Professoroni, erroroni, pasticcioni

di | 9 Mag 2014

Traduzione di Emanuele Conti



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Quando la politica disprezza la cultura, c’è un problema. Anzi, ce ne sono due. I politici non vogliono confrontarsi con gli intellettuali e gli intellettuali non trovano il modo per farsi capire dai politici. Tuttavia, poiché i politici, bene o male, per fortuna o per virtù, hanno (acquisito) potere sono loro che portano maggiori responsabilità se i rapporti diventano tesi e degenerano. Accusare, come ha fatto il Ministro Boschi, i “professoroni” di avere bloccato per trent’anni il processo di riforma non è soltanto sbagliato. E’ un omaggio eccessivo a professori che di potere politico non ne hanno mai avuto molto. Sostenere, come fa Dario Nardella, braccio destro di Renzi e suo erede designato a sindaco di Firenze, che il cambiamento è “ostacolato dai soloni del diritto”, suona quasi come un’ammissione di debolezza e di timore che il governo non abbia la capacità e le conoscenze sufficienti per portare a compimento cambiamenti troppo presto e troppo rumorosamente vantati. D’altro canto, esprimere, come hanno fatto l’ex-Presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelski e l’ex-Garante della Privacy (ed ex-candidato del Movimento Cinque Stelle alla Presidenza della Repubblica) Stefano Rodotà, serie preoccupazioni per una degenerazione autoritaria della democrazia italiana a causa delle riforme istituzionali ed elettorali lanciate dal governo, appare eccessivo. In questi anni certamente eccessive sono state le reazioni di parte del ceto dei professori di diritto a qualsiasi riforma delle istituzioni che non fosse la loro personale riforma. Ciascuno e molti di loro hanno perso credibilità, scientifica prima ancora che politica. Invece, la credibilità politica del governo e, in particolare, la popolarità del Presidente del Consiglio continuano a rimanere elevate. Non altrettanto elevate sono la qualità delle sue riforme, finora solo prospettate, e le probabilità che saranno rapidamente approvate nei termini e nei contenuti desiderati da Renzi e dal Ministro per le Riforme. La legge elettorale ha superato lo scoglio della Camera, dove, grazie al premio in seggi, il governo gode di un’ampia maggioranza. Al Senato, la legge rimane al palo e rischia di essere ritoccata in due o tre punti (quote rose, voto di preferenza, entità e numero delle soglie) che renderanno inevitabile il ritorno alla Camera. Evitare l’elezione dei consigli provinciali non significa ancora abolire le province che si dovrà fare con apposita revisione costituzionale, lunga e perigliosa. Rendere il Senato non elettivo è un’operazione difficile a fronte di legittime opposizioni relative alle discutibili modalità della sua nuova composizione, ai compiti che gli saranno attribuiti, alla contrarietà di Berlusconi. Consentire ai leader di partito di continuare a nominare i loro parlamentari e togliere poteri al Senato significa, in una delle critiche condivisibili espresse dai “professoroni”, indebolire considerevolmente il Parlamento di fronte al governo, eliminando contrappesi che servono a qualsiasi democrazia la cui qualità non può mai essere valutata con riferimento prevalente ai costi della rappresentanza. Non basterà, come si prospetta, scrivere il nome di Renzi nel simbolo del Partito Democratico per le elezioni del 2018 per rafforzare lui e il suo modello di “premierato” . Margaret Thatcher, Tony Blair, Angela Merkel non hanno mai avuto bisogno di scrivere il loro nome nei rispettivi simboli di partito per diventare capi del governo autorevoli ed efficaci. Il rischio del bailamme di riforme affrettate e mal congegnate non è quello di uno scivolamento autoritario, anche se i contrappesi sono la clausola di garanzia delle democrazie che conosciamo e che sanno mantenersi tali. Il rischio è rappresentato, da un lato, da riformette che, pasticciate e scollegate, non funzioneranno; dall’altro, dai conflitti fra istituzioni che portino a paralisi decisionali. Non è il caso di accettare a scatola chiusa i pareri di tutti i professoroni, ma confrontarsi con le loro critiche, è più di un gesto di saggezza. Potrebbe salvare Renzi e Boschi da molti errori, alcuni dei quali già visibilissimi e brutti.

