La medicina è una scienza esatta?

Elaborazione Immagine di Carla Morselli

"Il supremo male che possa capitare è commettere ingiustizia; non vorrei né patirla né commetterla, ma, fra le due, preferirei piuttosto patire che commettere ingiustizia".

                                                                                                             (Platone)

La medicina è una scienza. Esatta? Forse è meglio fermarsi all’affermazione che è una scienza, perché sull’esattezza delle scienze in generale ci sono ampie discussioni e dibattiti. Certo che la medicina ci tocca da vicino, rispetto a scienze che sembrano essere sconosciute ai più, lontane, apparentemente inutili. La medicina è rappresentata dal nostro medico, che ci cura, che ci guarisce, che ci conosce e sa. No questo era il medico di una volta, quel medico che entrava nella stanza del paziente e che solo dall’odore sapeva già quali potevano essere le patologie del paziente. Dal colore della pelle, dal colore del bianco degli occhi. Dallo sguardo, da come si muoveva e da come toccava se stesso e gli oggetti o i suoi cari. Fino a sapere, senza visitarlo, se fosse in punto di morte (toccarsi il naso era uno dei segni che facevano capire il distacco del malato tra mente e spazio, l’inconsistenza dell’ambiente che diveniva vago e vacuo, è segno dell’imminente morte, così raccontava un anziano medico a mio nonno tanti anni fa). Oggi il medico è cambiato. Pensa alla carriera, ai soldi, al successo. E la medicina gli va dietro accompagnata dal carrozzone speculatore e truffatore delle case farmaceutiche, e di chi le controlla. Oggi nonostante i grandi passi avanti delle tecniche di diagnostica precoce, la medicina ha perso tanta fiducia nella gente, e così i medici che della medicina ne fanno un mestiere, come un commerciante (senza nulla togliere alla categoria, forse onestamente truffaldina per natura di ciò che è l’anima del commercio), come un imprenditore, come un qualsiasi altro mestiere. E il giuramento? Non voglio nemmeno dire di quale giuramento parlo, mi si accappona la pelle solo a ricordare le meravigliose parole piene di umanità, etica, rispetto, valori. Il giuramento lasciamolo stare, perché se dovessimo tirarlo in ballo un Vannoni, e pietosamente per chi mai leggerà voglio avere il buonsenso e la pietà di citare solo un esempio, un Vannoni, dicevamo cosa ha capito dei suoi studi, e chi lo ha appoggiato e difeso e onorato? Cosa poter dire se la medicina è una scienza in questo caso? Perché scienza esatta non la consideriamo neanche, non mi sembra proprio il caso. Esatta a tutti i costi, esatta per interessi, esatta per speculazioni su chi sta morendo. Beh si in questo senso è esatta, anzi certa. Ladri e truffatori di anime e di sentimenti, di speranze, il resto conta poco, si il denaro sottratto non conta niente, ma le anime, quelle povere anime disperse nella menzogna e nella bugia, contano e non hanno prezzo. E se dovessimo risarcire per giusto valore tutto ciò, chi avrebbe il coraggio di quantificarlo, chi sarebbe capace di misurare un dolore, un dispiacere, una vana speranza. Chi su questa terra avrebbe il coraggio di stabilire un risarcimento equo. La vita ha per quanto lunga o breve che sia ha un valore unico. Galimberti su “La Repubblica” affrontando le problematiche etiche e medico scientifiche a proposito di staminali, embrioni, eccetera, ha suggerito di utilizzare il principio dell’”etica del viandante”, analogamente, con gli attuali sviluppi della medicina, sarà impossibile applicare principi generali di etica, mentre questa proposta sembra meglio modulare i reali benefici che quella specificata preferenza condurrà a favore dell’uomo in quel ambito socio-culturale. Ricordiamo a proposito dei cambiamenti culturali anche Luca Luigi Cavalli Sforza, che intende per evoluzione le continue variazioni, dovuti spesso all’emergere e alla successiva diffusione delle innovazioni che hanno segnato le trasformazioni cui va soggetta l’umanità, oggi la cultura di popoli diversi è altamente frazionata, in alcuni casi ci sono variazioni rapide, in altri sembra sia immutata e statica, producendo così una molteplicità di sapere, non certo dovuta a differenze genetiche. Ma comunque l’etica è solida e presente anche con i Vannoni, e chissà quanti altri.

