la produzione scientifica e culturale delle sue Istituzioni Universitarie, per i capolavori ospitati nei suoi Musei e per lo spettacolo urbano dei suoi storici Lungarni.
La mostra è promossa dalla Fondazione Palazzo Blu, prodotta in collaborazione con GAmm Giunti e The Andy Warhol Museum – Pittsburgh, curata da Walter Guadagnini e Claudia Beltramo Ceppi, col patrocinio del Comune di Pisa, con il contributo della Fondazione Pisa, con il coordinamento artistico e segreteria scientifica di Claudia Zevi & Partners.

L’OTTOCENTO TRA POESIA RURALE E REALTA’ URBANA
    La rassegna ripercorre i cambiamenti intervenuti in questo momento storico cruciale.
Lo fa attraverso una novantina di capolavori eseguiti dai maggiori protagonisti della cultura figurativa ottocentesca lombarda e ticinese. L’oculata scelta delle opere si prefigge d’illustrare l’evoluzione della pittura di paesaggio, rurale e urbano, tra il 1830 e il 1915 con le conseguenti implicazioni sulla società. Non solo paesaggi quindi, ma anche scene di vita quotidiana.
Lungo il percorso della mostra il visitatore avrà modo di immergersi nell’ambiente cittadino ottocentesco attraverso le suggestive vedute di Lugano e Milano, dipinte da artisti quali Giovanni Migliara, Giuseppe Canella e Carlo Bossoli, che testimoniano le significative modifiche dell’assetto urbano. Da queste vedute tipiche dell’epoca romantica si passa a una visione della città più attenta ai mutamenti della modernità: irrompono infatti la presenza della ferrovia, dell’industria e del disagio sociale, ma anche nuovi momenti ricreativi, dedicati allo svago collettivo e privato.
Tra i principali interpreti di questo mondo in trasformazione troviamo Carcano, Franzoni, Feragutti Visconti e Mosè Bianchi che con Corso di Porta Ticinese tratteggia i contorni di una Milano fumosa e brulicante di vita, mentre con Lavandaie immortala la fatica di umili donne iscritte in un paesaggio che conserva ancora cadenze bucoliche. Quadri in cui la denuncia sociale si fa più esplicita sono ad esempio Alveare di Luigi Rossi, Ritorno dal lavoro e L’abbruttito di Pietro Chiesa, Venduta! di Angelo Morbelli, dipinto che ritrae l’annichilente realtà della prostituzione minorile. A quest’ultimo artista, portavoce delle diverse declinazioni del suo tempo, la mostra dedica un’intera sala.
I mutamenti delle abitudini e dei costumi della società strettamente connessi al nuovo paesaggio, inteso come luogo abitato e vissuto, compongono l’universo artistico di numerosi pittori. Accanto alla fatica della vita contadina e alla miseria che alberga nelle zone suburbane, trovano spazio i lussi e i sollazzi della borghesia descritti in quadri che trasmettono la spensieratezza delle classi sociali più agiate.
Alla trasfigurazione della città si affiancano i paesaggi della campagna ticinese e lombarda che paiono cristallizzati in una visione idealizzata dai toni lirici. Profondi mutamenti stilistici stravolgono l’arte del XIX secolo: una diversificazione di linguaggi che spazia da influenze scapigliate a ricerche più schiettamente veriste per approdare al divisionismo di Segantini, Longoni, Pellizza da Volpedo, Berta e Sottocornola e aprire una finestra sulla prima fase del Novecento con le opere prefuturiste di Boccioni.
I vari nodi della mostra verranno sottolineati da testi poetici e in prosa, coevi ai dipinti e a loro legati per tematiche o atmosfere, al fine di evocare in maniera ancor più vibrante lo spirito dell’epoca.

