Juncker e “ l’Europa che non c’è ”

Elaborazione Immagine Carla Morselli

Non c’è solo la novità istituzionale del voto del parlamento di Strasburgo sulle dichiarazioni programmatiche del nuovo presidente dell’esecutivo europeo. Si tratta di una conquista democratica che istituzionalizza per la prima volta il rapporto nuovo tra parlamento ed esecutivo ed accresce le speranze per il rinnovamento e il generale sviluppo dell’Europa alla ricerca di una migliore e costante sintonia con cittadini sfiduciati e delusi. Ma c’è un elemento davvero nuovo nel discorso di Juncker che riflette la consapevolezza della nuova e impegnativa fase che l’Europa deve sapere affrontare. Il riferimento che il presidente Juncker ha voluto sottolineare in modo forte ed insistito è rappresentato dal piano di investimenti per 300 miliardi di euro da destinare – entro il febbraio 2015 – alla crescita e allo sviluppo. Riconoscimento evidente, finalmente, che di rigore e rigidità l’Europa può anche morire, senza vera salvezza per nessuno. I più recenti indicatori dell’economia mostrano fattori preoccupanti non solo per l’Italia, ma anche per Germania e Francia. Le stesse preoccupazioni del governatore della Bce indicano che solo un grande sforzo collettivo e l’impegno convergente dei singoli Paesi dell’eurozona –con strategie seriamente riformatrici e concordate – possono aprire nuove strade di crescita e di incisive politiche per l’occupazione giovanile. Il coinvolgimento del maggior numero di paesi e delle loro opinioni pubbliche, insieme alla ripetuta richiesta di attenzione e di sostegno da parte del parlamento di Strasburgo hanno costituito il filo conduttore e il taglio nuovo che Juncker ha voluto dare alle sue prime dichiarazioni di presidente della Commissione. Un segnale positivo, forse più di un segnale per il nostro presidente del Consiglio e per la strategia renziana di conduzione della presidenza italiana del semestre europeo.

 

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