Scienza e tecnologia hanno avuto successo e hanno fallito nello stesso tempo.
Nel passato la scienza si è formata autonomamente distinguendo il sapere dall’etica, proteggendo i propri scopi ultimi, cioè “conoscere per conoscere” e questo lo ha fatto a qualunque costo e ignorando ripercussioni morali, politiche, sociali e religiose. Nei secoli recenti la scienza entra nella società, prima nelle scuole ed università, poi nelle industrie, ed infine nello Stato. Oggi la scienza è finanziata e i finanziatori si appropriano dei risultati. Inizialmente la scienza aveva bisogno di tecniche per sperimentare, e sperimentava per verificare. Ma con questa necessità è arrivata a sottomettersi alla manipolazione della tecnica e il potere del conoscere per conoscere viene superato dal potere della tecnica che è al servizio dell’economia e che vuole sviluppare nuove industrie, trasformando così la scienza in una forza motrice socio-economica. Oramai la disinteressata avventura apolitica della ricerca scientifica è preda dei profitti, delle aziende, degli Stati. Quanti scienziati si sono pentiti di scoperte che avrebbero reso benefici e non malefici come il nucleare? La scienza diviene strumento del potere, diviene meno “esatta”, al soldo delle industrie, del potere, e l’etica oramai diviene solo un sogno. Pochi scienziati hanno ammesso di dover distinguere tecnica e scienza (questo verso gli anni ’80) e hanno preso posizione sui concetti: di bontà e moralità della scienza, della ambivalenza della tecnica divisa tra Scienza e Potere, e decisamente della amoralità della Politica. Oggi la scienza è divenuta indifferente all’etica, a meno che questa non sia etica della conoscenza e del rispetto delle regole del gioco scientifico. Husserl, in una conferenza tenuta settant’anni fa sulla crisi delle scienze europee, ha mostrato che c’era una macchia cieca nell’oggettivismo scientifico: era la macchia della coscienza di sé. Ma per fortuna gli scienziati non sono solo scienziati, sono anche esseri umani, cittadini, persone con concezioni religiose e/o metafisiche, e solo così torna una etica che riporta in qualche modo a suo posto la eccessivamente disinibita scienza, unica e sola barriera alla sperimentazione sugli esseri umani. E allora un nuovo attacco all’etica cercando esseri umani “non umani”, cercando compromessi lavorando ai margini della persona umana, cioè sugli embrioni, e sui morti cerebrali, quelli in coma. Le scienze, la ricerca, la medicina diviene cieca, rifiuta etichette, frammenta la conoscenza e rende il medico, lo scienziato ignorante ed indifferente alla problematica epistemologica ed ovviamente all’etica. C’è l’ignoranza della trasformazione dei fini e dei mezzi. C’è l’incoscienza del problema dell’errore e dell’illusione in politica. C’è un conflitto tra l’obbligatorio della conoscenza per la conoscenza, che è quello della scienza, ed gli aspetti etici, e molti di questi in grave conflitto, come la consapevolezza assoluta che è arbitrario decidere che una persona umana esista solo dalla nascita, o nell’ovulo, o quando il cuore del feto cominci a battere. Abbiamo bisogno di sviluppare una scienza nuova, ed in questa evoluzione occorrerà l’auto-conoscenza di prese di coscienza. Compromessi meta-scientifici, punti di vista epistemologici che espongano i presupposti metafisici dell’attività della medicina. Tutto ciò coadiuverebbe alla realizzazione e allo espansione di un pensiero scientifico complesso in cui si possa operare la comunicazione tra conoscenza ed etica. Dopo aver dominato la materia si è cominciato dominare la vita, e la scienza comincia dominare il suo padrone umano e pone nuovi fondamentali problemi antropologici che sono, nello stesso tempo, giganteschi problemi etici. Le procreazione da sperma anonimo, le madri surrogate, le clonazioni umane mettono in discussione la nozione di padre, di madre, di figlio o di figlia. Sono preludi alla rimessa in discussione della nozione di essere umano. Ma il buon utilizzo delle scienze, il divieto dei suoi usi nefasti, dipende dalla coscienza degli scienziati, dei politici e dei cittadini. L’assenza di controllo, politico ed etico, degli sviluppi della tecno-scienza rivela la tragedia maggiore che permette la distinzione tra scienza, etica e politica.

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