“Vivere di morte , morire di vita” (Eraclito)

Nel 2006 è uscito un libro di Jacky Law: “Big Pharma” e nello stesso periodo un documentario, “Sicko” di Michael Moore, entrambi denunce degli inganni e dei misfatti dell’industria farmaceutica americana. In sostanza spiegano come Big Pharma (le case farmaceutiche multinazionali) per motivi di marketing, economia, dominate da potenti lobby, si allontanino sempre più dall’obiettivo primario delle società, cioè la salute ed il benessere delle persone, a favore di interessi economici; e di come anche la ricerca scientifica ed i medici vengano “convinti” di tralasciare alcune malattie meno “redditizie” rispetto ad altre. Riferiscono inoltre dell’aumento ingiustificato dei costi dei farmaci, spesso inutili o addirittura dannosi. Molti hanno scritto a riguardo, sia prima della Jacky Law, sia dopo. I risultati? Gli stessi. Le case farmaceutiche, i medici, i ricercatori, i maggiori azionisti o investitori, parlano di una “teoria del complotto” verso le case farmaceutiche. Ma Big Pharma esiste e i Rockefeller, per primi, ne sanno qualcosa. Infatti fin dalla creazione della “Fondazione Rockefeller” la situazione era palese. E già nel libro “The Drug Story” del 1949, giocando su “droga” e “farmaco”, sinonimi nella lingua inglese, Morris Bealle, denunciava i Rockefeller che avevano creato e sviluppato il più vasto impero economico ed industriale (Standard Oil), e inoltre possedevano il più grande gruppo di aziende farmaceutiche al mondo. Si servivano, e ancora accade, delle loro imprese per incrementare il consumo di farmaci. Ma non solo Morris Bealle non è stato l’unico storico ad occuparsi dei misfatti di Rockefeller. Prima di lui c’era stata, tra gli altri, Irda Tarbell, figlia di una delle tante vittime della “Standard Oil” e successivamente Eustace Mullins dove spiega nel suo libro “Assassinio per iniezione” del 1988 che “Oggi soffriamo di un’infinità di malattie, mentali, fisiche, quasi tutte attribuibili alle attività del monopolio chimico-farmaceutico, che rappresenta la più grave minaccia per la nostra sopravvivenza come nazione.”
Ovviamente per superare i problemi delle “teorie della cospirazione” ai Potenti basta “deviare” l’informazione (Noam Chomsky insegna), manipolarla, e così i Rockefeller iniziano a comprare le più influenti testate giornalistiche e perché no, anche la politica, dando vita alla “censura” (libertà di stampa e di espressione a modo loro, ovvio). Tutto è compromesso a scapito della salute.
Se si guarda attentamente il rapporto di connessione tra case farmaceutiche e Stato, e tra questo e i giornali, ci si accorge che tra di loro sono interposti degli organi di controllo, creati, in teoria, per evitare abusi, false verità o speculazioni. Ma con una analisi più attenta si nota che a capo di queste Agenzie di Controllo (in tutto il mondo), i Dirigenti sono nominati di una politica figlia dell’economia, delle lobby e dei potenti, non c’è neanche bisogno di spiegare quanto sia semplice far credere ciò che si vuole, e di conseguenza nascondere, sperperare, lucrare. E i consulenti esterni di questi organi di controllo sono esperti dipendenti di case farmaceutiche, di Big Pharma. E così “si gioca in casa”.
Forbes in un articolo di qualche anno fa metteva in evidenza che il profitto delle dieci maggiori compagnie farmaceutiche superano quello complessivo delle altre 490 industrie che compaiono tra le 500. Una testimonianza ulteriore: Peter Rost, per molti anni direttore marketing di Pharmacia poi acquisita da Pfizer, si accorse di alcune pratiche non corrette, comunicata le irregolarità ai vertici aziendali, indicando che le anomalie erano benevolenze a medici prescrittori (viaggi, vacanze pagate) fatti passare da ricercatori, così da aggirare le direttive dell’American Medical Association. Risultato: mobbing e poi licenziamento. Rost ha continuato la battaglia, spiegando come Big Pharma usufruisca delle pubbliche relazioni ed effettui operazioni di lobby per persuadere le persone ad usare determinati medicinali, per esempio utilizzando un testimonial famoso, influenzando così le associazioni di pazienti. Tanti esempi potremmo portare a testimonianza che spesso si devono solo giustificare i profitti, null’altro (qualcuno si ricorda dei 186 milioni di euro spesi in Italia per un vaccino per curare aviaria e suina, e poi non utilizzati, e quindi solo profitto puro al cento per cento). Cosa troviamo in Italia oggi? La stessa cosa, identica, spudoratamente mascherata e fatta passare per ricerca, attenzione alla salute, esperienza per cure mediche eccetera. Ma a parte questi aspetti economico-speculativi c’è altro che entra in gioco, ben più importante, la vita del cittadino, del paziente, del malato.
Ed il suo diritto ad un rispetto che va oltre alla “non etica” delle multinazionali, dei Governi e degli speculatori. Certo è facile parlando di argomenti delicati come la vita e la morte di una persona cadere nel confondere la spiegazione con la giustificazione, e molti se ne approfittano. Ma il concetto di morte in ognuno di noi, proviene anche da come si è affrontata la domanda sulla morte nel corso della vita e a partire da essa. Un malato ha diritto ad essere curato, e su questo si è tutti d’accordo, ma non possiamo negare che ha anche diritto ad non essere “cavia”, “esperimento”, per i giochi della presunta Ricerca o di Big Pharma che ci specula, in certi casi vergognosamente. Il malato ha diritto di scegliere fino a che punto vige ancora il principio ippocratico che spinge a curare la malattia, o se si è passati all’accanimento terapeutico e quindi essere solo “cavia”, non più “persona”. Noi, i medici, la Politica, i ricercatori e le case farmaceutiche, noi tutti dobbiamo inscrivere i nostri doveri etici in un codice equo ed equilibrato, perché molto spesso l’amore per il prossimo ha ispirato la più mostruosa inumanità verso l’umanità stessa. I valori, i doveri, se li consideriamo in assoluto sono concreti, reali, etici e morali, ma possiamo sbagliare? E se, ad esempio, nel caso di un malato, facciamo attenzione a questo amore-valore, ma non al recondito interesse che può celare? Beh navighiamo in acque difficili, insidiose, non c’è una linea prestabilita, abbiamo dei doveri, ma questi possono entrare in conflitto con le nostre responsabilità, perché potremmo arrivare a respingere l’indispensabile per la rapidità, dimenticandoci della rapidità dell’indispensabile.

