La fretta istituzionale

di | 23 Lug 2014

 

Foto di Carla Morselli

Abbiamo seguito per buona parte della mattinata del 22 luglio il dibattito al Senato sulle riforme istituzionali. Gli emendamenti, benché di numero spropositato, rappresentano tuttavia riserve non secondarie al progetto patrocinato dal ministro Maria Elena Boschi. Il giorno precedente la titolare del ministero per le Riforme, in un intervento forse sin troppo appassionato per rispondere ai dubbi espressi da più parti circa i rischi di deriva autoritaria, ha ricordato il senatore Amintore Fanfani e una sua espressione: "le bugie non pagano, anche in politica" e comunque sono solo un danno e non migliorano la qualità del dibattito e del confronto. Per citare l’altro cavallo di razza della Dc, Aldo Moro, ricordo che, proprio durante la complessa trattativa per giungere al risultato politico del governo di solidarietà nazionale, intervistandolo dopo la famosa assemblea congiunta dei gruppi democristiani, gli chiesi: "Presidente, ma questo faticoso e travagliato iter per l’intesa con Berlinguer non procede troppo lentamente? Gli italiani non rischiano di comprendere poco e comunque di stancarsi per i tempi troppo lunghi della politica?" e l’onorevole Moro, con espressione compresa e dolente, mi rispose in modo tacitiano : "La fretta spesso è cattiva consigliera e può addirittura mandare a monte processi politici importanti se non decisivi".
Durante il dibattito di martedì ho seguito con particolare interesse le senatrici Michela Monteverde, Paola de Pin e Raffaella Balloi, esponenti delle opposizioni e comunque fortemente critiche verso il progetto di riforma. Oltre al merito delle critiche e delle riserve, le senatrici di 5 stelle e della Lega hanno articolato i loro interventi in modo pacato e ragionevole dando sostanza e argomentazioni convincenti al loro ragionare. Ma poi è giunto un po’ a ciel sereno, e in modo mellifluo e infelicemente motivato, l’intervento del capogruppo Pd Zanda, che sostanzialmente richiedeva la “ghigliottina” per abbreviare il confronto e giungere al voto.
Ora è evidente che l’ostruzionismo, per altro istituto antico quanto la stessa storia del parlamento, costituisce una strumento estremo di fronte al rischio e al timore che governo e maggioranza possano strozzare il dibattito e imporre una sorta di dittatura della maggioranza. Non sono però le tagliole e i regolamenti parlamentari a potere risolvere nodi e contrasti così acuti. Anche se decisioni a maggioranza di una riunione straordinaria dei capigruppo può muoversi in sintonia col governo e pervenire al risultato desiderato. Contano in effetti, particolarmente in una materia come quella in discussione al Senato, che pure si dibatte da decenni e riguarda il superamento del bicameralismo paritario, le soluzioni maturate ma anche il metodo con cui le si approva e quindi la stessa possibilità di rappresentarle all’opinione pubblica come utili, importanti e ragionevoli. Spetta dunque al governo e al suo presidente assumere una iniziativa politica, intelligente e adeguata per dare risposta compiuta a tutte le riserve e agli interrogativi che vengono posti, non solo dalle opposizioni. Il risultato sarà quello di dare maggior respiro e significato ad un passaggio così importante della nostra vita parlamentare ed istituzionale, liberando il campo da riserve e sospetti che ricadrebbero negativamente sullo stesso governo e sulla conduzione di Renzi nel semestre europeo dell’Italia.

Immagine di Carla Morselli