Il tatuaggio e l’arte di decorarsi il corpo

La parola tatuaggio deriva dal polinesiano tatau che tradotto alla lettera significa “battere o marchiare” e indica il rumore prodotto dal legno sull’ago usato per incidere la pelle.
In seguito da tatau si tradusse tattoo in lingua inglese, parlata da James Cook esploratore e scopritore di terre che nei suoi diari di viaggio riporta l’incontro con le popolazioni indigene del pacifico che adottarono tale tecnica per adornare i propri corpi.
I disegni sul corpo umano risalgono ad epoche lontane come testimoniano i ritrovamenti di alcuni utensili appuntiti risalenti al paleolitico superiore che probabilmente vennero utilizzati a tale scopo ornamentale.
In seguito agli scavi archeologici in aree specifiche del globo terrestre sono stati rinvenuti corpi tatuati risalenti a sei mila anni orsono e gli autori di tali disegni venivano lautamente ricompensati in quanto il segno impresso sul corpo indicava l’appartenenza sociale e la storia personale dell’individuo, distinguendo così re e nobili da delinquenti e schiavi.
In antico Egitto la tecnica era utilizzata durante le cerimonie funebri e i legionari romani imprimevano sulla pelle il nome del proprio generale o dell’imperatore, mentre disertori e schiavi venivano marchiati con simboli di disonore. Anche le popolazioni celtiche e britanniche disegnavano i propri corpi con tecniche peculiari che li contraddistinguevano, i turchi si dipingevano simboli religiosi e i primi cristiani usavano imprimere una croce indelebile sulla fronte.

Il capitano Cook, rientrando in Europa, portò con sé un principe indigeno tatuato dalla testa e ai piedi suscitando interesse e scalpore nei connazionali del diciottesimo secolo; in seguito molti marinai iniziarono a tatuarsi e molte botteghe di tatuatori sorsero nei principali porti del nuovo e del vecchio continente.
La tecnica si diffuse anche in ambienti diversi da quello marinaresco portando addirittura a divieti e ammonizioni fino alla bolla papale di Adriano I (concilio di Nicea 787) cui ne seguirono numerose altre e nei concili venne ribadito il diniego per i cristiani.

Per secoli la pratica del tatuaggio è rimasta relegata a ambienti specifici con significato prettamente simbolico o iniziatico con connotati religiosi o di appartenenza a sette o infine designava stemmi e iconografie legate a famiglie di alto lignaggio.
Negli anni sessanta e settanta del secolo scorso si iniziò a diffondere la cultura on the road ovvero gruppi di motociclisti e affini che percorrevano distese enormi, riunendosi per ascoltare musica e compiere riti collettivi tra cui l’uso di tecniche pittoriche permanenti sulla pelle. Fino a giungere ai giorni nostri dove i connotati emulativi e di "tendenza" sono prevalenti nonostante chi pratichi tale stile di vita aborri ogni omologazione.

Nel mondo vi sono ancora popolazioni che legano al tatuaggio una funzione sociale altamente simbolica con significato ben preciso e rituale ad esempio nel Borneo l’uomo si sottopone alle tecniche locali di tatuaggio in vista del matrimonio e durante i riti di passaggio dall’infanzia all’età adulta, solo colui che supererà le prove di sopravvivenza e resistenza potrà tatuarsi e le donne potranno scegliere come futuro coniuge colui che porterà sul proprio corpo i segni di tanto valore e coraggio.

Gli Inuit adottano a loro volta degli aghi in osso e scorrono sulla pelle un filo impregnato di fuliggine. In Nuova Zelanda e in Polinesia la pelle viene disegnata con un pettine d’osso simile ad un rastrello che viene bloccato da una bacchetta e percosso con una seconda fino a perforare la carne introducendovi il colore ricavato dalla noce di cocco.
In Giappone si usa la cosiddetta tecnica tebori ovvero sottili aghi metallici e pigmenti di vari colori sono inseriti sulla cute fino ad inciderla in senso obliquo in modo meno invasivo di quanto avvenga in altre aree del pacifico eppure non senza dolore per chi vi si sottopone. Ovviamente il grado di sopportazione è soggettivo, ma i centri nervosi vengono attivati in modo più o meno intenso anche a seconda del luogo del corpo dove vengono praticati i disegni.
In occidente viene invece utilizzata una macchinetta elettrica cui sono applicati degli aghi in numero variabile che imprimono il colore e incidono la cute. Tale strumento è stato ideato dall’americano Samuel O’Reilly nel 1891 che probabilmente si ispirò alla penna elettrica inventata qualche anno prima da Thomas Edison.
Anche questa pratica provoca dolore: gli aghi sono acuminati e il segno rimarrà per sempre impresso sul derma; è una decisione personale e di lunga durata per cui l’attuale legislazione vieta di tatuare i minori non accompagnati dai genitori e taluni operatori del settore non effettuano disegni nemmeno suoi minori accompagnati.
In Italia non vi è una legge sui tatuaggi ma sono in vigore una serie di norme igieniche che devo essere adottate al fine di preservare lo stato di salute delle persone che si sottopongono a questa forma di arte pittorica; la diatriba sul fatto che sia o meno una forma d’arte è molto viva e sostenuta da posizioni rigide e contrastanti.
il Grande Dizionario Garzanti della lingua italiana descrive l’arte quale "attività umana volta a creare opere cui si riconosce un valore estetico, per mezzo di forme, colori, parole o suoni" e non vi è dubbio che le creazioni di alcuni esperti di questo particolare modo di disegnare siano un’espressione di alta scuola, al di là dei messaggi e della simbologia.

Il tatuaggio è considerato da molti appannaggio del mondo maschile, ma la storia ci offre esempi di donne ornate con disegni permanenti fin dalle epoche più remote come nel caso della sacerdotessa egizia la cui mummia risalente al duemila duecento a.c. riporta un tatuaggio sul ventre; oppure la cosiddetta "donna dei ghiacci" ovvero la nomade guerriera sepolta duemila cinquecento anni fa e coperta di simboli corporei.
In momenti più recenti, ma in periodi in cui le signore neppure votavano, Nora Hildebrandt si presentò al Bunnell’s Museum di New York con il corpo ricoperto da ben 365 tatuaggi e la scrittrice Margot Mifflin nel suo "corpi sovversivi" descrive numerosi casi di donne col corpo dipinto come un quadro.
In questi ultimi anni le fiere e le esposizioni del settore si sono diffuse in ogni angolo del mondo e anche l’Italia è uno dei Paesi coinvolti nel dar visibilità a tatuatori e tatuati; in questi giorni si è svolta a Roma "the other side of the ink" presso lo Sheraton Hotel dove tatuatrici da diversi Paesi europei si sono date appuntamento e per due giorni hanno coinvolto pubblico neofita e pluridecorato in stand allestiti per l’occasione.
In calendario è prevista per i giorni otto nove e dieci maggio un’esposizione internazionale presso il Palazzo dei Congressi nella città eterna.

Foto di Carlo Tartarelli

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