Chi li ha visti? I sei italiani rapiti nel mondo

dal sito www.today.it

Chi li ha visti? I sei italiani rapiti nel mondo„ Il rapimento di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, le due volontarie scomparse da qualche giorno in Siria, allunga la lista degli italiani sequestrati nel mondo, che sale così a sei casi“

ROMA – Lasciare il proprio Paese e partire per una missione che nessuno ti ha assegnato, ma che ti senti in dovere di compiere. Partire per terre lontane e meno fortunate di quelle natìe per lavorare e dare assistenza a popoli in guerra. Partire e poi sparire, finendo in un vortice buio fatto di sequestri, rivoltosi armati, prigioni, intelligence, trattative per il rilascio, richieste di riscatto. E silenzi, che a volte durano mesi, anni.

Quella di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, le due italiane impegnate in un progetto umanitario e rapite in Siria nella notte tra il 31 luglio e il primo agosto – ma solo ieri la Farnesina ha dato conferma della loro irreperibilità – è una storia che si ripete. Quasi sempre uguale a se stessa. Sono sei, a oggi, gli italiani sequestrati nel mondo.
L’ultimo caso, prima delle due giovanissime di cui si sono perse le tracce ad Aleppo, era stato quello di Marco Vallisa, il tecnico italiano rapito solo un mese fa in Libia insieme a due colleghi. Appena due giorni dopo la loro scomparsa, nella città costiera di Zuwara, la Farnesina aveva annunciato che l’ingegnere bosniaco Petar Matic ed il collega macedone Emilio Gafuri erano stati rilasciati. Di Vallisa, invece, ancora nessuna traccia. Il suo appare sempre di più come un sequestro a scopo di estorsione.

Tra le pieghe di un territorio martoriato, quello siriano, si sono perse da oltre un anno anche le tracce di padre Paolo Dall’Oglio, mentre gli altri due italiani sequestrati, Giovanni Lo Porto e Gianluca Salviato, sono stati rapiti rispettivamente in Pakistan e Libia.

Da oltre due anni non si hanno notizie del cooperante Giovanni Lo Porto: 38 anni, palermitano, fu sequestrato in Pakistan il 19 gennaio 2012, insieme a un collega tedesco, a Qasim Bela, nella provincia del Punjab, dove lavorava per la ong tedesca Welt HungerHilfe (Aiuto alla fame nel mondo) alla ricostruzione dell’area messa in ginocchio dalle inondazioni del 2011. La Farnesina adotta come sempre la tattica del silenzio, che dopo due anni non è più discrezione, ma cappa di piombo.

Il 29 luglio dello scorso anno è scomparso in Siria padre Paolo Dall’Oglio, 59 anni, gesuita romano che per trent’anni, e fino alla sua espulsione nell’estate 2012, ha vissuto e lavorato nel suo Paese d’adozione in nome del dialogo islamo-cristiano. Tempo addietro era stata diffusa l’ennesima notizia, non confermata, che padre Dall’Oglio era stato ucciso dai miliziani qaedisti. Attivisti locali hanno poi smentito, affermando che Paolo è prigioniero ma ancora vivo. Di qualche giorno fa un appello della famiglia ai rapitori perché facciano sapere la sua sorte. Quanto ad autori e dinamiche del rapimento, a un anno di distanza non vi sono certezze di nessun genere. Da più parti si afferma che dal luglio 2013 Dall’Oglio sia nelle mani di miliziani qaedisti che controllano la regione settentrionale di Raqqa. La verità è che in questi mesi si sono ripetutamente accavallate voci incontrollate (e sin qui rivelatesi false) sui responsabili del rapimento e sulle stesse condizioni di padre Paolo.
Il 22 marzo scorso, poi, si sono perse le tracce in Libia del tecnico Gianluca Salviato, 48 anni, originario della provincia di Venezia, impiegato da alcuni anni per la ditta Ravanelli di Venzone (Udine), società che opera nel settore della costruzioni. L’uomo è stato rapito nella Cirenaica e c’è apprensione per la sua sorte in quanto soffre di diabete e ha bisogno dell’insulina. Gli ultimi contatti tra Salviato e la famiglia sono di venerdì 21 marzo 2013. Poi il silenzio. Il giorno successivo sarebbe dovuto andare in cantiere a Tobruk, ma nessuno dei colleghi lo ha visto. E’ stato prelevato con la forza mentre faceva un sopralluogo per la manutenzione di un impianto di fognatura in una delle zone più pericolose del Paese. Nella stessa zona, a gennaio, erano stati rapiti altri due italiani, Francesco Scalise e Luciano Gallo, ma poi furono rilasciati un mese dopo. I due, di origine calabrese, erano impiegati in Libia per la costruzione di una strada.
 

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