Ragionare su “un sistema dell’arte” Intervista a Nicola Maggi – Fondatore di “Collezione da Tiffany”

 

Ragionare su “un sistema dell’arte” Intervista a Nicola Maggi – Fondatore di “Collezione da Tiffany”

Lei che è un profondo conoscitore del mercato dell’arte è attendibile affermare che il mercato italiano è in condizioni peggiori della congiuntura nazionale ?
«Direi che ne è uno specchio fedele. Ed è naturale che sia così. Per quanto il mondo dell’arte sia globalizzato, ogni mercato nazionale è influenzato pesantemente da fattori che dipendono dallo stato di salute del Paese di riferimento. E così, in Italia, il nostro mercato dell’arte – come molti altri settori della nostra economia – è frenato, oltre che da una congiuntura economica infelice, anche da fattori di natura strutturale: leggi e norme inadeguate, burocrazia, politiche culturali inesistenti (specie quando si parla di contemporaneo) e un sistema dell’arte estremamente frammentato. Tutti elementi che, per farla breve, nascono da una cronica disattenzione per l’arte e la cultura come driver per la crescita economica del Paese. Quando, invece, è chiaro ormai a tutti che la cultura rende più emancipati e competitivi anche a livello internazionale con tutto quello che ne consegue in termini di occupazione, ricaduta sul territorio (turismo ecc.) e tutela del patrimonio storico-artistico, a cui potrebbero essere destinati, almeno in parte, i proventi del gettito fiscale di questo settore».

Il famoso Rapporto Tefaf imputa all’Italia l’1% del fatturato mondiale delle aste, è un valore che rappresenta qualcosa ?

«Facendo una battuta, mi verrebbe da dire: il rispetto che ancora gli analisti hanno per il nostro Paese. La sensazione, infatti, è che quell’1% sia messo solo per non farci finire nel calderone degli “altri”. In realtà il mercato italiano delle aste pesa decisamente meno di quanto indicato dal rapporto. Ma, al di là di questo, sono altri i dati che fanno pensare: a quell’1% in valore, corrisponde infatti un 6% dal punto di vista del numero di opere vendute. E questo la dice lunga circa il calo dei prezzi che sta caratterizzando il nostro mercato da ormai 7 anni: nel 2007 il prezzo medio di un’opera venduta all’asta in Italia era di 23.4 mila euro, oggi raggiunge a mala pena i 6mila euro. Va detto, però, che nel 2013 si è assistito ad una leggerissima inversione di tendenza, con un rialzo dei prezzi dello 0.6% rispetto al 2012. Spiccioli, certo, ma sempre meglio di quel -6.5% che ha caratterizzato l’Europa nello stesso periodo. Resta il fatto che dal 2007 al 2013 i prezzi sono calati del -74.3% contro il -33.7% europeo e il -13.0% degli Stati Uniti».

Il collezionismo privato interno è utile o indispensabile nella filiera dell’arte ?

«E’ indispensabile e questa è una cosa che in Italia ci si ostina a negare. Oggi il collezionista è considerato, tout court, un evasore e per questo è controllato a vista. Ovviamente non tutti sono degli stinchi di santo, ma anche in questo campo sarebbe interessante far valere il principio della presunzione d’innocenza. Polemiche a parte, il collezionismo privato (sia del singolo che dell’impresa) è uno dei principali strumenti di promozione dell’arte contemporanea. Un sostegno importante per gli artisti, in particolare in un Paese come il nostro dove lo Stato non ha i mezzi per supportarli. Basti pensare che è il collezionismo privato che, in molti dei paesi da dove oggi provengono gli artisti più rinomati, finanzia i loro progetti, la creazione di opere e li fa conoscere a pubblico e operatori di settore attraverso le proprie collezioni».


       Jan Brueghel Il Vecchio, Allegoria della Vista e dell’Olfatto, XVII sec. 

