L’Europa oltre i muri

 Elaborazione Immagine di Carla Morselli

A distanza di pochi mesi – in realtà settimane – dall’ultimo massiccio e repentino afflusso di profughi in fuga da conflitti o da condizioni di vita inaccettabili e disumane, l’Unione europea si trova ad affrontare in questi giorni una nuova consistente ondata di arrivi, che, a differenza delle precedenti, percorre rotte inedite o comunque meno conosciute. Il Mediterraneo non basta più. Dal Vicino Oriente migliaia di persone, per lungo tempo ospitate – ma è più corretto dire ammassate – in campi profughi ai confini della Siria giungono nell’Europa dell’Est passando dai Balcani.

È in questo modo che, quasi all’improvviso, diversi Paesi europei, finora solidali a parole, ma sostanzialmente indifferenti al problema degli sbarchi, dei naufragi e delle morti, sono stati costretti a prendere atto dell’esistenza di questa realtà. Alcuni, come la Germania o l’Austria, hanno reagito da leader responsabili, dichiarando pubblicamente di volersi fare carico dell’ospitalità dei richiedenti asilo anche oltre i propri consueti standard di accoglienza (e buon per loro se tale sforzo sarà ripagato dal contributo, in termini di forza lavoro, capacità intellettuali e competenze professionali che le persone accolte saranno in grado di fornire), altri, invece, come l’Ungheria o la Croazia, hanno iniziato a costruire muri o a chiudere le vie di accesso al proprio territorio, mostrando al mondo intero la propria debolezza e la propria fragilità. Altri, infine, come la Gran Bretagna, ne hanno approfittato per provare a rimettere in discussione il sistema di libera circolazione interno – che con l’emergenza in discorso c’entra assai poco – denunciando come tanti cittadini europei giungano nel Paese senza lavoro sottraendo così opportunità agli europei di casa, quelli, cioè, di nazionalità britannica.
Questa attualmente è l’Unione europea, o almeno così mostra di essere: una «associazione di Stati sovrani fondata sul principio di attribuzione delle competenze» (così l’ha definita in modo secondo taluni un po’ riduttivo il Tribunale costituzionale tedesco, fotografando la realtà dell’Europa uscita dal Trattato di Lisbona), ma non su quello di solidarietà, altrettanto importante, o forse molto di più. Un “condominio” istituzionale di Stati protetto da muri esterni – ben visibili – e interni – a volte meno visibili, ma non meno insuperabili – che le impediscono di concepire soluzioni unitarie ai problemi che le si pongono (si pensi all’incapacità di superare in tempi ragionevolmente brevi la crisi del debito greco e alle conseguenze scaturite dal lungo ed estenuante negoziato) e agire di conseguenza.
L’Europa di oggi ragiona per quote, senza accorgersi che il ruolo al quale è (o meglio dovrebbe essere) destinata, per vocazione e per necessità, pretende(rebbe) ben altre visioni e iniziative: i suoi membri discutono ancora su come ripartire (in due anni!) 40.000 domande di asilo, che già nuove 120.000 domande attendono di essere esaminate.
L’economista T. Piketty ha recentemente ricordato come l’Europa, «impantanata in divisioni e posizioni sterili, non è mai riuscita a tornare al livello di attività economica precedente la crisi». Le conseguenze di ciò sono da imputarsi «alla crescita della disoccupazione e alla chiusura delle frontiere», mentre proprio «il dramma dei rifugiati potrebbe essere l’occasione, per gli europei, di uscire dalle loro piccole diatribe e dal loro egocentrismo», per «aprirsi al mondo» e rilanciare l’economia e gli investimenti. Una prospettiva di sviluppo tanto giusta quanto apparentemente impossibile da seguire, stando ai fatti odierni.
Vale la pena allora domandarsi se esista davvero un’Europa oltre i muri (quello ungherese, ma anche quello spagnolo a Ceuta e Melilla). Una domanda che non si pongono solo i profughi e i migranti, che quei muri separano da una promessa di dignità, prima ancora che di felicità e di benessere, ma che dovremmo porci anzitutto noi europei. È davvero questa l’Europa che vogliamo?


Immagine dal sito www.ansa.it

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