Living in Australia: what do we think about Italy?

di | 1 Feb 2015

Fin da prima dell’Unità d’Italia, l’Australia per gli Italiani fu una meta tanto aspirata quanto raggiunta ed esplorata.
Emigranti dal Sud e dal Nord, tanti mestieri e molte più storie, gli Italiani, resistendo a mari tempestosi, al razzismo e al calore, si sono radicati per più di tre generazioni sulle coste Australiane.
Nuovi locali, quartieri e città sono nati e con loro la tradizione Italiana tra orgoglio e nostalgia.
Oggi il primo impatto come emigrante in Australia è molto più morbido : c’è l’aereo ed il biglietto costa meno, puoi usufruire di un visto lavoro-turismo, o da studente, puoi “appoggiarti” ad associazioni italo-australiane per le prime formalità, c’è più tolleranza ed i lavori sono più dignitosi. Se poi decidi di rimanere e trasferirti a tempo indeterminato, le formalità aumentano, pre-requisiti medici e lavorativi sono unità di valutazione e selezione per visti, c’è tanta competizione e la spesa non è elemento secondario.
Ma chi sono questi emigranti e cosa pensano dell’Italia e degli Italiani? Non volendo peccare di presunzione, e tanto meno con il desiderio di sfociare in narrativa popolare, mi limiterò a riportare impressioni personali e riferire brevi commenti a cui sono stata testimone in questo quinquennio Australiano.
Per chi come me è qui da meno di dieci anni, ed ha salutato la madre patria con un “arrivederci”, l’Italia non è poi così lontana. Davvero, una volta arrivato all’altro capo del mondo, le distanze si accorciano, e le 22 ore di volo Australia – Italia, incluso scalo, si contraggono e si guadagna un giorno, burlando il sole.
Per i primi anni ci si sente ancora così vicini che si mantengono amicizie a distanza, ci si vergogna quando la mafia colpisce anche a Roma perché tu qui rappresenti quel mondo, si sogna ogni notte la pizza bianca e la strada, dove sei cresciuto e ci si convince che alla fine tanto torni lì. Addirittura una volta mi è capitato di conoscere un ragazzo italiano, mio coetaneo, che si rifiutava di mangiare qualsiasi prodotto italiano per non perdere quella sensibilità nelle papille gustative che gli avrebbe poi permesso di distinguere, una volta tornato in Italia, tra una mozzarella di bufala buona ed una meno buona. Era da più di due anni che viveva e mangiava a Sydney, mi domando se abbia vinto questa sfida, e dove e cosa stia mangiando ora.
C’è chi poi aspetta le vacanze biennali in Italia per fare scorta di camice, scarpe, e prodotti manifatturali tipici, per ragioni di costi e qualità. D’altro canto siamo o non siamo famosi in campo internazionale per i nostri prodotti?
Facendo parte di questo gruppo, azzardo: “L’Italia è una droga. Ti attrae, non ne puoi fare a meno, e ogni volta che torni in Australia sei sempre un po’più triste e solo”. Sei partito perché da buon Italiano eri insoddisfatto, e pensavi che l’Australia fosse il Paese del Bengodi, e poi ti accorgi che tutto il mondo è paese, che in ogni sistema sociale ci sono problemi e falle, e che la felicità consiste in te e nelle persone che ti sono vicino.
In questa mia ultima visita natalizia ho avuto una rivelazione; l’Italia è sempre la stessa, crisi economiche ci sono sempre state, se vuoi meno gravi o meno lunghe, problemi con mafia, burocrazia ed analfabetismo di ritornohanno il bollino D.O.P. Quindi cosa c’è di diverso questa volta? Io. Come diceva Proust: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi” Ed io ora ce li ho, grazie Australia.
Quelle che ho umilmente imparato, è che non bisogna lamentarsi, ma contribuire, non si può far notare come Roma sia sporca, e buttare in terra il mozzicone di sigaretta o lo scontrino. Se i parchi pubblici sono secchi e le erbacce dilagano, bisogna organizzare un gruppo di quartiere e animarsi di buona lena una domenica mattina e sporcarsi le mani di terra. E l’autobus seppur in ritardo lo si deve pagare.
Maggiori rappresentanti di questo gruppo d’insoddisfatti cronici sono coloro che sono stati in Australia meno di un anno, i turisti di una lunga estate che credendo di aver visto e vissuto il sistema Australiano, invadono la tua privacy una domenica in un’osteria di Firenze elogiando logorroicamente lo stile di vita anglosassone a discapito di quello latino. No comment.
Secondo gruppo di Italiani in Australia, sono coloro che sono emigrati quipiù di 30 anni fa. Per loro la situazione non è poi troppo diversa; l’Italia è sempre l’Italia, è solo il suo ricordo che si è affievolito. Celato nel subconscio, il patriottismo italiano ritorna ad essere sbandierato in eventi ed occasioni mirate.
Ma allora se 30 anni di adattamento e mimetizzazione con la cultura Australiana possono essere messi in dubbio da un bicchiere di nocino o grappa, perché allora questi Italiani son restati? Vuoi la lunga serie di crisi in Italia, vuoi il costo del volo, ma più che altro io direi la quotidianità e il nucleo familiare che ti protegge ed imprigiona.
Un mese è fatto di quattro settimane, si lavora, si mangia si dorme e ci s’innamora, forse ci si sposa, si crea una famiglia e gli anni passano e neanche te ne accorgi e son già 30. Mai, dico mai, ho conosciuto un Italiano che sia venuto qua con il progetto di restare tutta la vita.
Con questi commenti certo non voglio negare la vivibilità dell’Australia, o meglio di Sydney, giacché io poi l’Australia l’ho vista ben poco tra impegni professionali, restrizioni economiche e distanze esorbitanti. Sydney è fantastica; multiculturalismo, meritocrazia, spazi pubblici e spazio vitale. Alberi secolari, cielo blue Bondi, come dice Steve Jobs, aria pulita e vento, tanto vento. Nessuno fuma a rispetto della salute e degli altri, le poste funzionano ed in banca non ci sono file. Rasentiamo quasi la santità.