Non sempre fare del bene o agire secondo coscienza o fare il proprio dovere corrispondono al “giusto” e “incontestabile” moralmente. Se dovessimo considerare l’intenzione ed il risultato di una azione etica nei casi di pazienti che devono (o potrebbero) scegliere se essere “curati” o se non subire accanimento, abbiamo davanti a noi una concezione complementare e antagonista della Morale. Perché l’intenzione Morale ha senso solo se si ottiene il risultato, mentre invece al contrario se le conseguenze dell’atto sono immorali, ma l’atto è Morale, perché intrinseco della morale è il principio dell’altruismo, siamo confusi e incerti. Nessuno di noi sa cosa prova un malato, a meno che non abbiamo provato la malattia, o se siamo onniscienti, e la presunzione di etichettarci etici e moralmente corretti a volte ci giustifica e ci mette a posto la coscienza. Ma dietro a tutto ciò c’è Big Pharma che ci ha creato una falsa morale, una falsa coscienza, e fa le sue speculazioni. Ciò ci porta a elaborare quella relazione complessa tra rischio e precauzione, morali o immorali? E secondo quali principi? Chi ci parla? Ippocrate? Il nostro Dio? La nostra etica laica? Ad ogni azione avviata in un territorio ambiguo, c’è antagonismo e contraddizione.

