Per un lavoro “flessibile”

di | 1 Apr 2014

 
Immagine dI Carla Morselli

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Nel tunnel della recessione e della crescente disoccupazione, aggravate da una condizione dei conti pubblici e del debito che ostacola sensibilmente l’adozione di interventi finalizzati alla ripresa e alla crescita, la riforma del mercato del lavoro assume una valenza strategica decisiva ai fini di offrire una prospettiva ai giovani e agli esodati, favorendo una più equilibrata redistribuzione dei redditi e stimolando un incremento dei consumi. Rigidità tradizionali del nostro mercato del lavoro, non superate e, anzi, in parte, confermate dalla riforma Fornero, adottata durante il governo Monti, possono annoverarsi, a pieno titolo, insieme alla crisi produttiva e alla caduta della nostra competitività, tra le concause della diffusa carenza di lavoro. Il posto fisso garantito e inamovibile, frutto di antiche battaglie di civiltà, animate dalla fiducia suscitata da congiunture favorevoli e condizioni di mercato diverse e ormai lontane, appare sempre più utopistico nella fase della globalizzazione.
Non devono essere certo abbandonate le lotte per tutelare le aspettative del lavoratore e garantire a ciascuno una dignitosa sopravvivenza in tutte le fasi dell’esistenza e le condizioni essenziali di sicurezza sociale, ma non possiamo fingere che nulla sia mutato dagli anni del “miracolo”, né consentirci di restare ancorati agli schemi di allora, senza tenere conto del nuovo quadro sociale ed economico e delle dimensioni mondiali della competizione.
Nuovi scenari e nuove sfide che impongono strumenti diversi. Tentare oggi di assicurare le antiche e pur sacrosante tutele con le rigidità contrattuali del passato potrebbe rivelarsi un esercizio di buona volontà destinato a cadere nel vuoto, perché il lavoro non viene richiesto e spesso le aziende falliscono e chiudono, privando di occupazione anche coloro che, sulla carta, apparivano tutelati.
Nella congiuntura attuale la sicurezza sociale deve essere coniugata con la flessibilità, con meccanismi che consentano non solo ai giovani alla ricerca di prima occupazione, ma anche a coloro che il lavoro lo abbiano perso successivamente, di ricollocarsi rapidamente, senza incorrere nei lacci posti da norme troppo restrittive. In definitiva, nella presente congiuntura, il legislatore e le parti sociali dovrebbero favorire, più che la garanzia di un dato posto fisso per l’intera durata della vita lavorativa, la possibilità di occupazione, anche all’occorrenza cambiando, ma sempre in condizioni dignitose e di sicurezza, per l’intera vita lavorativa. Assicurando, questo sì, una tutela crescente, in termini di indennizzi e compensazioni, in ragione dell’anzianità lavorativa della persona occupata. Questa condizione si può perseguire innescando un processo virtuoso, attraverso regole incentivanti le assunzioni che inducano l’inversione dell’attuale tendenza delle imprese a chiudersi a riccio, rispetto alle prospettive di incremento del personale dipendente, un lusso che tanti, troppi ormai, minacciati dalla crisi, ritengono di non potersi più permettere ! In questo senso il jobs act promosso da Renzi, semplificando e ulteriormente liberalizzando i contratti a tempo determinato senza causale, può ritenersi un primo passo per incentivare l’offerta di lavoro. Non deve essere inteso come una forma di precarizzazione, ma come condizione per offrire opportunità a coloro – giovani e non – che al momento non ne hanno alcuna, tenendo conto che la peggiore precarietà è costituita in realtà dalla disoccupazione cronica, quella cui un sistema rigido non sia più in grado di offrire una soluzione !
La semplificazione del tempo determinato deve ritenersi tuttavia soltanto un tassello di una più generale revisione della legislazione sul lavoro che investa anche altri aspetti – previdenza, scioglimento del rapporto, ammortizzatori, formazione professionale e riorganizzazione dei servizi di orientamento -, sempre perseguendo un bilanciamento tra flessibilità, tutele e sicurezza sociale che tenga conto della profonda trasformazione del tessuto economico intervenuta, rispetto ai tempi lontani dell’autunno caldo e della legge 300/1970 (Statuto dei lavoratori). La stessa Cassa integrazione deve essere sostituita da strumenti di sostegno alla disoccupazione più idonei a incentivare la ricerca del lavoro e estesi anche alle categorie di lavoratori che oggi sono esclusi da questa forma di tutela. Senza dimenticare l’esigenza di un efficace servizio di orientamento, in grado di favorire l’incontro tra la domanda e l’offerta, di divulgare tempestivamente le opportune informazioni. E’ sconcertante il riscontro dei dati sulla disponibilità di lavoro che resta ampiamente inevasa in determinati settori produttivi. Ma la legislazione sul lavoro costituisce solo una parte della strategia necessaria a combattere la disoccupazione e la conseguente e deleteria rassegnazione che sempre più si riscontra tra i giovani e tra i lavoratori espulsi dai processi produttivi. Occorrerebbe ricalcare un altro JOBS Act, quello promosso da Obama nel 2012, per promuovere lo sviluppo di startup, semplificando le procedure per le imprese e agevolando l’attrazione di capitali attraverso il “crowdfunding”, la raccolta diffusa di piccoli investimenti. Già negli Stati Uniti si stanno rilevando gli effetti positivi. E resta essenziale l’utilizzazione della leva fiscale, con incentivazioni delle nuove assunzioni e la riduzione del cuneo, avvicinandolo ai livelli dei paesi più virtuosi (Germania innanzitutto), come richiesto ormai in modo bipartisan dagli attori della politica e dalle rappresentanze di categoria.