Dall’altra però, anche se questi Italiani vedono l’Australia come terra generosa, gallina dalle mille uova d’oro, questo benestare è stato la loro prigione e se possono, ti consigliano di investire ed andartene. Come dice De André: “Si sa che la gente dà buoni consigli quando non può dare il cattivo esempio”. Io ascolto, filtro e metabolizzo il giusto.
Questi Italiani ormai hanno fatto la loro scelta, hanno scelto l’Australia e ciò che offre, hanno preferito il benestare alla lontananza dalla famiglia, la sicurezza e la meritocrazia alla pericolosità ed alla corruzione. De gustibus non est disputandum.
C’è poi un altro gruppo di Italiani in Australia di cui ancora non ho parlato, forse perché proprio Italiani Italiani non lo sono più. Sono coloro che sono nati qui da padri o nonni Italiani, o venuti da molto piccoli, che non parlano la lingua perfettamente, o che si sono scordati il nome del loro paese d’origine. Quelli che si stupiscono di fronte alle file Made in Italy al Consolato per ottenere un passaporto e che verrebbero sicuramente imbrogliati al mercato di Porta Portese a Roma. Per loro l’Italia sono le vacanze romane, le figuracce di Berlusconi, la vespa, la pasta, la mafia e la gondola di Venezia, e poco di più, purtroppo.
Ma allora che Italia conoscono e raccontano questo esercito di Italiani fuori sede? Bè dell’Italia che noi tutti conosciamo, un’Italia misera e vittoriosa, contraddittoria ma coerente a suo modo, che non si scorda facilmente, e che tanto più la odi più la ami.
A Sydney io parlo di Roma e delle sue cupole che il Gianicolo te ne fa dono, sorrido ripensando alle passeggiate con mio padre a Piazza Navona ed alle chiese e musei esplorati con la mia mamma, riassaporo il gelato al pistacchio che prendevo con mia nonna e mi ricordo i giri in motorino con i miei amici. Penso anche a quello che non funziona, allo sporco, alle tante volte che sono rimasta bloccata nel traffico, ai soldi e cellulari che mi hanno rubato, alla burocrazia e la sua corruzione, e mi rattristo ma non mi lamento, tanto non serve a nulla. Sono Italiana, amo l’Italia e me ne vanto, ed ovunque sarò nei prossimi 30 anni voglio contribuire a migliorare questo bellissimo paese.


Immagini dal sito www.ilfattoquotidiano.it, www.storiologia.it, www.sydneyoperahouse.com

 

di Eleonora Bergamaschini