Perché in Italia, Paese delle belle arti per antonomasia , non c’è stata alcuna attenzione per il mercato e la domanda d’arte?
«Perché, come scriveva Ugo Ojetti un secolo fa,“Per i nove decimi degli italiani, anche di quei pochi che mostrano e dicono d’amare e rispettare l’arte, l’arte è proprio un passatempo, fuori dalla vita, relegato nei musei, inutile alla vera vita individuale e nazionale: peggio, è un lusso”. Quando invece dovrebbe essere considerata una ricchezza. In Italia, sfortunatamente, arte e cultura sono temi da campagna elettorale. Una volta passate le elezioni non interessano più. Eppure, avere un sistema dell’arte, con il relativo mercato, in buona salute aiuterebbe l’Italia ad occupare nel panorama artistico contemporaneo il ruolo che le competerebbe. Oltre a quanto detto sull’importanza dell’arte e della cultura come volano di sviluppo anche economico».

Una politica di agevolazione fiscale per la domanda culturale e in particolare d’arte potrebbe rappresentare una soluzione possibile per il rilancio dell’arte in Italia ?

«Sicuramente sarebbe d’aiuto, ma è necessario anche un intervento sistemico che intervenga su più elementi contemporaneamente: da quelli strutturali citati a quelli più culturali. E’ mia opinione, infatti, che sarebbe fondamentale cominciare a ragionare di un Sistema dell’Arte in un campo allargato che deve prevedere anche il mondo della scuola e delle università, dove è necessario insegnare i linguaggi espressivi del nostro tempo, per evitare di continuare a sfornare dei cittadini artisticamente analfabeti. Il che, tradotto, significa creare anche il pubblico e i collezionisti di domani. Oltre al fatto che sarebbe necessario anche lavorare per rendere il nostro Sistema dell’arte più coeso, mentre oggi è estremamente frammentato e, di conseguenza, non in grado di svolgere quel ruolo fondamentale di valorizzazione dei nostri giovani che, una volta “emersi” sul mercato internazionale, soffrono della mancanza di questo supporto per il consolidamento della propria carriera».

Cosa pensa di appariscenti Italiani che invece di investire nel Nostro Paese fondano gallerie d’arte a Londra, Parigi e Madrid?

«Che dire, è il frutto della situazione che abbiamo descritto. Come per altri settori, anche nel campo dell’arte gli imprenditori italiani – perché alla fine anche il gallerista è un imprenditore – per poter essere competitivi e sopravvivere, delocalizzano dove ci sono condizioni lavorative più vantaggiose. E’ un fenomeno che investe tutto il nostro sistema economico e quello che mi stupisce non è tanto la loro decisione di andare all’estero, quanto il fatto che nessuno reagisca e si adoperi per ricreare in Italia un habitat favorevole all’imprenditoria e alla progettualità dei privati».

                                                                                              

Nicola Maggi
Nicola Maggi (Firenze, 1975) è il fondatore e direttore di Collezione da Tiffany. Giornalista professionista e storico della critica d’arte, è stato allievo di Giuliano Ercoli e negli anni si è occupato soprattutto di arte e critica in Italia tra Ottocento e Novecento. Dopo essere stato per tre anni redattore in un periodico toscano, dove ha ricoperto anche funzioni di responsabilità redazionale, ha collaborato con l’Agenzia ANSA di Firenze e, dal 2008 al 2012, si è occupato di mercato dell’arte e di economia della cultura per il magazine ArtKey. Ha scritto per ArteSera e il magazine online Art a Part of Cult(ure) e attualmente cura, per Con-fine Art Magazine, la rubrica Art Brunch, dedicata al collezionismo e al mercato dell’arte contemporanea. Dal 2010, inoltre, è direttore responsabile della rivista N.B. I linguaggi della comunicazione.

Immagine tratta dalla locandina del film Mortdecai dal sito www.icon.panorama.it, Opera di Jan Brueghel Il Vecchio dal sito www.antiquariatoearte.com

www.collezionedatiffany.com

 

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