ETRUSQUES. UB HYMNE à LA VIE
    L’esposizione ha luogo sotto l’alto patronato del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Con la partecipazione del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Roma; dei Musei Vaticani, Roma; dei Musei Capitolini, Roma; del Museo Archeologico di Firenze; del British Museum, Londra; della Bibliothèque nationale de France, Parigi; del Martin von Wagner Museum, Würzburg; delle Staatliche Antikensammlungen e Glyptothek, Monaco.
UNA MOSTRA INEDITA
Considerato il più delle volte come originario dell’Oriente, avvolto nel mistero di una lingua ermetica, il popolo etrusco ebbe, prima di Roma, un ruolo di primo piano tra le grandi civiltà del Mediterraneo.
Marinai e mercanti, gli Etruschi si sono sviluppati in un contesto ricco di commerci internazionali e di scambi, in particolare con i Greci, di cui furono emuli e al contempo rivali.
L’esposizione organizzata dal musée Maillol esplora in modo inedito il quotidiano degli Etruschi. Racconta la straordinaria avventura di questo popolo che si è sviluppato tra il IX e il II secolo a. C. in un territorio che oggi corrisponderebbe alla penisola italiana. L’immagine degli Etruschi viene troppo spesso evocata esclusivamente attraverso testimonianze legate al mondo funerario. Questa componente fondamentale è stata fortemente accentuata dalla scoperta di numerose tombe, soprattutto durante l’Ottocento, che furono la prima fonte degli archeologi. E così si tende erroneamente a separarli dal mondo dei vivi.
Proprio i diversi aspetti della vita quotidiana di questa civiltà gaia e pacifica saranno evocati in mostra, esplorando le grandi città della confederazione*: Veio, Cerveteri, Tarquinia e Orvieto. Vi saranno rappresentati la religione, la scrittura, le armi, lo sport, la pittura e la scultura, l’artigianato con l’oreficeria, i bronzi e le ceramiche. Sarà inoltre approfondita l’evoluzione della conoscenza del loro habitat, una testimonianza fondamentale. Si vedrà un’architettura assai caratteristica, lontana dai canoni classici, ornata da importanti decorazioni in terracotta messe in risalto da colori estremamente vivaci. Saranno presentate 250 opere provenienti dalle più prestigiose istituzioni italiane e di altri paesi europei.
L’esposizione ha luogo sotto l’alto patronato del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Con la partecipazione del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Roma; dei Musei Vaticani, Roma; dei Musei Capitolini, Roma; del Museo Archeologico di Firenze; del British Museum, Londra; della Bibliothèque nationale de France, Parigi; del Martin von Wagner Museum, Würzburg; delle Staatliche Antikensammlungen e Glyptothek, Monaco.
PERCORSO DELL’ESPOSIZIONE
Il percorso propone una lettura incentrata sul modo di vivere degli Etruschi attraverso l’evoluzione del loro habitat: dalle capanne primitive del IX secolo a. C. alle dimore patrizie dagli interni raffinati.
Il fasto dei principi e la proliferazione delle «città-stato» durante l’apogeo del VII e VI secolo a. C. saranno evocate attraverso l’arte, l’economia, gli usi e costumi e le manifestazioni del sacro.
Una selezione di oggetti, di opere d’arte e di pezzi di architettura ripercorre la lunga storia dell’Etruria antica, dalle origini delle città all’incontro con le civiltà del Mediterraneo e alla nascita della scrittura: gioielli raffinati in oro e argento che appartennero agli aristocratici etruschi – fermagli, orecchini, spille, collane arricchite da pietre e ambra –; vasi di bronzo riccamente decorati destinati, come le ceramiche dipinte, ai banchetti dei personaggi più eminenti; figure mitologiche che ornavano i templi; impressionanti rappresentazioni degli antenati, come quelle del palazzo dei principi di Murlo, o monumenti funebri – fastosi tanto all’interno quanto all’esterno –… Questi oggetti illustreranno ciascuna delle grandi città etrusche da cui provengono, descrivendo così le loro specificità e mostrando il notevole dinamismo di questa civiltà: capolavori dei maestri coroplasti* della scuola di Veio, produzioni multiple dei laboratori di Cerveteri, testimonianze straordinarie della pittura di Tarquinia, impressionanti sculture in pietra di Vulci, terrecotte dei templi di Orvieto ed espressioni artistiche di Chiusi, Populonia, Perugia o Volterra.
Infine, a questo periodo di apogeo seguono gli anni del del declino, la conquista dei territori da parte dei Romani, fino all’annientamento.
La mostra commemorerà la sparizione di un popolo che ha lasciato un appassionante patrimonio culturale pervenutoci solo in parte, ma che ha esercitato una profonda influenza su Roma

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