Art.18 : scontro tra vecchio e “usato garantito”

di | 1 Ott 2014

 
Elaborazione Immagine di Carla Morselli

La riforma del mercato del lavoro, come era prevedibile, sta assumendo la dimensione di un minaccioso iceberg per la navigazione del governo Renzi. Con il superamento dell’articolo 18, attraverso la previsione del contratto a tutele crescenti, riaffiora la contraddizione implicita, fin dagli inizi, nell’avventura renziana alla guida del PD. Nelle file del maggior partito italiano, né gli antichi militanti di tradizione comunista, né una certa cultura antagonistica e girotondina, hanno mai apprezzato l’avvento alla segreteria e alla premiership del giovane rottamatore fiorentino, avvertendo nei suoi confronti una diffidenza profonda che ha reso fino ad ora impossibile l’identificazione di queste sensibilità nella sua leadership. Da questo mondo assai diffuso e ramificato negli organici e nelle realtà di base del PD, la figura di Renzi viene subìta malvolentieri e, in un certo senso, per disperazione, cioè per evitare di continuare a perdere o comunque a non vincere. E, in effetti, in occasione della sua prima prova elettorale da segretario e da premier, quella delle europee 2014, il leader fiorentino ha vinto eccome, un trionfo oltre ogni aspettativa ! Ma quel quaranta per cento è figlio di una serie di contingenze favorevoli temporanee, come il timore di una possibile vittoria di Grillo, le difficoltà di Berlusconi e di Forza Italia in quella fase, il senso di “ultima spiaggia” che si avvertiva – e in parte si avverte ancora – nei confronti dell’ascesa del giovane leader.
Quel successo non ha, tuttavia, rimosso il contrasto di fondo che investe quel grande partito che è il PD, diviso tra una vocazione neoliberista, modello lib lab-Tony Blair e le nostalgie di epoche ormai remote in cui il conflitto di classe e le tutele venivano declinati secondo schemi cui il nuovo contesto sociale e l’assetto produttivo non sono più in grado di adattarsi. E i nodi sono riemersi proprio sulla flexsecurity, il classico tema divisivo tra destra e sinistra, ma anche tra sinistra e sinistra, come ai tempi del pacchetto Treu e poi della legge Biagi. In particolare, l’intento di rivedere la norma ex art. 18 dello statuto dei lavoratori non poteva non assumere la valenza di casus belli per eccellenza, per la resa dei conti tra la vecchia guardia ex PCI e il nuovo corso renziano. La reintegrazione coattiva è un istituto che presenta diverse criticità, per l’impresa, per il lavoratore e per la funzionalità complessiva del rapporto di lavoro e forse un confronto sereno e in qualche modo “laico” – inteso come “scevro da pregiudizi e teorie precostituite” – potrebbe consentire di individuare soluzioni alternative e più aggiornate di tutela.
Ma la difesa a oltranza di un antico “totem” della sinistra tradizionale sembra divenuta ora uno strumento di riscossa per i leaders della minoranza interna del PD, ai fini di recuperare terreno nei confronti del giovane rottamatore che alle primarie dello scorso anno li ha sbaragliati. Mentre i seguaci di Bersani, Cuperlo e Fassina minacciano il referendum interno sulla norma controversa, Renzi trova una sponda nel cosiddetto “soccorso azzurro”, da parte di Forza Italia, opposizione da sempre morbida nei suoi confronti e da sempre favorevole alle misure di flessibilità del mercato del lavoro. Peraltro Berlusconi sembra ben consapevole di poter svolgere ancora un ruolo assai incisivo come “stampella” del giovane premier nel suo braccio di ferro con le correnti di sinistra, mentre alzando la bandiera di una dura contrapposizione tesa a scalzarlo non troverebbe, al momento, i consensi necessari per riuscire nell’impresa, come si evince dal dato delle recenti europee, con il PD ad una percentuale superiore al doppio di quella dei forzisti. Non c’è possibilità di competizione, per ora e al realista Silvio conviene sostenere di fatto il premier, nel tentativo di orientarne le politiche verso le opzioni del centrodestra. E difficilmente il malcontento montante tra i suoi colonnelli riuscirà a dissuaderlo dalla prosecuzione di questa strategia. Allo schema bipolare sembra dunque progressivamente sostituirsi una sorta di centralità del PD, attorno al quale ruoterebbero satelliti di destra, centro e sinistra. Un nuovo schema nel quale la dialettica e la contrapposizione di maggiore rilievo politico sono quelle interne al nucleo centrale –il PD, appunto -, anziché quelle tra destra e sinistra o tra maggioranza e opposizione.
Una tale condizione potrebbe porre Renzi, a un dato momento, di fronte a un bivio: o cedere ai richiami della sinistra interna e di parte del sindacato, sacrificando i suoi intenti liberali e neoliberisti, o spostare decisamente al centro l’asse del PD. Nascerebbe forse, in questa seconda ipotesi, un nuovo partito alla sua sinistra, di derivazione social comunista, con un forte richiamo, ancora oggi, in vasti settori dell’opinione pubblica nazionale.