Immagine dal sito www.difesa.it

Fonte: Gianfranco Pasquino <<QUALCOSACHESO>>, pubblicato AGL 6 aprile 2014 sul sito gianfrancopasquino.wordpress.com/2014/04/06/professoroni-erroroni-pasticcioni/

           

GIANFRANCO PASQUINO BIOGRAFIA:

Gianfranco Pasquino (1942), torinese, si é laureato in Scienza politica con Norberto Bobbio e specializzato in Politica Comparata con Giovanni Sartori.
Dal 1 novembre 1969 al 31 ottobre 2012 è stato professore di Scienza politica all’Università di Bologna. Ha insegnato anche cinque anni (1970-1975) alla Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, alla School of Advanced International Studies di Washington, D.C., alla Harvard Summer School, alla Universitá di California, Los Angeles. E’ stato Fellow di ChristChurch e St Antony’s a Oxford ed é Life Fellow di Clare Hall, Cambridge. Attualmente insegna al Dickinson College, Bologna Program, ed é James Anderson Senior Adjunct Professor alla SAIS-Europe di Bologna.
Fra i fondatori della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, ne è stato Redattore Capo per sette lunghi anni (1971-1977) e condirettore dal 2000 al 2003. E’ anche stato Direttore della rivista “il Mulino” dal 1980 al 1984. Attualmente dirige la rivista di cultura “451″.
Il suo primo libro, Modernizzazione e sviluppo politico, é stato pubblicato dal Mulino nel 1970. I suoi volumi più recenti sono Le parole della politica (il Mulino 2010) e Finale di partita. Tramonto di una repubblica (Egea-Unibocconi 2013). E’ particolarmente orgoglioso di essere il condirettore, insieme a Norberto Bobbio e Nicola Matteucci del Dizionario di Politica (UTET 2004 3a) e di avervi scritto una trentina di voci, fra le quali “Governi socialdemocratici” e “Rivoluzione“. E’ co-curatore dello Oxford Handbook of Italian Politics (in preparazione).
Senatore della Sinistra Indipendente dal 1983 al 1992 e dei Progressisti dal 1994 al 1996, ha scritto alcuni interessanti disegni di legge: sull’indennitá dei parlamentari, sul sistema elettorale a doppio turno, sull’abolizione dei Senatori a vita, su un periodo di raffreddamento fra la carica di giudice costituzionale e altre cariche pubbliche. E’ anche autore del primo disegno di legge sulla regolamentazione del conflitto di interessi (15 maggio 1994).
Nel 2009 si é candidato a sindaco con la Lista “Cittadini per Bologna”. Non ha vinto, ma dalla sua molto istruttiva esperienza ha tratto il volumetto Quasi sindaco. Politica e società a Bologna 2008-2010 (Diabasis 2011). Qui puoi leggerlo e scaricarlo gratis.
Ha fatto parte della Commissione Bozzi sulle riforme istituzionali (novembre 1983-febbraio 1985) e insieme al Sen. Eliseo Milani ha scritto una “Relazione di minoranza”. Con il libro Restituire lo scettro al principe. Proposte di riforma istituzionale (Laterza 1985) ha vinto ex-aequo il Premio Fiuggi per la saggistica istituzionale. Nel 2011 ha pubblicato La rivoluzione promessa. Lettura della Costituzione italiana (Pearson-Bruno Mondadori). Tutto questo non é stato sufficiente per farlo considerare un esperto della Commissione nominata con criteri che gli sfuggono nel giugno 2013.
Ha ottenuto tre lauree onorarie: dalle Università di Buenos Aires e di La Plata e dall’Università Cattolica di Cordoba. Dal luglio 2005 é socio dell’Accademia dei Lincei. Dal luglio 2011 con sua grande soddisfazione fa parte del Consiglio Scientifico dell’Enciclopedia Italiana e dei due autorevoli Comitati che stanno preparando l’Enciclopedia Machiavelliana, per la quale ha scritto la voce “Profeti”, e un volume sul contributo italiano al Pensiero storico-politico, per il quale ha scritto l’articolo “Norberto Bobbio”.
Ha svolto intensa attività di pubblicista collaborando al “Sole 24 Ore”, all’”Europeo” e a “la Repubblica” (1985-1990). Attualmente é editorialista del Corriere di Bologna e dell’Agenzia Giornali Locali.