Gli italiani dietro alla missione Rosetta

Amalia Ercoli-Finzi è un’ingegnere italiana. Ha ricevuto la Frank J. Malina Astronautics Medal dello IAF nel 2012. È Principal Investigator responsabile dello strumento SD2 (il trapano che sonderà il terreno della cometa dopo la discesa di Philae). È stata la prima donna in Italia a laurearsi, presso il Politecnico di Milano, in ingegneria aeronautica. Una grande protagonista, fin dall’inizio, della missione Rosetta.

Negli oltre quindici anni passati da quando Lei ha cominciato a progettare e a realizzare strumenti a bordo di Philae, quali sono stati i momenti più difficili? Quali le decisioni più importanti?
Tutto il periodo trascorso da quando Rosetta é stata lanciata é stato greve di preoccupazioni, perché, e questo vale per tutte le missioni spaziali, é solo quando si entra nel vivo che nascono i problemi.
In particolare uno, inquietante, si é presentato nel corso della prima attività di commissioning dopo il lancio: i due motori che azionano in modo indipendente la traslazione e la rotazione del trapano funzionano entrambi con la stessa tensione, 28 V, e questo poteva comportare l’avvio non voluto della fase di traslazione (e non solo della rotazione) col rischio gravissimo di danneggiare il piatto rotante su cui sono disposti i fornetti per il riscaldamento dei campioni.
Il problema é stato superato con una accorta e minuziosa operazione di controllo del trapano durante il primo azionamento, che ha dato risultati pienamente soddisfacenti.
Un altro problema drammatico si é presentato quando ci siamo resi conto che i pannelli solari del lander avrebbero generato una quantità di energia inferiore al previsto, per fortuna ancora sufficiente per il funzionamento degli strumenti. Questo però ha comportato una diversa programmazione delle attività sulla cometa, sia nella fase a breve termine, che inizierà immediatamente dopo l’atterraggio, che nella fase a lungo temine nei mesi a seguire, e soprattutto ha influenzato notevolmente la scelta del sito di atterraggio che é tenuto a soddisfare stringenti vincoli di illuminazione.
Ci sono state decisioni che oggi, a posteriori, lei prenderebbe in modo diverso? Quali?
Col senno di poi cambierei una soluzione progettuale dotando il trapano di un sensore di forza, di cui al momento non dispone, per conoscere in modo esatto la spinta che viene esercitata sul suolo cometario al momento del contatto e nella fase di perforazione. Questo ci avrebbe dato delle informazioni sulle caratteristiche fisiche della cometa e ci avrebbe anche consentito da un lato di valutare il carico che il trapano trasmette agli arpioni, e quindi la loro capacità di tenuta, e dall’altro di interrompere l’operazione qualora la situazione fosse diventata critica.
Ovviamo alla mancanza di questo dispositivo utilizzando i dati raccolti nel corso dei test effettuati in laboratorio sullo “spare model” di SD2, di cui disponiamo al Politecnico di Milano, che ci documentano il comportamento di SD2 in presenza dei vari materiali che viene a perforare.
In termini di missione invece sarebbe stato opportuno poter disporre di una maggior quantità di energia per il funzionamento degli strumenti (sempre sulla cometa). Data la limitatissima energia disponibile siamo costretti ad una rigorosa programmazione delle attività in loco, evitando ogni sovrapposizione e predisponendo precisi piani di recovery da utilizzare nel caso fossero necessari.
Cosa spera di trovare nel materiale che il suo ‘drill’ porterà alla luce sotto la superficie della Cometa?
Spero che la cometa ci dia informazioni sugli albori del Sistema Solare, dato che la sua composizione riflette quella della nebula pre-solare da cui si sono formati il Sole e i pianeti. Il freddo, anzi il gelo, hanno conservato intatta la sua natura originale che noi ora ci apprestiamo a scoprire dopo 4 miliardi e mezzo di anni.
La speranza ultima é poi quella di trovare nei campioni raccolti sulla cometa “i mattoni della vita” quegli aminoacidi sinistrorsi, i nostri aminoacidi, che farebbero di noi, a pieno titolo, “i figli delle stelle”.
Articolo su www.technologyreview.itv

Immagine dal sito www.corriere.it

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