Si dovrebbe quindi optare per il “male minore”, dovremmo chiederci cosa conta di più la nostra coscienza o la sofferenza del malato? Ma siamo trascinati da tempeste della coscienza, alterata e manipolata dai Media, dalla Politica, dalle Ideologie, dalle Religioni e sopra a tutti da Big Pharma, che usa e sfrutta le nostre crisi di coscienza per lucrare. E insieme a questi lucrano tanti altri. Istituti creati per controllare, ma che vivono di sovvenzioni e che hanno come consulenti le case Farmaceutiche; le Associazioni che nascono per la tutela dei diritti dei malati che ricevono fondi da Big Pharma, oppure li troviamo come consulenti esterni di ASL, con compensi regionali; organi Governativi con consulenti delle case farmaceutiche. Testate giornalistiche che vantano la profonda conoscenza del problema, l’etica professionale ed hanno come sponsor Big Pharma. Una domanda ci verrebbe naturale: ma se dovessero scoprire qualcosa che non va lo denuncerebbero? Non voglio neanche pensare ad una risposta, la abbiamo dalle premesse. E tutto è la conseguenza di una etica adattiva alle circostanze, etica di convenienza per la sopravvivenza delle Associazioni e degli Istituti, delle Testate che “informano”. Tutti lavorano per un bene collettivo, ma sfugge al controllo l’interesse individuale. Altra contraddizione e antagonismo: sopravvivo o faccio sopravvivere? Sarebbe più corretto almeno arrivare a soluzioni “soddisfacenti”, quelle del “male minore” anche in questo caso. Etica, Morale, antagonismo e contraddizione? Balle, sono solo speculazioni e compromessi della coscienza (quale?) e l’etica si va far benedire. Dove è finita la compassione, la “pietas”. Max Weber aveva ben evidenziato la duplice visione dei valori che abbiamo in certi casi, contrapponeva un “etica della responsabilità”, che porta a dei compromessi, e un “’etica della convinzione”, che rifiuta i compromessi. Dovremmo, prima di porci problemi etici e morali, comprendere il dolore, la sofferenza. Ma comprendere significa capire di non aver capito, capito di non poter comprendere. Ma chi è umile ed accettare questo? Sapere di non sapere. E allora forse capire che se a volte ciò che per definizione è bene corrisponde a gioia, e ciò che è male corrisponde a dolore, alcune volte non è così, e se siamo dall’altra parte probabilmente è il contrario. La vita è bene e male al tempo stesso, è una opinione personale, dipende da chi siamo medico o malato, siamo chi decide o chi soffre.
“Vivere di morte, morire di vita” Eraclito
Citando Eraclito ci rendiamo conto che l’impegno della vita è doppio verso la morte, per resistergli e per compiere l’atto finale della vita stessa, conclusione inevitabile, ma con dignità, rispetto, onore. E per questo occorre soprattutto trasparenza tra chi assiste pazienti e familiari e le case farmaceutiche. Nel 2006 in Inghilterra è entrato in vigore un “codice di condotta” pubblicato dall’Associazione delle Industrie farmaceutiche britanniche, in cui le industrie devono dichiarare quali Associazioni di pazienti e di consumatori sostengono con finanziamenti. In Australia è già da tempo attuato, ed anche in altri Paesi. E in Italia? Fumosi codici e protocolli illeggibili e incomprensibili, “adattivi” diciamo. Ma quello che più pesa è la realtà: dove finiscono in alcune Regioni (Lazio, Basilicata, Molise eccetera) i fondi destinati a malati specifici (S.L.A.)? Non si capisce a meno che non si va a vedere come “campano” le associazioni in questione. Se non hanno sponsors da Big Pharma, le sovvenzioni se li inventano: sono consulenti esterni pagati, oppure organi di informazione sovvenzionati, ed ecco fatto il gioco di prestigio che fa sparire i fondi. Alcuni Comuni sono troppo piccoli (forse con un briciolo di umanità in più?) per farli sparire, i malati li conoscono, e magari erano compagni di classe, oppure giocatori a calcetto. Sarebbe troppa la vergogna di rubare ad un amico malato. Ma nella grande Città, non ci si conosce, e anche se così non fosse, ma che se li trovi da solo i soldi per campare, oppure lo tengo in vita fino a che mi serve. Etica, morale, decidere se e cosa per chi? Per un numero, per un posto letto, per una assistenza in meno? Il malato cammina con la propria angoscia, generata dalla consapevolezza di vivere sapendo di dover morire. Si tutti lo dobbiamo, ma per loro la morte è quasi visibile, ogni giorno di più, perché ha una scadenza, noi no lo sappiamo. Loro si, sono anni, mesi a volte. E se la vedono arrivare contro, impotenti privati della dignità, della capacità di decidere.
“Molti muoiono troppo tardi, e alcuni troppo presto. Ancora suona insolita questa dottrina: Muori al momento giusto! Muori al momento giusto: Così insegna Zarathustra.” Nietzsche
Il momento giusto per morire. La scelta della morte lucidamente accettata in funzione della dignità della vita vissuta e viceversa.
Una riflessione: forse più correttamente riferita alla politica da Janger, ma che si presta ad ampi spazi di considerazione per l’etica e la morale arrogante e presuntuosa di chiunque, di Big Pharma, delle Associazioni, dei Ricercatori, dei Politici, dei Medici e di noi tutti.
“Nessuno di noi può sapere oggi se per caso domani mattina non si troverà a far parte di un gruppo dichiarato illegale” Ernst Janger
Con la speranza, aimè mal riposta, che i posteri non giudichino la nostra etica colpevole di insensibilità, o peggio ancora, come l’espressione di atrocità che si identificano in ciò che oggi è “l’industria” del malato.

Immagine di Carla Morselli

 

di Pietro Bergamaschini

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