La perdonanza a New York

 

C’è sempre un affanno a riordinare idee ed emozioni, quando si rientra da un viaggio all’estero. Specie quando ormai s’attendono il racconto. E quando capita che si torni d’ottobre da New York, nel periodo di maggior opportunità per essere quello il mese canonico della cultura italiana nella Grande Mela, e del Columbus day più suggestivo e fastoso di tutti gli Stati Uniti, l’impegno a mettere bene in fila incontri, eventi, personaggi ed atmosfere che connotano quella straordinaria città è un esercizio un po’ complesso, anche per chi ha confidenza con la scrittura. Allora i miei quattro lettori non se la prenderanno se il racconto tarda, per l’esigenza di meditarlo, affrancandolo dalla banalità. Perché in ogni viaggio che si rispetti ciascun fatto va guardato oltre l’apparenza, ogni evento deve lasciar traccia, ogni persona arricchisce la nostra dimensione umana e marca la sua impronta. La pioggia che da sabato scorso infastidisce queste giornate aquilane fa da contrasto alle radiose giornate di sole lasciate a New York. Vi ero giunto nel primo pomeriggio del 6 ottobre, con un tranquillo volo da Roma della nostra compagnia di bandiera. Planando verso l’aeroporto Jfk, con il cielo sereno, è sempre uno spettacolo ammirare il profilo dei grattacieli di Manhattan. In orario l’atterraggio, un mare di persone in fila agli sportelli d’immigrazione, un’ora per il disbrigo. Poi è tutto più fluido, quando s’esce dall’aeroporto e l’ordinata attesa si consuma con il costante rosario di taxi che porta ciascuno alla sua destinazione.
Un’ora e sono a casa Fratti. Mario m’accoglie con grande calore. Reco notizie e ricordi della sua e nostra città, L’Aquila, e l’amicizia feconda maturata in due decenni si nutre di sentimenti, condivisioni e stati d’animo che vanno assai oltre le parole. Lo trovo al suo posto di lavoro. E’ insolito vederlo in casa a quest’ora, di pomeriggio, quando d’abitudine sta già a teatro a vedere novità per recensirle puntualmente nella sua rassegna domenicale su America Oggi. Ma questa è giornata speciale. E infatti si festeggia con una buona cena in ristorante, prima ch’egli vada a teatro per le prove di due suoi atti unici, Wives e Academy, entrambi per la regia di Stephan Morrow, che andranno in scena dall’8 al 25 ottobre al Theater of the New City. Approfitto per fare quattro passi a Times Square. Al solito il pienone, tra le luci delle pubblicità e l’inciampo d’un cantiere stradale. Ma nulla ferma la fiumana di persone che la anima, tra spettacoli di strada, giovani che scattano foto, altri che si godono la vista del famoso orologio dalla tribunetta dove si compete per conquistare una seggiola. Il 7 ottobre levata di buonora, a dispetto del jet lag. Alle 5 di mattina sono già connesso a sbrigare i miei lavori e la corrispondenza. In mattinata si prendono gli appuntamenti della settimana. Abbiamo una sorpresa da fare, in serata. La nostra amica Mariza Bafile festeggia il primo anno del magazine ViceVersa. La bella rivista bilingue, inglese e spagnolo, raccoglie le migliori espressioni della cultura ispanica negli Stati Uniti. E’ diventato punto di riferimento per intellettuali, artisti, scrittori e cultori delle radici latino-centroamericane. E’ stato fondato un anno fa e vi collabora stabilmente la figlia Flavia, che a New York ha fatto gli studi universitari.


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