Alla ricerca del futuro possibile

Quando nel 1992 Francis Fukuyama pubblicò il suo celebre saggio" La fine della storia e l’ultimo uomo" la «globalizzazione» dei rapporti economici, politici e sociali era un fenomeno pressoché sconosciuto all’opinione pubblica, nonostante più di qualcuno ne avesse già intuito la forza inarrestabile e, quel che più conta, l’irreversibilità.
L’economista americano ebbe l’intuizione di sostenere che, dopo il crollo del muro di Berlino e la fine del comunismo, la progressiva diffusione su tutto il pianeta del modello economico, sociale e politico occidentale – al quale corrispondono gli archetipi del capitalismo finanziario, dello sviluppo consumistico e del liberalismo democratico – avrebbe determinato, stante l’assenza di modelli alternativi opponibili, il definitivo esaurimento del processo di crescita culturale dell’umanità.
Nella prospettiva del pensiero hegeliano dal quale Fukuyama prende spunto, la «fine della storia» coinciderebbe con la fase di sintesi della dialettica idealista, in cui la tesi originaria e la successiva antitesi trovano una composizione definitiva. Si fa fatica, tuttavia, ad accettare l’idea che il mondo attuale costituisca il punto di arrivo dell’evoluzione umana. Al di là di facili obiezioni di natura trascendente, infatti, il precario equilibrio geopolitico ed economico attuale non riflette certamente una condizione di stabilità sul piano globale. Ciò vale non solo con riferimento ai numerosi fronti di conflitto aperti (in Medio oriente, in Africa, nell’Europa dell’est) o ai focolai ideologici che alimentano alcuni di essi (si pensi all’ideologia di morte propugnata dall’ISIS, ma anche agli effetti nefasti – di cui lo stesso ISIS è elemento tangibile – provocati dalla dottrina post 11 settembre di «esportazione» della democrazia in contesti politici e istituzionali del tutto impreparati ad accoglierla), che hanno portato Papa Francesco ad affermare che «la terza guerra mondiale è già in atto», ma, più in generale, al crescente senso di smarrimento causato dall’assenza di certezze rispetto al futuro.
È proprio questo, probabilmente, l’effetto più evidente che la fine della storia ha portato con sé: l’assenza di futuro. Ora che, almeno apparentemente (e provocatoriamente), tutto sembra essere già accaduto, è lecito interrogarsi su cosa potrà ancora accadere. Le previsioni non possono essere ottimistiche, se solo si pensa che le risorse a disposizione dell’umanità si vanno esaurendo, che la ricchezza reale è progressivamente soppiantata dalle rendite prodotte dai mercati finanziari (che rendono sempre più ricco chi lo è già e sempre più povero chi non vi ha accesso), che il lavoro è sempre meno un diritto sociale e sempre più una conquista individuale, per pochi fortunati addirittura un beneficio, riconosciuto per diritto di nascita (al pari degli occhi azzurri o dei capelli biondi).
Ma l’assenza di futuro non è solo tutto ciò: è anche l’incapacità di scrutare l’orizzonte da parte delle nazioni leader della comunità internazionale. Fino al 1989, le due superpotenze dispensavano futuro ai loro cittadini (e a quelli dei Paesi alleati), molto spesso ingannandoli, ma senza mai perdere un briciolo della loro credibilità. Oggi vecchi e nuovi protagonisti delle relazioni internazionali o vedono tramontare inesorabilmente il loro ruolo di guida (gli Stati Uniti) o non intendono (Cina) o non sono in grado (Europa) di assumerlo o, infine, appaiono troppo ansiosi di dimostrarlo agli occhi del mondo (Russia). La comunità internazionale vive oggi una fase di «ristrutturazione», purtroppo non incruenta, ma per fortuna non (ancora) irrimediabilmente conflittuale. La sensazione diffusa, tuttavia, è che a tutti gli attori internazionali – inclusi i Paesi di più recente sviluppo, come i cd. BRICS – faccia difetto una visione strategica di lungo periodo che possa metterli al riparo dalle fluttuazioni dei cicli economici e ne preservi la stabilità.
È forse proprio la mancanza di una visione comune che impedisce alla storia di «ripartire»? Molto probabilmente sì. Il «grande assente» della società contemporanea, stordita da una cacofonia di informazioni, è più di tutti il pensiero, la riflessione intellettuale: non quella che si limita a descrivere l’esistente, ma quella che tenta di governarlo sulla base di ipotesi razionali; non il pensiero che si rifugia in ricette rapide e superficiali, ma quello che non si lascia fuorviare dalle contingenze e che è capace di offrire nuova speranza.
Ripartiamo da qui.

Immagine dal sito www.inviatospeciale.com

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