Altro che buona scuola…

Vignetta di Giulio Laurenzi

Il 13 luglio scorso, dopo la sottoscrizione da parte del Presidente della Repubblica, è stata pubblicata in Gazzetta ufficiale la legge 107/2015 che ridisegna il sistema nazionale di istruzione. Si tratta di una riforma che la Gilda degli Insegnanti ha ampiamente avversato, contestandone sia i contenuti che l’iter istituzionale. La cosiddetta “buona scuola” è stata imposta dal Governo e dal partito del Presidente del Consiglio che, sordi al coro di proteste proveniente da tutto il mondo della scuola e sprezzanti nei confronti dei rappresentanti dei lavoratori, si sono esibiti in un deplorevole esercizio di forza muscolare.
La legge 107/2015 presenta palesi aspetti di incostituzionalità a partire dalla forma, che in questo caso è anche sostanza: l’articolo 72 della Costituzione prescrive che deputati e senatori votino le leggi articolo per articolo, ma la riforma della scuola è composta da un unico articolo, suddiviso in 212 commi, e il Parlamento è stato costretto ad approvarla con un unico voto di fiducia, evitando la discussione nel merito. La cosiddetta “buona scuola” vìola anche il principio costituzionale dell’imparzialità imposto alla pubblica amministrazione perché attribuisce al dirigente scolastico il potere di scegliere i docenti che ritiene più adatti per l’istituto affidato alla sua guida. Inoltre la Costituzione sancisce il principio di uguaglianza tra coloro che svolgono lo stesso lavoro e ci chiediamo come sia possibile rispettarlo se i docenti vengono divisi tra titolari di cattedra nella scuola e titolari di un “ambito territoriale”.
Contro quello che non abbiamo esitato a definire un “obbrobrio giuridico”, abbiamo assistito a una rivolta e a una presa di coscienza che non trova precedenti in tutta la storia della scuola italiana. La Gilda degli insegnanti può, con orgoglio legittimo, rivendicare di essere stata la prima, già durante l’estate del 2014, ad iniziare la protesta contro il disegno autocratico del governo, iniziandone la critica pubblica nel convegno del 5 ottobre (giornata mondiale dell’insegnante) e scendendo in piazza a Firenze (città del premier) il successivo 24 novembre. Successivamente ci siamo spesi, con ogni forza, per creare un fronte più unitario possibile tra i sindacati rappresentativi. Lo sciopero del 5 maggio, con una partecipazione plebiscitaria degli insegnanti, è stato solo l’episodio culminante di una protesta che si è sviluppata per mesi, che ha visto innumerevoli e continue manifestazioni spontanee, per non parlare delle iniziative sui social media. Si è creata un’unità sindacale che non trova precedenti, ma il fronte si è allargato a qualsiasi forza, comitato, associazione rappresentativa di gruppi grandi e piccoli di insegnanti. Non si è trattato di una battaglia sindacale per difendere un contratto, o per migliorare la scarsa retribuzione: un’intera categoria ha elevato un muro morale per difendere la propria dignità e la propria libertà da un provvedimento che calpesta e stravolge la funzione docente ed i valori della Costituzione.
Alla riapertura dell’anno scolastico, la battaglia è ricominciata sia nelle scuole, sia sul piano legale con l’impugnazione di tutti gli atti che deriveranno dall’attuazione della legge, così da giungere ad una serie di pronunce, compresa la Corte costituzionale, che portino allo smantellamento della legge.
Gli effetti nefasti della legge 107/2015 hanno già iniziato a manifestarsi con il piano di immissioni in ruolo, il cavallo di battaglia di Renzi che per gli insegnanti precari si è trasformato in un cavallo di Troia perché a fronte delle 150mila assunzioni promesse in un primo momento dal premier, già insufficienti per soddisfare le attese dei docenti e per dare piena attuazione alla sentenza della Corte di Giustizia Europea, nell’anno scolastico 2015/2016 60mila cattedre restano senza insegnanti di ruolo. Oltre a essere inadeguato nei numeri, il piano di assunzioni
ha generato gravi disparità di trattamento tra i precari a causa delle diverse fasi in cui è stato articolato: i precari che rientrano nella fase C, nonostante i loro punteggi più bassi, hanno infatti maggiori possibilità di ottenere una cattedra vicino a casa rispetto a quelli della fase B che, pur avendo punteggi più alti, sono costretti a emigrare per ottenere il tanto agognato contratto a tempo indeterminato. Inoltre, per quanto riguarda la fase B, abbiamo denunciato la grave mancanza di trasparenza da parte del Miur che non ha reso noti subito elenchi e punteggi degli assunti. Per la prima volta nella storia del pubblico impiego ci siamo trovati di fronte a una selezione al buio, operata attraverso un misterioso algoritmo.

Immagine dal sito www.focusitaly.net

 

Post Comment